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Quattro passi nel silenzio

No, questa domenica non è esattamente uguale a tutte le altre !

Sentivo il bisogno disperato di allontanarmi dalle beghe, dalle liti e dalle urla di questa campagna elettorale.

Non sono un qualunquista, per cui il mio dovere di elettore l’ho fatto. Alle 7,30.

Ho provato una sensazione di liberazione quasi che lo scrutinio dei voti si fosse concluso e che il nostro Paese fosse improvvisamente diventato il più felice del mondo…

E’ da un bel pezzo, ovviamente, che non credo più a Cappuccetto Rosso ma godevo della certezza di aver esaurito (almeno per il momento) il mio compito di elettore.

Con animo finalmente più leggero andavo finalmente a disintossicare la mia anima in uno dei posti più selvaggi ed incontaminati che la Murgia mette a disposizione.

Questa voglia di evadere dal frastuono doveva essere davvero forte se ci sono con me altri ventitre camminatori in cerca di pace.

Non importa se il prezzo di questa pace sarebbe stato sudore, fatica, freddo e…stavo per dire “fame” ma alla luce di ciò che è uscito dagli zaini devo ammettere che quella alimentare era una penitenza rimandata a data da destinarsi.

E qualora non fossero state sufficienti le provviste (ma vi garantisco che avrebbero sfamato un battaglione) siamo stati intercettati poco prima di arrivare al punto di partenza da una donna.

Non so, onestamente, se sulle auto qualcuno di noi avesse montato il cartello  “Escursionisti in cerca di emozioni rurali”, fatto sta che ci siamo visti proporre ricotte e formaggi freschissimi. Anzi no: la ricotta era ancora calda.

Acquistare questi prodotti, comunque, non vuol dire procacciarsi del cibo.

L’incontro, la proposta, l’acquisto sono essi stessi un’esperienza.  Il costo (bassissimo…ma non ditelo alla signora…) della ricotta è giustificato dal semplice fatto di aver acquistato un’emozione, un cucchiaio di semplicità, una fetta di pace.

Prima che qualcuno ironizzi  “Ma siete andati a camminare o a mangiare ?”, informo i lettori che appena scesi dalle auto avevamo trovato ciò che cercavamo.

Un silenzio irreale rotto solo dal volo improvviso di una enorme poiana appollaiata su un ramo poco più avanti.  Probabilmente in quel momento il volatile avrà pensato l’esatto contrario ( ecco che sono arrivati i casinisti !) ma in breve, entrambi, avremmo trovato il nostro giusto equilibrio.

La masseria Costarizza è animata da un gregge di pecore che si sposta come una nuvola adagiata sui saliscendi erbosi. Le pecore si muovono simultaneamente – come un sol uomo, diremmo noi bipedi- incuranti della nostra presenza.

Anche il pastore sembra non notarci.

I nostri scarponi iniziano a tastare il terreno e a seguire una traccia sottile, rocciosa ed impervia che si arrampica lungo uno stretto impluvio.

Una sensazione di pace lontana nello spazio e nel tempo.

Un silenzio antico, un sentiero nella storia.

Quanti pastori avranno risalito nei secoli questa pista ?

Quanti pensieri avranno affollato rumorosamente le menti, lungo questa salita ?

Quanto avevo bisogno di questo vuoto così pieno ?

Le pareti rocciose ci affiancano, ripide, regalando una sensazione di protezione.

E il silenzio esplode fragoroso quando appare ai nostri occhi lo Jazzo di Attaviuccio.

Questa struttura adagiata sulle rocce del pianoro, sebbene abbandonata, trasmette ancora vigore.

Racconta di freddi inverni, di vite sofferte, di belati e odore di ovini. Ci dice di quanto ingegnosi fossero i nostri antenati, capaci di estrarre l’acqua dalle pietre. La testimonianza è una enorme cisterna quasi integra che continua imperterrita ad assolvere il compito per cui è stata costruita.

Il mungituro è un 8 perfetto adagiato su un declivio. E’ talmente bello che la mia fotocamera (quella vecchia che ho tirato fuori per farle prendere un po’ d’aria) fa appena in tempo ad immortalarlo prima di salutarmi.

La ripongo nello zaino e da questo momento, nel racconto, cercherò di supplire con le sole parole.

Un vero peccato perchè poco più in là una trentina di garzette stanno becchettando allegramente in un campo.

Anche loro non si curano assolutamente di questa lenta processione di bipedi invadenti e si limitano ad un breve scostamento.

I sentieri riportati sulla carta IGM sono beatamente andati a farsi fottere, grazie ad una opera di spietramento portata avanti con precisione chirurgica.

E allora si va avanti con la sola bussola cercando di individuare l’accesso della Grave di Previticelli.

L’impresa è molto più semplice di quanto potessi pensare perchè la grossa bocca rocciosa della grotta non riesce a nascondersi a sufficienza nella dolina. La lettura della scheda tecnica sconsiglia fantasiose idee di entrata. Sarebbero bastati infatti pochi metri di discesa verticale per dissuadere i più temerari…ed invece i metri sono quasi 110 !

La strada da fare è ancora tanta, per cui ci rimettiamo in cammino.

Il pianoro si estende silenzioso in ogni direzione tanto da rendere irreale ogni passo.

Silenzio, spazio, quiete, per altri due chilometri fino alla Masseria Previticelli.

Finalmente si mangia !

Non faccio in tempo a sedermi che mi passa sotto il naso un profumo, inequivocabile, di polpette fritte.

Un miraggio olfattivo ?

No ! Era solo la prima di una lunga serie di apparizioni culinarie che si sono materializzate magicamente.

La solita domanda inquietante che da anni si ripropone in queste circostanze : “Ma in questi zaini c’è solo cibo ?”.

Il bello è che talvolta qualcuno si lamenta che siano troppo pesanti (dovrebbero farsi un giro con il mio…) ma sono certo che se ogni volta dovessi fare una “ispezione” molti camminatori…non partirebbero !

E’ apparsa anche la ricotta comprata prima della partenza ! Giustamente. Meglio consumarla subito altrimenti può andare a male !

Non possiamo però fare a meno di apprezzare anche quell’angolo di sogno: la masseria è silenziosamente adagiata su un campo già verde. Mostra orgogliosamente le rughe e il passare del tempo che, comunque, non tolgono nulla alla sua semplice bellezza.

Uno specchio infisso sul muro esterno di un piccolo casale rende bene l’idea di una vezzosa signora.

Oppure è messo lì per obbligare chi passa a vedersi inglobato in quella dimensione temporale così lontana e a porsi domande sulla propria esistenza.

Quando questi pericolosi pensieri filosofici iniziano ad affacciarsi, immediatamente esplode una nuova emozione.

Una sterrata lunga, polverosa, dritta tanto da sembrare tracciata con una riga si inarca con dolcissimi saliscendi in direzione sud-ovest. Questo nastro srotolato nel grande pianoro, regala la sensazione dell’infinito. Le enormi distese che la affiancano rimandano il pensiero a lontani deserti o paesaggi lunari. Più di due chilometri vissuti su questa striscia lenta e sottile ci portano verso quella che doveva essere la nostra prossima tappa : Spinale di Porco.

Già ! Ho detto doveva.

Quando già pregustavo la lunga discesa e la visita di altri Jazzi, appare evidente che alcuni del gruppo avevano qualche problemino.

La decisione di cambiare l’itinerario per accorciarlo di qualche chilometro era d’obbligo.

Anche questo fa parte dell’escursionismo. Saper rinunciare anche e soprattutto nel momento in cui un compagno di cammino ha bisogno di aiuto. Sentiero e jazzi restano lì, non si muovono. Si potrà tornare un’altra volta.

“Gruppo” vuol dire anche questo. Se si vogliono evitare queste situazioni, è facile :è sufficiente camminare da soli.

La scorciatoia, in gran parte fuoripista, si presenta molto ripida ed accidentata. La cautela è d’obbligo soprattutto nel momento in cui la stanchezza morde le ginocchia e la sensazione di essere al termine della fatica abbassa la soglia d’attenzione.

Anche questa deviazione offre comunque emozioni e riflessioni. Ad ogni passo.

Anche qui il silenzio rimbalza tra le rocce e ci riaccompagna lentamente al punto da cui siamo partiti.

Il teschio di una capra diventa protagonista di una serie di foto dal sapore vagamente shakespeariano : “To trek or not to trek ? That is the question !”

Io la risposta l’ho già data e sono certo che la conosciate anche voi.

E ora torno in quella gabbia di matti in città e cerco di spiegarlo anche a loro !

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To Trek or not to trek ?                                                                Photo di Michele Lotito

 

Un’emozione

Un’emozione dura un istante. O poco più.

Bisogna esserci quando questo “qualcosa” avviene.

Bisogna saperlo cercare, riconoscere.

Bisogna avere le antenne dritte, gli occhi allenati ed il cuore leggero per poter vedere qualcosa di bello in un bicchiere di vino bevuto con gli amici in un rifugio riscaldato da un camino, mentre fuori il freddo paralizza anche il respiro.

Devi essere testardo per immortalare con la fotocamera quella splendida luna che di notte gioca fra le nuvole, per provare una grande emozione quando ti rendi conto di aver finalmente trovato i giusti equilibri per vederla nitida sullo schermo !

Devi avere la giusta incoscienza per provare il brivido che solo l’incertezza della riuscita può dare.

Neve e freddo non ti fermano. Non ti fermano neppure le previsioni apocalittiche che anticipano copiose nevicate e freddo intenso.

Sai che mettendo il primo passo su quel sentiero innevato, dovrai faticare non poco per salire in cresta e confrontarti con “burian” che sta arrivando.

E devi saper cogliere quel rigagnolo testardo che sfacciatamente rifiuta di gelarsi scorrendo in una striscia di terreno fra i cumuli di neve.

Devi apprezzare i grandi faggi che con le loro ombre cercano di riscaldarti con un abbraccio.

E quando vedi delle orme inconfondibili che percorrono la cresta alla ricerca di cibo, incrociando altre orme inconfondibili (più piccole) che corrono disperatamente verso una tana…ti sembra quasi di ascoltare l’affanno delle bestie ed i cuori pulsare forte per i differenti obiettivi.

Il ghiaccio posato su un ramo ti attira… ma ti stupisce ancor di più la galaverna che dà agli alberi una sembianza spettrale. Questa visione angosciante si addolcisce improvvisamente se tra gli alberi imbiancati appare silenzioso, lì in fondo, il paese di Abriola.

Neppure i fiocchi che iniziano a cadere grossi e copiosi riescono a congelare questa emozione !

Solo la lucidità e l’esperienza ti dicono che oramai la vetta rimarrà,per oggi, solo un sogno.

Il tempo sta davvero peggiorando ed una grossa nuvola nera e pesante ha nascosto quello che era il nostro obiettivo.

La discesa, il freddo, un posto riparato…una pasto frugale (mica tanto !)

Ed ecco che quando pensi che le emozioni siano finite appare il lago ghiacciato ed immerso in una nebbia…abbastanza scozzese !

Una fuga nel freddo verso il rifugio ed un the caldo prima di ripartire per casa sotto una fitta nevicata.

Tutto questo è già un ricordo.

Immagazzinarlo è quanto di più semplice.

Resta indelebile, indistruttibile sul gigantesco hard disk della nostra memoria.

Anche quando pensiamo che si sia cancellato, sia andato irrimediabilmente perduto…eccolo riaffiorare ancor più vivo e recente. Come se fosse appena accaduto.

Basta poco: un suono, un profumo, un gioco di luce, un sapore…ed ecco riapparire tutto !

Diventa tutto molto più complicato riuscire a trasmettere queste emozioni senza che tale operazione assomigli ad un “guardacomesonobravoiociriescoetuno”.

La voglia di condividere tutto questo è già essa stessa una grande emozione e quindi io ci provo con una serie di parole in libertà e con le immagini della mia Nikon !

Alice: “Per quanto tempo è per sempre?”
Bianconiglio: “A volte, solo un secondo”.
(Lewis Carrol).

Non ce la faccio.

Non ce la faccio, Non ci riesco.

Quante volte abbiamo sentito queste frasi. Quante volte ce le siamo dette.

Moltissime altre volte sarebbe stato necessario, se non indispensabile, ascoltarle !

Ci siamo impaludati in una società che non conosce il proprio limite e non riconosce la sconfitta.

La possibilità di non farcela viene vissuta come una ignominiosa sconfitta. Un’onta che costringe a nascondersi ed evitare il pubblico ludibrio.

Confrontandoci con le innumerevoli difficoltà che possiamo incontrare lungo un sentiero (senza volersi spingere fino all’ “estremo” destinato a pochi) potremmo invece trovare gli stimoli giusti per riconoscere i nostri limiti …e migliorarli.

Ci sono limiti oggettivi (e questi sono difficilmente migliorabili) e limiti soggettivi.

Questi ultimi possono anche essere relativi a particolari situazioni contingenti : postumi di influenza, situazioni climatiche, sbalzi di pressione, tempo limitato a disposizione.

Poi ci sono i limiti che possono essere migliorati : una migliore forma fisica, una conoscenza di materiali tecnici, una capacità di lettura di cartine e di orientamento…

Non bisogna certamente in questi casi abbandonarsi alla sconfitta ! E’ invece il giusto stimolo per capire come fare per migliorarsi per spingersi … un po’ più oltre !

E’ il caso di ricordare, a tal proposito, una frase illuminante di Seneca :

“Non è perché le cose sono difficili che non osiamo, è perché non osiamo che sono difficili.”

E’ la migliore medicina per ritrovare fiducia in se stessi e per sognare “nuove sfide”.

Non ce la faccio…credo di aver pensato quando stamattina è suonata la sveglia alle 5,15.

Credo però che si sia trattato di un istante perchè l’attimo seguente ero già a bere un caffè.

Il silenzio della casa contrastava in modo impressionante con il frastuono che faceva il mio cervello pensando a quello che avrei dovuto fare per evitare sorprese e rotture di scatole.

Probabilmente ho pensato di non farcela anche quando ho caricato la zaino in auto e mi sembrava notevolmente più pesante del solito. Ma era, appunto, solamente una sensazione.

Il Pollino è tanto vicino, ma al tempo stesso anche molto lontano; “cavoli” non ce ne vogliono: ci sono tre ore di auto da sciropparsi.

Con la neve sembra ancora più lontano ! Sui tornanti che da Casa del Conte salgono al Lago Duglia speri sempre di non trovare un lastrone di ghiaccio nascosto.

Comunque stamattina, complice una gara regionale di sci da fondo, la strada è più pulita del solito.

Anzi…forse è troppo ingombra di auto che non hanno evidentemente mai conosciuto un fondo innevato !

Anche il parcheggio nei pressi delle piste di Piano della Giumenta (o Piano di Iumento come riportato su cartina IGM 1: 25000) è insolitamente gremito.

Le operazioni della truppa per calzare le ciaspole portano sempre via qualche minuto in più e, fino al momento in cui ognuno non ha trovato la giusta regolazione, fioccano imprecazioni.

La neve è davvero tanta ! Se è tanta qui sotto…non oso pensare a ciò che troveremo ai quasi 2000 metri della Grande Porta !

Prima di poter pensare “non ce la faccio” partiamo con passo deciso sulla prima salita.

La neve funziona da stimolante e sembra quasi più facile che salire con fondo asciutto.

Ma anche questa è solo un ‘impressione ! La fatica si farà certamente sentire.

Ringraziamo un ignoto escursionista che ci ha preceduti sulla pista aprendoci un comodo varco nella neve. Procediamo comodamente con andatura caracollante. Guardarci camminare in fila ed in quel modo richiama alla mente una processione di papere !

Lo spettacolo che si apre sul Sirino, sul Monte Alpi, sul Raparo e poi, sull’altro versante, sulla Falconara, sulla Timpa di San Lorenzo e sulla Cresta dell’infinito è unico. Se non fosse che la voglia di arrivare in vetta è molto forte, ci si potrebbe accontentare dei panorami fin qui visti.

Entriamo nel bosco di faggi ed abeti procedendo fiduciosi sulla pista già aperta. Fino ad un certo punto !

L’ignoto escursionista doveva evidentemente essersi stancato e sul più bello è ritornato sui suoi passi.

Ci ha lasciato un bel sentiero vergine ! Bello, bellissimo da fotografare.

Quando mi sono reso conto che sarebbe toccato a me “l’onore” di aprire la pista, non ho fatto neppure in tempo a pensare “non ce la faccio”.

Avevo già messo una ciaspola davanti all’altra distruggendo il capolavoro creato da Madre Natura e sprofondando in modo impressionante nella neve.

Per evitare distorsioni e per aprire più comodamente (per gli altri) la pista ho dovuto procedere in modo innaturale in posizione tipo “spazzaneve”.

Lo sforzo è stato notevole, l’affanno cresceva, le gambe reclamavano. All’improvviso ho avvertito anche delle fitte alle ginocchia…erano i tendini ed i legamenti che dicevano “non ce la faccio !”.

Avevo percorso in quel modo già un bel po’ di strada e, quando stavo per dire “non ce la faccio”, abbiamo incrociato il sentiero 950 che dal Lago Duglia sale alla Grande Porta.

Per fortuna anche qui c’era già passato qualcuno e la salita, che da quel punto comincia a chiedere ai garretti una maggiore spinta, si attorcigliava fra i faggi, neve e rocce.

L’ultimo ripido tratto ha fatto dimenticare la fatica perchè la nostra meta era oramai a vista.

Ci siamo fermati in quella sella ai piedi della Serra delle Ciavole.

Era come se la montagna ci avesse preso sul palmo della sua mano tenendoci al sicuro.

Come si può descrivere la distesa di neve che ci ha accolti ?

I pini loricati si ergevano fieri incuranti del gelo.

Sembrava che anche il respiro potesse ghiacciarsi da un momento all’altro.

Una visita d’obbligo a Zi’ Peppe (pino loricato, simbolo del Parco, incendiato da idioti) … ci fa rendere conto che il vecchio amico dorme sotto una coperta di almeno due metri di neve.

Solo le sue estremità fuoriescono.

Un salto al Giardino degli Dei … chi non c’è mai stato deve accontentarsi del nome che rende in modo perfetto la bellezza magica di questo posto.

Mentre guardavo le vette del Pollino e del Dolcedorme parzialmente nascoste dai pini loricati posti sul profilo del piano mi sono venute in mente le parole di Walter Bonatti :

“Chi più alto sale, più lontano vede. Chi più lontano vede, più a lungo sogna”.

E probabilmente stavo proprio sognando perchè, nonostante la situazione climatica non proprio idonea, provavo una sensazione di benessere.

Un appagamento totale. Il giusto premio per la fatica della salita. L’essenza della bellezza.

La discesa è stata più lenta del previsto; non so se motivata dall’acciacco di qualche partecipante o dalla istintiva volontà di rendere interminabile quell’emozione.

Fatto sta che l’ultimo tratto ci ha visti immersi nel tramonto e poi nel primo buio.

La luce del rifugio poco più in basso ci ha regalato una nuova sensazione: la tranquillità di poter trovare a breve un posto caldo.

Il calore non è solo una situazione fisica, ma anche mentale. E quel rifugio ci ha riscaldati “dentro” con l’accoglienza dei gestori e con la sensazione di lontananza dalle follie umane.

Beghe, liti, urla, problemi creati ad arte, invidie, gelosie, crimini, odiose furbizie…basta così. Rischierei di rovinare l’atmosfera che spero di aver creato con queste righe.

Ebbene : io non ce la faccio. Io non ci riesco ad affrontare una nuova settimana di lotta con quelle follie se non dopo una così grande emozione.

Io non ce la faccio … se non penso che, appena posso, una giornata come questa posso riviverla.

Una domenica come tante

Anche stamattina mi sono svegliato alle 6,00. Come ogni giorno. Come ogni domenica.

Mentre Carmela dorme (ha deciso di non seguirmi in questo sacrificio), mi preparo la colazione.

Un po’ più ricca del solito : è domenica ! E mi toccherà camminare.

Le gatte mi spiano attraverso le fessure della persiana sperando di poter mangiare qualcosa anche loro. Non ho tempo e fra un paio d’ore Carmela sarà sveglia e le rimpinzerà.

Mi vesto scegliendo con cura gli indumenti che mi dovranno proteggere dal freddo del Monte Raparo. Alle 7,00 sto aprendo l’auto per caricare zaino, ciaspole e macchina fotografica.

Mi accorgo che la giornata non è certamente l’ideale per un’escursione : ha appena piovuto, il cielo è ancora carico e il freddo punge.

Nel frattempo le gatte sono agilmente scese dal balcone e mi hanno raggiunto all’auto. Sperano ancora che io ci ripensi; vorrebbero che io resti a casa. La loro speranza non è completamente disinteressata : hanno voglia di cibo e coccole.

So bene che non è il momento di farsi intenerire…ho un appuntamento con i miei compagni di cammino e i minuti sono contati.

Mentre il paese dorme ancora, io sono lì che, in una domenica come tante, mi immetto rapidamente sulla strada statale per sciropparmi i quasi 200 km che mi separano dal luogo della penitenza.

Percorro i primi settanta chilometri in compagnia dei Pink Floyd .

La strada scorre via in silenzio fino alla stazione di servizio di Chiatona dove, dopo un doveroso ulteriore caffè, imbarco alcuni dei partecipanti all’escursione.

In auto si chiacchiera di argomenti interessanti evitando (tanti anni di questa vita da vagabondo me lo hanno insegnato) di toccare argomenti scabrosi (politica, religione, pornografia e pettegolezzi) con compagni di viaggio che, a volte, non si conoscono profondamente. …un buon escursionista sa come evitare inutili pericoli ! In questo modo si scansano tensioni supplementari e non ci si rovina la domenica. Una domenica come tante.

L’orario di appuntamento con gli altri partecipanti è rispettato con una precisione impensabile !

La silenziosa piazzetta di Spinoso è animata per alcuni istanti da questi undici individui che si preparano ad affrontare una fatica che nessun medico aveva loro prescritto.

Sotto gli occhi meravigliati di alcuni anziani, che erano oramai diventati parte integrante delle panchine addossate ad una palazzina, ottimizziamo l’uso delle auto per affrontare i pochi chilometri che ci separano dal punto di partenza.

Il timore sulla percorribilità della strada insiste nei miei pensieri.

La preoccupazione di aver fatto tutta quella strada e di incontrare, in un punto inatteso, un bel lastrone di ghiaccio vetrato, costringe a procedere con cautela. Eccolo, un po’ di ghiaccio a bordo strada; poco prima delle “antenne”. Pensavo peggio. Sotto quei mostri metallici che rimandano segnali di ogni tipo, chiedo agli altri se volevamo provare ad andare fino alla Croce di Raparo o iniziare a camminare da quel punto. Procediamo.

Poco prima di alcuni temuti tornantini si materializza una parte dei miei timori. Faccio affidamento sulle quattro ruote motrici e sulle gomme termiche.

Croce di Raparo è lì a dominare la valle e ci dice che oltre, con l’auto, è meglio non proseguire !

Dopo gli ultimi preparativi ecco il nuovo persistente dubbio : prendo le ciaspole o sono un inutile ingombro ? La neve è fresca (durante la notte ne è scesa un bel po’) ma un rapido calcolo, rivelatosi poi esatto, mi dice che le ciaspole sarebbero servite solo nel tratto finale.

Il primo passo nella neve, in questa domenica come tante, ha sempre un senso di magico.

Lascia, al tempo stesso, la sensazione di rovinare qualcosa che la natura ha creato con pazienza.

Miliardi di cristalli di ghiaccio accumulatisi in modo uniforme fino a creare un gelido lenzuolo sul terreno sottostante, si trovano improvvisamente scombinati e lordati da scarponi taglia 47 che trasportano più di un quintale di essere umano, zaino, macchina fotografica ed attrezzatura varia.

Questo scrupolo viene immediatamente, almeno in parte, attutito.

Qualcuno ci ha preceduto.

Questo qualcuno non calzava scarponi, ciaspole o sci.

La sua orma inconfondibile si ripete sul sentiero disegnando una fila ordinata.

La firma del predatore per eccellenza dei nostri territori è lì sotto i nostri occhi.

Il lupo, ma forse sono due, ci ha da poco preceduti percorrendo il medesimo itinerario fino al belvedere di Acqua la Spina che si affaccia sulla valle dominata dal Monte Sirino e dal Monte Alpi.

Con il dovuto rispetto cerchiamo di non sovrapporre il nostro passaggio a quello di Messer Lupo e camminiamo in silenzio con la timida speranza di udire un rumore improvviso nel bosco di faggi e di scorgere un’ombra scura sul bianco uniforme della neve.

Al belvedere le nostre strade si separano. La nostra meta è lì, in alto, a sinistra, contraddistinta da un’ orribile struttura metallica.

Quando il livello della neve sale capisco che mi tocca lavorare di più. Affondo con decisione nella neve ad ogni passo che mi avvicina alla vetta.

Mi accorgo che questo sforzo non mi pesa più di tanto; mi distraggono i riflessi nel bosco, gli scorci sul Pertusillo, il freddo sempre più pungente, il pensiero che anche questa domenica non pranzerò con la pasta al forno…

Sento la fatica bruciare nelle gambe ma non avverto la necessità di fermarmi.

“Stanchezza” è solo una parola del vocabolario.

In questo mondo sospeso tutto appare differente.

Il pianoro sottostante la cima è ghiacciato al punto giusto: non si sprofonda e non si scivola.

L’ultimo breve ripido tratto viene superato tutto d’un fiato.

Appena sotto il mostro metallico interamente gelato, mi accorgo che la mia barba è diventata croccante. Il vapore del respiro ha creato una scultura di ghiaccio intorno alla bocca.

Una sorte ben peggiore è toccata al cartello che indica la cima ! Solo chi lo ha visto in altri periodi può testimoniare che quella scultura futurista racchiude un palo ed il cartello che indica la vetta del Raparo !

Esponiamo la maglietta di Vittorio (tenendola ben ferma) con la certezza che avrà gradito l’omaggio e perdonato la mia assenza alla sua Messa di Trigesimo.

Il vento esalta la temperatura già fredda di per sé e ci costringe ad una rapida ritirata in una zona più riparata.

Il freddo, il silenzio, i nuvoloni, il vento, il bianco accecante e le maggiori cime più lontane rendono unico questo luogo e questo momento.

Mi rendo conto che “questa domenica come tante” è quanto di meglio si possa augurare.

Non è la triste accettazione di dover affrontare una penitenza !

E’ la realizzazione della necessità umana di raggiungere un traguardo.

E’ l’esaltazione della bellezza.

E’ la manifestazione concreta della serenità.

E’ la condivisione di obiettivi e sacrifici.

E’ la materializzazione del desiderio di libertà.

E’ la gioia di accumulare la ricchezza di sensazioni e di ricordi.

Sei ore di auto, sei ore di cammino.

Una domenica come tante.

Una domenica come la prossima.

C’è una strada nel bosco

Mi capita spesso, dopo aver scritto qualcosa, di trovarmi di fronte ad un angosciante interrogativo : “ Di che cosa scriverò la prossima volta ?”.

Mi chiedo infatti se non abbia esaurito gli argomenti, se non abbia già scritto tutto sul mondo di “Zaino & Scarponi”, se non corra il rischio di ripetermi stancamente…

Poi penso ai fiumi di inchiostro che si riversano quotidianamente sugli argomenti più disparati (compreso il tema “escursionismo”) e mi rendo conto che “forse” c’è ancora spazio per far vivere lo stesso scorcio, la stessa emozione usando magari termini nuovi o descrivendo situazioni differenti.

Il dilemma è simile a quello che mi si para di fronte quando ritorno, per l’ennesima volta, a camminare in un luogo che conosco bene (almeno credo) e su cui ho divorato un numero impressionante di chilometri.

Eppure ci torno ! Non si tratta di una questione di abitudine, di affetto, di ricordi ma si tratta molto spesso della certezza di trovare, in quel luogo ed in quel periodo, ciò di cui si ha bisogno in quel momento.

Questa volta, riempire un foglio smanettando su una tastiera, è stato ancora più difficile perchè è come se Vittorio, partendo per il suo ultimo lungo viaggio, abbia portato con sé anche quel “click” che scatta nella fantasia di chi ama scrivere.

E’ come se le lacrime ed il dolore avessero prosciugato l’istinto di chi cammina e racconta.

Vittorio, dall’alto della sua esperienza, mi raccontava che quando si presentano queste situazioni la soluzione è solo una : attendere.

Prima o poi quel “click” scatta nuovamente.

Ovviamente aveva ragione !

Avevo voglia, per questa domenica, di camminare sulla neve. Sentivo il bisogno di sentire gli scarponi affondare o le ciaspole grattare goffamente.

Sperando di trovare neve a sufficienza mi sono proposto il Monte Caramola, una delle cime meno importanti del Pollino.

Mi sono preoccupato della viabilità per arrivare con le auto al punto di partenza ed ho telefonato al comando dei Vigili Urbani di Francavilla in Sinni.

Mi sembrava di vedere la faccia sorridente del comandante mentre rispondeva alla mia richiesta . “Neve ? Forse ne troverete un po’ nel bosco. Sulla strada non c’è assolutamente nulla”.

Le ciaspole avrebbero così potuto godere di una domenica di tutto riposo al caldo dell’armadio…

Avevo scelto Caramola ? E Caramola sarà !

Il gruppo numeroso dei partecipanti è stato falcidiato dall’influenza riducendosi ad un drappello di cinque ostinati.

Dopo il caffè (obbligatorio) alla stazione di servizio di Chiatona ed i chilometri su Jonica e Sinnica, eccoci salire sulla striscia d’asfalto che si attorciglia verso il Monte Caramola.

Quando la strada piega a destra, poco prima del Santuario della Madonna di Pompei, e s’inerpica ancor più ripidamente mi balza alla mente un ricordo.

Mentre scendevo in auto su quel tratto, anni fa, con Vittorio ci accorgemmo di uno scoiattolo nero che si arrampicava su un albero. Vittorio fu colpito da quell’apparizione tanto che ne volle parlare anche su “Lucania Fuori Strada”.

Stavo ricordando quell’episodio quando ho notato qualcosa di scuro che saliva in tutta fretta sul tronco di un albero. Per qualche secondo ho perfino pensato di aver materializzato i miei ricordi ma i miei compagni di viaggio, accorgendosi di quello scoiattolo nero, mi hanno fatto subito ricredere. Non stavo sognando : quello scoiattolo nero era proprio lì forse sullo stesso albero su cui l’avevo visto con Vittorio.

E’ stato in quel momento che ho capito che avrei avuto nuovamente qualcosa da scrivere…

Il rifugio Caserma troneggia nella piccola radura fra i faggi. Chiuso e silenzioso, come sempre.

Iniziamo a camminare sugli scricchiolanti lastroni di ghiaccio che ci separano dall’imbocco del sentiero.

I faggi, fitti e lunghi come enormi canne d’organo, ci circondano mentre saliamo verso il Lago d’Erba. I primi Abeti Bianchi fanno capolino tenendosi ancora a debita distanza.

Non sarà per molto; infatti appena arrivati al Lago sono lì, tantissimi, accanto a noi.

Il lago, immobile e silenzioso, sembra in letargo sotto uno spesso strato di ghiaccio. Sappiamo bene che quella calma è solo apparente. La vita, lì sotto ed intorno allo specchio, continua.

Dopo un chilometro e mezzo di salita, la mia parte di homo tecnologicus si ricorda con terrore di aver lasciato il cellulare in bella mostra sul tetto dell’auto !

Dopo aver considerato l’eventualità di lasciarlo lì dov’era avendo la quasi-certezza di ritrovarlo (“chi vuoi che passi da quelle parti ?”), ho pensato che mi sarei rovinato la giornata pensando al potenziale danno (non quello economico, ovviamente, ma quello dei dati da cui purtroppo tutti noi dipendiamo) a cui andavo incontro.

OK . La decisione è presa : lascio zaino e macchina fotografica a chi rimane ad aspettare e con Nicola mi fiondo in discesa sciroppandomi ulteriori 3 chilometri e relativo dislivello.

Al lago d’Erba un forte rumore, improvviso , alla mia destra mi fa fermare. Dal fitto del fogliame vedo partire al galoppo sulla neve una coppia di daini adulti che si stavano abbeverando.

Con la mano cerco inutilmente la mia Nikon…che avevo lasciato a Michele.

Pazienza ! Questa emozione rimarrà solo nella mente e su queste righe !

Li seguo con lo sguardo fino a vederli inghiottiti, più giù, nel cuore scuro del bosco.

Cellulare recuperato e ritorno a tempo di record.

La neve sul sentiero aumenta e ci rendiamo conto di essere immersi in un silenzio irreale, rotto solamente dal rumore dei raggi di un sole deciso ad infilarsi, ad ogni costo, nel sotto bosco.

Il silenzio è talmente assordante che sentiamo la necessità di dire qualcosa, anche la più sciocca, pur di rompere quel sortilegio.

Fioccano persino barzellette sconce quasi a voler dissacrare il luogo ed il momento.

Come al solito il fuori-pista che porta in vetta è ricco di sorprese.

La cresta si mimetizza in un intreccio di impluvi e si moltiplica, clonandosi, in una infinità di saliscendi su neve.

Non è molta ma è sufficiente a sprofondare di una ventina di centimetri.

Nei tratti più ombrati ed esposti a nord il bianco si solidifica diventando insidioso nella parte più ripida. Sono costretto a gradinare per evitare spiacevoli cadute.

Non c’è neppure l’idea di una traccia: attraversiamo il bosco puntando la nostra meta con la bussola.

Sono questi i momenti in cui provo la sensazione (peraltro infondata in quanto so benissimo dove mi trovo) di smarrimento. Ti accorgi in queste circostanze di come la paura ancestrale di essersi perso nel bosco, si trasformi magicamente in una sensazione di bellezza e di calore. La paura viene esorcizzata dalla certezza di venirne fuori. C’è forse un pizzico di egoismo nel pensare di poter vivere “solo io e solo in questo momento” un’emozione così forte.

Con un po’ di fatica usciamo da quel bosco che ci ha accompagnati fin dalla partenza e si apre un pianoro verde ! La vetta (e la piana sottostante) non hanno neppure un cristallo di neve !

La salita (l’ultima ?) fino alla cima è abbastanza semplice ed il tepore che ci accoglie ai 1524 metri del Caramola ci invita a stenderci come lucertole per il nostro pasto. Una parata di cime ci sfila dinanzi agli occhi: l’intero massiccio del Pollino, Zaccana, La Spina, Sirino, Alpi, Raparo, Volturino…

Dopo oltre mezz’ora non c’è alcuna voglia di alzarsi ed allora ci pensa Eolo ad inviare un venticello pungente.

Ancora qualche foto e poi via ! Ci lanciamo sul versante opposto a quello da cui siamo arrivati, su una discesa ripidissima. Per fortuna breve e senza neve.

Il sentiero ci aspetta con la sua neve ed i suoi ripetuti saliscendi.

Sarà veramente problematico stabilire l’effettivo dislivello complessivo di questa escursione : sono stati innumerevoli i saliscendi !

Ritorniamo dopo qualche chilometro sullo stesso sentiero immerso nel bosco che abbiamo percorso all’andata. Ripassiamo accanto al lago d’Erba sperando ingenuamente di ritrovare i daini …fermi lì ad aspettarci !

Un sorso di prugnolino (“Forte quando arriva nello stomaco” sentenzia Michele) prima di entrare in auto.

Durante la discesa penso solo allo scoiattolo nero che ha scritto queste pagine e che, stavolta al ritorno, non si fa vedere.

Non ha importanza.

So dov’è.

So chi è !

Ciao Vis

Ciao ! Vecchia zoccolona !

Ho trascorso l’ultimo dell’anno camminando sul Pollino in uno scenario da fiaba. Una giornata splendida : sole, freddo e neve. Un godimento per gli occhi, le gambe ed il cuore. Una giornata talmente bella da non parere vera !

Ed oggi ? I bagordi notturni ci hanno consigliato di dormire qualche ora in più. Il tempo cupo, umido e minaccioso ci ha rapidamente convinto che sarebbe stato meglio evitare di calzare gli scarponcini.

Meglio fare i turisti ! Maratea è vicina e pulsa ancora per il capodanno RAI di questa notte.

La gente sorride e saluta. Ci si scambiano gli auguri anche fra sconosciuti.

A pranzo ci teniamo leggeri ? Si, come no : una fritturina come quelle che piacciono a te ! Ed ecco che subito dopo pranzo si “rompono le acque” e si rovescia su Maratea, sul Cristo e sui poveri Cristi una enorme secchiata d’acqua.

Ci siamo messi in auto fradici e ci siamo avventurati lungo le strade del Cilento che richiamano ripetutamente alla memoria un cavatappi.

Mentre i miei passeggeri si tengono stretto lo stomaco io assecondo nel modo più dolce possibile i tornanti, i saliscendi ed i dossi. Tutto questo mentre ci infiliamo in un bianco ovattato da non parere vero.

Dopo un’ora buona di questo incubo si squarcia il cielo offrendoci una notte di una bellezza rara. Nel buio pesto troneggia li, sopra Moliterno, una luna piena, bellissima. Da non parere vera.

Diventa quasi piacevole seguire lo snodarsi di quelle strade tortuose.

E’ questo che avrei voluto dirti; ma evidentemente questo 2018 doveva iniziare in un altro modo.

Squilla il cellulare. Ancora auguri ? E’ tuo figlio Fabrizio. Insolito.

Mi dà una notizia. Brutta, tanto brutta da non parere vera.

Ho fatto fatica a tenere dritta l’auto ed ho guidato per oltre due ore con un groppo alla gola. Forse come quello che in Grecia ti impediva di deglutire.

In quelle due ore ho pensato tanto alle tante cose che abbiamo condiviso.

Ma ho pensato anche a quello che un Amico avrebbe potuto fare per te in questo momento: scrivere ed accompagnarti con le parole negli ultimi passi di questa escursione.

Sono certo che tu stia leggendo queste parole ed è per questo che ho voluto scriverle ORA.

PRIMA.

E te le invio, per un parere. Come abbiamo fatto tante volte.

Sono qui a smanettare sulla tastiera con Miss, la mia gatta, in braccio. Ha preso anche lei questa abitudine.

Quante volte Makeda ti è saltata in braccio mentre scrivevi ? Quante volte vorrebbe farlo ancora ?

E prima che tu mi chieda : “Chi è questo cantante brasiliano che stai ascoltando, che mi piace e che non ricordo mai come si chiama ?” …

E’ Roberto Carlos che sta cantando Dethales. Dettagli.

Come i tanti dettagli che sto ricomponendo nella mia memoria.

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Ma brutto stronzo ! Come ti è venuto in mente di farci questo scherzo ?

Eh già ! Ridiamoci su e tracanniamoci uno sturalavandino!

Una di quelle grappe bianche forti da squarciarti esofago, stomaco e…altro.

Ora il mio compito di Amico dovrebbe essere quello di affidarmi al Padre Onnipotente e supplicarlo di farti risvegliare. Non so però se è esattamente ciò che desideri.

Non so se cedere all’egoismo di chi resta o alla razionalità di ciò che è giusto.

Eh già! Gli Amici, altrimenti, a che cosa servono ?

E allora vorrei dirti, prima che sia troppo tardi, che tu, vecchia zoccolona, non ci mancherai !

Non mancherai a Fabrizio che vivrà la sua vita sulla scia dei tuoi tanti insegnamenti.

Non mancherai a Makeda che sentirà ancora il tuo odore e ti troverà al computer, in cucina o con un libro in mano.

Non mancherai alla Murgia che in ogni sua pietra ha inciso il tuo nome.

Non mancherai alla Puglia che grazie a te avrà tanti cuori “fuori strada” in cammino.

Non mancherai ai monti e ai deserti che hai conosciuto perché i tuoi libri parleranno ancora di loro.

Non mancherai alle persone che hai amato perché ti sentiranno ancora vicino.

Non mancherai alle persone che non ti hanno amato perché brucerà in loro l’esempio di come si possa  dare senza aspettarsi nulla in cambio.

Non mancherai neppure allo stronzo che ti ha scaraventato per terra qualche giorno fa mentre eri in bici…sono certo che ti ricorderà !

Non mancherai ai bimbi che continueranno a leggere di Sabino e di Greguro.

Non mancherai al fruttivendolo, al pescatore, al giornalaio, allo zampognaro, al pastore, al rumit… perché saranno vivi per sempre nei tuoi racconti.

Non mancherai neppure a me che troverò un nuovo sistema per scambiarci  scritti, proposte, idee, racconti. Vita.

Perdonami se non siamo riusciti a fare quella escursione di pochi chilometri che mi avevi chiesto, sono sicuro che avremo un’altra occasione.

Tu potrai camminare illimitatamente liberando quel perenne bambino che è in te e che negli ultimi anni viveva “incaprettato” in un fisico anziano ed acciaccato.  Io camminerò in tua compagnia.

Potremmo ricominciare da quell’escursione sul Cervino (come spesso ricordavi : “l’ultima “seria” che ho fatto”) o da qualcosa di più vicino e semplice…Lo jazzo del Demonio ?

Ti vedo già a raccogliere erbe sconosciute e a fantasticare su una nuova ricetta, insaporendola con spezie delicate e… con un bicchierino di quello buono.

Ora, da Amico, ti supplico : non chiedermi di piangere !  Lo sto già facendo da alcune ore e non riesco a smettere. Non ne ho neppure voglia. E Roberto Carlos è ancora lì…

Piuttosto… cerca di trovare un sistema 2.0 per chiamarmi ancora salutandomi con “Ciao Panty !” e chiudendo con “’Nduja !”

Ciao Vis ! A domani.

 

 

Vittorio!

sei morto oggi, domenica 7 gennaio 2018.

Hai combattuto in silenzio durante questi giorni.

Ho fortemente sperato di dover cancellare quel testo scritto la sera del giorno 1 gennaio.

Tutti noi abbiamo sperato e creduto che tu da paracadutista ed escursionista avresti trovato la forza per farcela e per dimostrarci ancora una volta che non sai vivere senza la vita.

A pensarci bene, conoscendoti, l’hai dimostrato.

Oggi mi hai camminato accanto, me ne sono accorto,  mentre salivo sul Grattaculo.

Ho tagliato in vetta alcuni piccoli arbusti ed ho scavato nella neve per poter raccogliere un po’ di terra.

Un ricordo del Pollino per il tuo viaggio.

Ciao Vis ! A domani.

 

 

Auguri di Natale

 

Eccoci qua !

E’ tornato il momento in cui freneticamente sentiamo il bisogno (o il dovere ?) di scambiarci gli auguri.

E’ una mania che si automatizza ogni anno in modo sempre più schizofrenico.

Il colpo di grazia è arrivato con gli auguri 2.0, quelli inviati massivamente con whatsapp, email, sms o social network.

E’ un gioco a cui non riesco a prestarmi; faccio fatica persino a fare gli auguri per telefono !

Ho bisogno del contatto fisico per poter sentire di trasmettere i miei auguri. Ritengo indispensabile guardare l’altra persona negli occhi e sapere che sto condividendo QUEL momento.

Il vero desiderio inconscio di ognuno di noi è quello di poter rivivere, in questi giorni di festa, gli anni che non torneranno più.

Rivederci bambini mentre ,in una casa riscaldata da bracieri e stufe a gas, teniamo in mano una candela mentre, in una processione familiare, il più piccolo di noi porta in mano la statuina di Gesù Bambino.

Sentire la cera che cola scottandoci sulle mani o il suo profumo.

E’ lo sbirciare nella stanza con il grande albero e il presepe per accertarci che la Befana (sì, per noi era la Befana e non Babbo Natale) non fosse per caso arrivata in anticipo.

E’ l’emozione di giocare a tombola segnando le caselle con vecchi fagioli.

E’ la certezza di essere circondati dall’amore delle persone più care.

Sono le luci intermittenti, gli addobbi con quell’odore inconfondibile che ricorderò fino a che campo.

E’ inevitabile reincontrare i sorrisi e le voci di chi non c’è più…

E mentre i pensieri affondano sempre più nel passato alla ricerca spasmodica di un qualcosa che mi faccia sobbalzare per l’emozione e luccicare gli occhi, mi rendo conto che quel ricordo è in effetti il più bel regalo di Natale che ognuno di noi si possa fare.

Allo stesso tempo mi rendo conto che è difficile sfuggire alla logica  della corsa frenetica, dei problemi creati ad arte, dello sfaldamento dei rapporti umani…

E allora forse il miglior augurio che si possa fare, a chi desideri davvero riceverlo, è quello di non smettere mai di sognare.

La bellezza di chi del cammino ha fatto una scelta di vita è proprio quella di avere costantemente nuovi sogni.

L’ambizione più smisurata è quella di vivere luoghi nuovi o vecchi da guardare, per dirla come Marcel Proust, con nuovi occhi.

Sentire il desiderio irrefrenabile di vivere a contatto con la natura scoprendone gli aspetti più reconditi ed intriganti.

Gioire per poter condividere con i tuoi compagni di viaggio tali emozioni.

Non posso tirami indietro…devo affidare a questo blog, affinchè lo consegni in silenzio ad ognuno di voi, l’augurio di un lungo cammino, di un respiro profondo, di un panorama che colmi gli occhi, di un profumo che rimandi a tempi lontani, di un grande sogno, dell’entusiasmo di vivere.

Il grande augurio, insomma, di sentire il nostro cuore che batte ancora come quando eravamo bambini.

 

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Il calore della neve

Puntuali ! Insieme alla prima neve fioccano in tutti i telegiornali i commenti apocalittici sugli imminenti disastri causati dal generale inverno.

Viene da ridere a pensare che fino a pochi giorni fa, sugli stessi notiziari, ascoltavamo gli allarmi legati all’emergenza siccità !

E se riavvolgiamo il nastro di qualche mese, potremo ascoltare la solita tiritera su come affrontare il caldo bevendo molto, mangiando frutta e coprendoci la testa.

Se ci pensate bene tutti questi servizi giornalistici potrebbero essere stati girati 30 anni fa e riproposti all’occorrenza per l’eternità.

Non so perchè, ma ogni qualvolta ascolto “con grande apprensione” questi scoop da premio Pulitzer, mi appare magicamente l’immagine di un anziano, anonimo contadino che sorridendo esclama : “L’acqua che non ha fatt, n’ciiil stà !”.

Tale concetto appare di difficile comprensione e dobbiamo farcene una ragione.

Ci viene in soccorso il cuore escursionistico che batte in noi, facendoci attendere e desiderare le cose più semplici e naturali: come, appunto, una fitta nevicata.

Mentre in tv, quindi, apparivano i menagramo professionisti delle sciagure climatiche, io andavo a rispolverare le ciaspole, i ramponi e le ghette.

Mentre si sceglieva la meta con Vincenzo, iniziavamo a fantasticare sulla giornata che ci aspettava la domenica  successiva.

Il problema nell’organizzare queste escursioni non risiede tanto nelle difficoltà tecniche del cammino quanto piuttosto nelle problematiche dell’avvicinamento in auto.

Notoriamente le nostre strade (e per nostre non intendo solo la Puglia, ma anche la vicina Lucania), in queste circostanze, non vengono mai ripulite tempestivamente e, per la serata del sabato, era prevista una nuova copiosa “terrificante” nevicata.

A questo problema legato alla logistica se ne aggiunge un altro, atavico, sulla sistematica indisponibilità o inadeguatezza delle autovetture dei partecipanti.

La scelta è quindi ricaduta sul Monte Calvelluzzo, vicino di casa del più alto Volturino.

Durante il viaggio di avvicinamento leggevamo una temperatura esterna che oscillava tra i -1° ed i -3°.   Non ci sembrava possibile perchè in auto eravamo ben riscaldati !

Non sono sicuro che il benefico tepore fosse generato unicamente dall’aria condizionata.

Sono certo, anzi, che il desiderio di camminare, guardare, apprezzare, provare sensazioni, crea una termo-regolazione che permette di avere fresco d’estate e caldo d’inverno.

Se preferite, potete pensare che non faccia sentire il caldo d’estate o il freddo d’inverno !

Gli ultimi chilometri, prima di parcheggiare le auto, sono stati percorsi letteralmente a passo d’uomo. Pochi “invasati” (Valentino e due suoi amici, oltre noi) si stavano avventurando su quella distesa bianca. Le gomme termiche facevano scricchiolare il fondo stradale inducendo ad una guida estremamente cauta. Gomme termiche e trazione integrale danno certamente un senso di sicurezza notevole, ma la prudenza (si sa) non è mai troppa.

Alla partenza c’erano -5° ma, appena posati i piedi fuori dall’autoveicolo, ecco la magica sensazione di calore !

Il solo calpestare la neve aveva sprigionato in me quell’indescrivibile tepore che rimanda  a caminetti accesi, lontani Natali, luci incerte e soffuse…

E’ il risveglio di un antico calore accantonato nel cantuccio più confortevole dei nostri ricordi ; è il rivivere di noi, bambini, in un freddo inverno, riscaldati dall’affetto dei nonni e di un braciere.

E’ come se si riaffacciasse una sensazione antica, improvvisamente scongelata, che esplode con inaudita potenza nel cuore, nella mente e nell’anima.

Iniziare a camminare avendo dinanzi a sè una pista imbiancata, vergine, crea un certo senso di colpa. Sembra quasi di avanzare e contestualmente distruggere un’opera d’arte, oltraggiare la natura.

Il mio amico Michele, grandissimo camminatore, rifiuta le escursioni sulla neve proprio per questo motivo: non vuole provare il rimorso di aver creato uno “scempio”.

Le tracce di daini, volpi e (forse) di un lupo ci dicono che solo loro sono passati dove ora stiamo camminando noi.

Il lago gelato dorme alla nostra sinistra mentre ci avviciniamo alla faggeta.

La pista (si intravede appena) si intrufola nel bosco. Quella sensazione di calore aumenta quando veniamo attratti dai raggi di sole che giocano a nascondino fra i fitti tronchi.

Ogni ombra, ogni riflesso esalta la fantasia dei fotografi. Ogni scatto è un motivo di godimento ma anche … di rallentamento.

La salita all’interno del bosco si rivela quindi più lunga del previsto; la colpa non è della neve o del freddo. La responsabilità è unicamente della voglia sfrenata, insaziabile di immortalare ognuna di quelle sensazioni. Un click blocca il momento ma non riesce ad inscatolare in quell’arnese infernale che ho appeso al collo il grande calore, il benessere, la fantasia che si sprigiona in quell’istante.

Questa è la vera grande sfida della fotografia: riuscire a trasmettere non l’immagine, ma il momento.

E mentre mi lascio possedere da questo calore, solo la mia prostata pare non  gradire la temperatura esterna…sarà per lei una giornata durissima !

La deviazione per la cresta sale improvvisa e ripida…fra poco tutto sarà diverso.

Ce ne accorgiamo appena siamo fuori dall’abbraccio dei faggi.

Sulla cresta veniamo accolti da uno splendido panorama e da un vento gelido che ci schiaffeggia in modo spregiudicato.

Tale situazione renderà impegnativa una cresta che in realtà è lunga ma semplice.

La neve, sollevata dal forte vento, si accumula alta in alcuni punti.

Non so mai se al mio prossimo passo il fondo sarà sufficientemente gelato e terrà oppure se sprofonderò miseramente fino al ginocchio.

Non è la prima volta e certamente non sarà l’ultima.

La giornata limpida rende più semplice l’avvicinamento; sono sempre in grado di scorgere la mia meta e contemporaneamente di guardarmi intorno ammirando il panorama.

Da una parte c’è Abriola, accoccolato come un gatto su un rilievo; più avanti, c’è il Volturino imbiancato, a destra Pietra Maura e altri, numerosi rilievi innevati. Forse il Cervati.

L’unica nota stonata è l’immondo ripetitore su monte Pierfaone che il mio sguardo si rifiuta istintivamente di inquadrare.

Prima di affrontare l’ultimo strappo in salita ci ripariamo in un avvallamento imbacuccandoci con tutto quanto è possibile; è evidente che ben presto ci troveremo ad affrontare un test molto impegnativo.

Il vento fortissimo inizia subito a spingerci indietro allontanando sempre più quel cartello che indica la cima.

La mente va (presuntuosa ed irriguardosa) ai sacrifici estremi di chi ha affrontato vette ben più degne di tale nome se non addirittura alla “passeggiata” di 2000 km in Antartide di Laurence de la Ferriere. Sto leggendo il suo “ A piedi sul ghiaccio” e mi rendo conto che la vetta del Calvelluzzo è una bazzecola !!!

Torna così il caldo interiore che ha stavolta una funzione tranquillizzante.

In cima restiamo non più di un minuto ; il tempo di qualche foto (quando riusco a tenere ferma la mia Nikon) e di godere la soddisfazione dell’ “impresa”.

La discesa di quella ultima rampa ? Sarebbe stata da filmare !  Avreste potuto ammirare sette persone che si muovevano al rallentatore per evitare di prendere improvvisamente il volo…

Ogni piccolo passo è una scommessa. L’avvallamento in cui ci eravamo fermati prima , ha segnato la fine di quella sofferenza. Era un posto caldo rispetto ai -10° (almeno) della vetta; andava benissimo per il nostro pranzo.  Per la cronaca la bottiglietta d’acqua di Nicola è diventata un blocco di marmo e a poco valgono le sue attenzioni per scioglierla.

Il peggioramento del tempo rende ancor più faticoso il rientro lungo la via dell’andata.

Ogni pensiero svanisce; in quel momento l’unica preoccupazione è quella di sottrarsi all’oltraggio del vento che si diverte a pungerci il viso con aghi di ghiaccio.

In quelle situazioni non riesci a renderti conto di come nel mondo possano esistere i problemi drammatici di sopravvivenza che ben conosciamo; sarà anche stavolta merito del calore dell’escursionista ?

In questi casi penso che questo calore si trasformi in un analgesico dell’anima, in un allucinogeno dei sentimenti !

Appena iniziata la discesa del bosco sembra di entrare in una nuova dimensione: riesci a parlare e ad ascoltare.

Le tue parole e quelle dei tuoi compagni di viaggio non rimbalzano più contro una parete invisibile, non vengono più trasportate lontano verso un ignoto interlocutore.

E’ il momento di intervenire su chi è in difficoltà . Basta poco: un fico secco, un integratore, un sorso d’acqua. Una parola di conforto.  Anche uno sfottò, magari.

Durante la discesa  tentiamo voracemente di rubare immagini e sensazioni; si affaccia, sistematicamente, il desiderio che quella giornata non finisca mai.

Il lago ci aspetta alla fine della discesa e ci offre nuovi spunti fotografici.

Il rosso del tramonto appare alle spalle dei faggi.

Le nostre auto sono pronte per riportarci a casa, affrontando con la medesima cautela dell’andata quei chilometri di asfalto che potrebbero riservarci sorprese.

In effetti la sorpresa arriva, ma non del genere che mi aspettavo.

La bassa velocità mi evita il contatto con un grosso cinghiale che, correndo all’impazzata, mi passa davanti a pochi metri.

L’ultima emozione ce la riserva lo sguardo incredulo dell’anziano barista di Pignola che, per la prima volta in vita sua, riceve una richiesta di “sette thè, sette “!

Caldi, ovviamente !

Ho tanta

Ho tanta strada, polvere, roccia e fango sotto i miei scarponi. Spesso mi chiedo da chi abbia preso questa insana passione.

Non ho escursionisti fra i miei antenati (almeno che io ne sappia) e allora è facile giungere alla conclusione che qualche gene impazzito mi ha trasmesso la voglia di camminare.

Però, ho già avuto modo di rendere pubblico questo pensiero, la fatica del cammino, la curiosità nella ricerca, la caparbietà nell’affrontare le difficoltà, la voglia di raccontare sono caratteristiche comuni anche a “soggetti” non escursionistici.

Sono facili i parallelismi tra la vita ed una escursione.

E allora inizia ad affacciarsi un sospetto.

Ho tanta voglia di parlarvene, anche se, certamente, ci infileremo in un discorso non strettamente connesso al mondo escursionistico.

Mi accorgo che da escursionista, oltre alle caratteristiche che ho elencato prima, ho sviluppato il rispetto verso la natura e verso gli altri, l’incontenibile ricerca di poter guardare sempre in faccia chi ho di fronte, l’impellenza di vivere felicemente una vita senza inutili fronzoli.

Potrei continuare ma mi sono già accorto che queste caratteristiche mi sono state trasmesse dai miei genitori.

Da mio padre ho fatto in tempo ad apprendere quella che Vinicius de Moraes chiama “l’arte dell’incontro”; avrebbe voluto, avrei voluto che mi accompagnasse ancora nel cammino della vita.

E invece, all’improvviso, mi ha insegnato anche che ci tocca morire.

Mia madre invece mi ha evidenziato la sua enorme forza anni fa, proprio quando insieme apprendemmo la sentenza dei medici su mio padre.

Una reazione decisa e forte che non mi aspettavo.

All’epoca, pensai, che quello fosse il risultato dell’esperienza dovuta all’età.

La vedevo già anziana…ed aveva un anno in meno di quanti non ne abbia io adesso !

Ed allora mi rendo conto che una mamma è una creatura senza età che ti accompagna e ti guida lungo la tua esistenza. Silenziosamente ma con grande fermezza.

Ha sempre la stessa età ; posso confermarlo rivedendomi mentre scrivo di lei su un quaderno a righe con bella calligrafia. Ha la stessa età di quando ho vissuto il primo amore, di quando son partito per il servizio militare, di quando sono diventato padre, di questo momento in cui scrivo.

Ho tanta voglia di capire il perchè, ma mi accorgo che è assolutamente inutile chiederselo perchè…non sono mamma !

Ha accettato le mie scelte, magari anche quelle che non condivideva, vigilando come un’aquila sul suo nido. Ma non mi ha mai impedito di spiccare il volo.

Magari non ha ecceduto in complimenti al raggiungimento di un traguardo, ma credo che in questo modo abbia scelto di “non farmi montare la testa”.

Mi accorgo che ancora oggi la vedo come capace di affrontare fatiche “a semplice richiesta” : “Fai tu un salto dal fruttivendolo ?”, “ Puoi passare in lavanderia ?”, “Ti ricordi di andare in edicola per ritirare quel libro ?”.

Faccio fatica a pensare che per lei sia una fatica…ma razionalmente mi rendo conto che spesso, troppo spesso le chiedo troppo.

La mamma vorrebbe che io fossi buono e bravo. Io però la faccio spesso inquietare e lei mi sgrida” Così scrivevo il 5 marzo del 1969, guardandomi bene (forse la avevo già capita) di non scrivere la solita frase “La mamma è l’angelo della casa”. Allora si che mi avrebbe mazzolato !

Ed oggi invece scrivo che “Nonostante la schiavizzi obbligandola a prepararmi il pranzo (attenendosi alle disposizioni della dietologa), non mi sgrida !”.

Una volta all’anno però accade che ci si renda conto che gli anni anche per lei passano con ritmo cadenzato.

Ho tanta voglia quindi di dirvi che oggi è il suo compleanno, ma non sta bene dire quanti di questi giorni si siano sommati.

Ho tanta voglia di dirle GRAZIE prima che auguri.

Ho tanta !

Con la testa fra le nuvole

Avevo in mente da tempo di ritornare su questa vetta panoramica. Per l’esattezza era da aprile scorso che ne parlavo con Vincenzo.

Una serie di circostanze ci hanno fatto puntualmente rinviare l’appuntamento.  Non si è trattato solo dei soliti impegni ma anche di una triste esperienza che ha recentemente colpito Vincenzo.

Ed è per questo che nel briefing iniziale ci ha voluto comunicare che lui avrebbe voluto dedicare questa splendida escursione alla madre che nel mese di luglio è salita molto, molto più in alto.

E’ stato anche il momento, a pochi giorni dal 2 novembre,  in cui certamente ognuno di noi ha rivolto il pensiero a chi non è più fisicamente vicino ma che, volendoci bene, ci ha permesso di vivere emozioni come quella stavamo per raccogliere.

In un silenzio irreale la salita si è impennata improvvisamente nella faggeta dove i raggi di sole giocavano dispettosi fra i rami, creando giochi di luci ed occasioni sempre più frequenti da fotografare.

La “Spalla dell’Imperatrice” è solo una delle tante vie d’accesso a questo Monte che, come tiene a precisare Vincenzo, è in realtà un massiccio. In effetti le cime sono tante e ben distinte e noi oggi abbiamo deciso che ne avremmo toccate tre. Oppure quattro ?

L’ultima volta sono salito affrontando la cresta nord, un po’ più impegnativa, che presenta un punto delicato impossibile da superare in presenza di vento forte.

Mentre affrontavamo il tratto più ripido e scoperto ci chiedevamo come potessero esistere in quel punto delle belle torte di vacca ! E va bene che i cornuti quadrupedi sono forniti, appunto, di quattro appoggi…ma c’è un limite a tutto !

Comunque, se erano salite loro…prima o poi saremmo arrivati in vetta anche noi.

Anastasia, alla prima esperienza con queste difficoltà, tradisce l’emozione delle sue 18 primavere e ci vogliono gli anni di montagna accumulati da me e Vincenzo per farla procedere senza intoppi nei tratti leggermente più esposti.

“ Ma la vetta dov’è ?” : questa è la domanda che sentiamo rivolgere con sempre maggior insistenza.

Ci prendiamo il lusso di ingannare i nostri compagni di viaggio, sfruttando la forte pendenza che, guardando in alto,  crea l’illusione di essere arrivati.

Lo so cosa state pensando… “Non ci si può fidare !”.

La montagna è anche questo, l’importante è ovviamente conoscere bene il limite dell’inganno !

Mentire su cose più delicate arriva a generare pericoli improvvisi; è fondamentale capire in che condizioni fisiche e mentali si trovi ogni singolo componente del gruppo.

Volersi incaponire nel raggiungere una vetta quando si è compreso perfettamente che un tuo compagno di escursione è in forte difficoltà, è da folli !

La gestione del gruppo è la parte fondamentale di una escursione in compagnia.

Si impara, fra l’altro, che “la carovana cammina con il passo del cammello più lento”.

Se non si è in grado di accettare le regole di un gruppo…allora si può sempre andare in montagna da soli senza dover rendere conto a nessuno.

In ogni caso è bene ricordare che alla domanda “Quanto manca all’arrivo ?” si può sempre (e dico SEMPRE) rispondere sadicamente, con tono serafico e tranquillizzante : “Un quarto d’ora”.

Ah ! Ah! (risata satanica).

Un piccolo saliscendi dopo la prima vetta (De Lorenzo) e siamo sul punto più alto : Monte del Papa.

Lo spettacolo a 360° è incantevole. Facciamo in  tempo, prima che nuvole riempiano il fondovalle, a vedere il Golfo di Policastro, il Monte Zaccana e il La Spina, il massiccio del Pollino, il Monte Alpi, l’Armizzone, il Raparo, il Vallo di Diano.

E lì, dinanzi a noi, accoccolato su un’altra cima isolata, c’è il Santuario della Madonna del Sirino.

In vetta siamo in compagnia di una ventina di escursionisti saliti dalla comoda strada di servizio dell’impianto sciistico.

Scatta automaticamente il senso di amicizia che permette, in pochi minuti, di essere lì a chiacchierare come se ci si conoscesse da tempo, scambiarsi cibi e bevande, raccontare di escursioni vissute…

Solo quando ci prepariamo per ridiscendere, mi rendo conto di essere con la sola maglietta.

Cacchio ! E’ il 5 di novembre !

In effetti il fresco ora inizia a farsi sentire; è giunto il momento di indossare un pile.

Iniziamo a scendere dopo aver salutato la combriccola incontrata in cima che aveva deciso di rientrare dalla stessa via di andata.

Ci spostiamo su una nuova vetta che i cartografi militari non hanno ritenuto degna di essere battezzata.

Ed è lì che le nuvole avanzano prepotenti fino ad avvolgere le cime circostanti e ad inghiottire il mare e le valli.

Il santuario resiste imperterrito svettando tra la lanugine che lo circonda.

Altrettanto fanno il Pollino ed il monte Alpi.

Il vento inizia a rinforzarsi e le previsioni del tempo ci avevano anticipato un brusco peggioramento del tardo pomeriggio.

La ragione ti dice “Scendi !”.

Il cuore ti paralizza per farti restare lì, con la testa fra le nuvole.

Sono le logiche insistenze dei compagni di viaggio che indirizzano i tuoi piedi verso la discesa.

Abbiamo perso una decina di metri di dislivello quando ci imbattiamo in un gruppo staccatosi dalla combriccola incontrata in cima che procedono con lentezza preoccupante.

Ho anche il dubbio che qualcuno si sia fatto male.

Ed invece mi accorgo che una ragazza pensava di potersi fare quei 100 e passa metri di dislivello che ci separavano dalla sella … sulle natiche ! (Tecnicamente viene detta “discesa culo-culo”)

Evidentemente la poca esperienza non le aveva ancora insegnato che tale sistema di procedere le avrebbe consentito di arrivare a casa per Natale !

L’ho presa per mano e portata giù serpeggiando fra roccette su quella discesa ripida. Era rigida per la forte tensione fino a far sudare le mani.

Angela era alla sua prima escursione !

Spero che presto possa superare il trauma ed appassionarsi a questa splendida “vita di stenti, sacrifici e privazioni”.

Una volta sulla sella il grosso del gruppo ridiscende dalla pista di servizio.

In cinque proseguiamo per la quarta vetta odierna : Timpa Scazzariddo.

La discesa ripida sul crinale di Scazzariddo ci permette di guardare in fondo gli altri che scendono dalla pista, la lama tagliente della Spalla dell’Imperatrice percorsa all’andata e (non ultima) l’imponente morena glaciale del Sirino.

In poco più di un’ora siamo alle auto.

Accade spesso che al termine di un’escursione, da qualche parte, si nasconde una nuova emozione.

Non è da annoverare nell’elenco delle emozioni, quanto piuttosto in quello delle sane abitudini, la sosta per un caffè o una birra consumati nel primo bar incontrato.

Durante il viaggio di ritorno in auto, invece, ci si imbatte spesso in un panorama, un tramonto, in una volpe che attraversa la strada…

Ed ecco che anche oggi l’emozione finale è li ad attenderci.

Il sole è tramontato da un pezzo quando in lontananza ci appare una grande forma (quasi) sferica,  rossa.

E’ lì bassa nel cielo di Taranto, in fondo al rettilineo : una luna enorme.

Anche lei con la testa fra le nuvole …