Una domenica come tante

Anche stamattina mi sono svegliato alle 6,00. Come ogni giorno. Come ogni domenica.

Mentre Carmela dorme (ha deciso di non seguirmi in questo sacrificio), mi preparo la colazione.

Un po’ più ricca del solito : è domenica ! E mi toccherà camminare.

Le gatte mi spiano attraverso le fessure della persiana sperando di poter mangiare qualcosa anche loro. Non ho tempo e fra un paio d’ore Carmela sarà sveglia e le rimpinzerà.

Mi vesto scegliendo con cura gli indumenti che mi dovranno proteggere dal freddo del Monte Raparo. Alle 7,00 sto aprendo l’auto per caricare zaino, ciaspole e macchina fotografica.

Mi accorgo che la giornata non è certamente l’ideale per un’escursione : ha appena piovuto, il cielo è ancora carico e il freddo punge.

Nel frattempo le gatte sono agilmente scese dal balcone e mi hanno raggiunto all’auto. Sperano ancora che io ci ripensi; vorrebbero che io resti a casa. La loro speranza non è completamente disinteressata : hanno voglia di cibo e coccole.

So bene che non è il momento di farsi intenerire…ho un appuntamento con i miei compagni di cammino e i minuti sono contati.

Mentre il paese dorme ancora, io sono lì che, in una domenica come tante, mi immetto rapidamente sulla strada statale per sciropparmi i quasi 200 km che mi separano dal luogo della penitenza.

Percorro i primi settanta chilometri in compagnia dei Pink Floyd .

La strada scorre via in silenzio fino alla stazione di servizio di Chiatona dove, dopo un doveroso ulteriore caffè, imbarco alcuni dei partecipanti all’escursione.

In auto si chiacchiera di argomenti interessanti evitando (tanti anni di questa vita da vagabondo me lo hanno insegnato) di toccare argomenti scabrosi (politica, religione, pornografia e pettegolezzi) con compagni di viaggio che, a volte, non si conoscono profondamente. …un buon escursionista sa come evitare inutili pericoli ! In questo modo si scansano tensioni supplementari e non ci si rovina la domenica. Una domenica come tante.

L’orario di appuntamento con gli altri partecipanti è rispettato con una precisione impensabile !

La silenziosa piazzetta di Spinoso è animata per alcuni istanti da questi undici individui che si preparano ad affrontare una fatica che nessun medico aveva loro prescritto.

Sotto gli occhi meravigliati di alcuni anziani, che erano oramai diventati parte integrante delle panchine addossate ad una palazzina, ottimizziamo l’uso delle auto per affrontare i pochi chilometri che ci separano dal punto di partenza.

Il timore sulla percorribilità della strada insiste nei miei pensieri.

La preoccupazione di aver fatto tutta quella strada e di incontrare, in un punto inatteso, un bel lastrone di ghiaccio vetrato, costringe a procedere con cautela. Eccolo, un po’ di ghiaccio a bordo strada; poco prima delle “antenne”. Pensavo peggio. Sotto quei mostri metallici che rimandano segnali di ogni tipo, chiedo agli altri se volevamo provare ad andare fino alla Croce di Raparo o iniziare a camminare da quel punto. Procediamo.

Poco prima di alcuni temuti tornantini si materializza una parte dei miei timori. Faccio affidamento sulle quattro ruote motrici e sulle gomme termiche.

Croce di Raparo è lì a dominare la valle e ci dice che oltre, con l’auto, è meglio non proseguire !

Dopo gli ultimi preparativi ecco il nuovo persistente dubbio : prendo le ciaspole o sono un inutile ingombro ? La neve è fresca (durante la notte ne è scesa un bel po’) ma un rapido calcolo, rivelatosi poi esatto, mi dice che le ciaspole sarebbero servite solo nel tratto finale.

Il primo passo nella neve, in questa domenica come tante, ha sempre un senso di magico.

Lascia, al tempo stesso, la sensazione di rovinare qualcosa che la natura ha creato con pazienza.

Miliardi di cristalli di ghiaccio accumulatisi in modo uniforme fino a creare un gelido lenzuolo sul terreno sottostante, si trovano improvvisamente scombinati e lordati da scarponi taglia 47 che trasportano più di un quintale di essere umano, zaino, macchina fotografica ed attrezzatura varia.

Questo scrupolo viene immediatamente, almeno in parte, attutito.

Qualcuno ci ha preceduto.

Questo qualcuno non calzava scarponi, ciaspole o sci.

La sua orma inconfondibile si ripete sul sentiero disegnando una fila ordinata.

La firma del predatore per eccellenza dei nostri territori è lì sotto i nostri occhi.

Il lupo, ma forse sono due, ci ha da poco preceduti percorrendo il medesimo itinerario fino al belvedere di Acqua la Spina che si affaccia sulla valle dominata dal Monte Sirino e dal Monte Alpi.

Con il dovuto rispetto cerchiamo di non sovrapporre il nostro passaggio a quello di Messer Lupo e camminiamo in silenzio con la timida speranza di udire un rumore improvviso nel bosco di faggi e di scorgere un’ombra scura sul bianco uniforme della neve.

Al belvedere le nostre strade si separano. La nostra meta è lì, in alto, a sinistra, contraddistinta da un’ orribile struttura metallica.

Quando il livello della neve sale capisco che mi tocca lavorare di più. Affondo con decisione nella neve ad ogni passo che mi avvicina alla vetta.

Mi accorgo che questo sforzo non mi pesa più di tanto; mi distraggono i riflessi nel bosco, gli scorci sul Pertusillo, il freddo sempre più pungente, il pensiero che anche questa domenica non pranzerò con la pasta al forno…

Sento la fatica bruciare nelle gambe ma non avverto la necessità di fermarmi.

“Stanchezza” è solo una parola del vocabolario.

In questo mondo sospeso tutto appare differente.

Il pianoro sottostante la cima è ghiacciato al punto giusto: non si sprofonda e non si scivola.

L’ultimo breve ripido tratto viene superato tutto d’un fiato.

Appena sotto il mostro metallico interamente gelato, mi accorgo che la mia barba è diventata croccante. Il vapore del respiro ha creato una scultura di ghiaccio intorno alla bocca.

Una sorte ben peggiore è toccata al cartello che indica la cima ! Solo chi lo ha visto in altri periodi può testimoniare che quella scultura futurista racchiude un palo ed il cartello che indica la vetta del Raparo !

Esponiamo la maglietta di Vittorio (tenendola ben ferma) con la certezza che avrà gradito l’omaggio e perdonato la mia assenza alla sua Messa di Trigesimo.

Il vento esalta la temperatura già fredda di per sé e ci costringe ad una rapida ritirata in una zona più riparata.

Il freddo, il silenzio, i nuvoloni, il vento, il bianco accecante e le maggiori cime più lontane rendono unico questo luogo e questo momento.

Mi rendo conto che “questa domenica come tante” è quanto di meglio si possa augurare.

Non è la triste accettazione di dover affrontare una penitenza !

E’ la realizzazione della necessità umana di raggiungere un traguardo.

E’ l’esaltazione della bellezza.

E’ la manifestazione concreta della serenità.

E’ la condivisione di obiettivi e sacrifici.

E’ la materializzazione del desiderio di libertà.

E’ la gioia di accumulare la ricchezza di sensazioni e di ricordi.

Sei ore di auto, sei ore di cammino.

Una domenica come tante.

Una domenica come la prossima.

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