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Camminare. Ovvero :l’arte di rallentare il tempo

E’ “esplosa” la moda del camminare. Proliferano sui social le iniziative, nascono associazioni, si moltiplicano le guide e gli esperti del territorio.

Ma anche la carta stampata riserva sempre maggiori attenzioni alle attività “open air”, le tv si impegnano a mostrare video di bellezze della nostra terra. Organizzano persino “reality show” strutturati su cammini e camminatori più o meno noti.

E’ un putiferio di gente che fa, dice, traccia, scrive, fotografa… ma …

Questa esplosione emotiva non è supportata da alcun progetto strutturale, non esiste una visione di insieme di quel che significhi “camminare”, si rischia di creare più danni a lungo termine che benefici nell’immediato.

Sono stato sommerso in questi anni dalla classica domanda “Perché cammini ? Perché vai in montagna ? “.

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Prima di provare a rispondere per l’ennesima volta a questi quesiti, avrei io uno da porne all’esercito di esperti, guide, conoscitori, project manager (eh già, ci sono anche loro) che stanno negli ultimi tempi invadendo il territorio : “Scusate signori, apprezzo il vostro interessamento. Ma voi dove eravate negli ultimi quaranta anni ?”

Già ! Chi mi conosce sa bene che sono almeno quaranta anni che in compagnia del mio zaino e dei miei scarponi percorro in lungo e largo terre vicine e lontane. All’inizio ho incontrato in queste esperienze pochi, pochissimi appassionati che come me hanno dedicato la propria vita alla scoperta, valorizzazione e tutela del territorio.

Eravamo ( forse lo siamo ancora) dei veri e propri cavalieri templari, custodi dei sentieri.

Non ho mai incontrato invece lo stuolo di nuovi esperti di cui ho parlato sopra.

Ribadisco : “Dove eravate ?“

Il colmo è che nelle iniziative promosse anche da importanti istituzioni sono presenti gli uni e mancano totalmente gli altri. Lascio alla fantasia di chi legge, stabilire chi siano “gli uni” e chi “gli altri”.

Nell’ottica costruttiva propria di chi ama il territorio, vorrei provare a spiegare quindi “Perché cammino, perché vado in montagna”.

In prima battuta si potrebbe dire che camminare fa bene, il moto ritempra il fisico, respirare l’aria pura libera i polmoni…e tante ovvietà simili.

Mi piacerebbe invece poter trasmettere le sensazioni di impegno ai limiti della sofferenza che si provano quando mancano ancora 200 metri di dislivello alla vetta (e magari ne hai già fatti 800), ancora quattro chilometri all’arrivo (e ne hai già fatti 30 o 40). Oppure quando in situazioni critiche del percorso ti trovi immerso nella nebbia o sotto una pioggia torrenziale.

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Questi sono solamente alcuni esempi, ma sono convinto che se chi non cammina potesse provare queste sensazioni anche solamente per un istante, fuggirebbe via terrorizzato.

Chiedo solamente di rimandare la fuga di qualche secondo, giusto il tempo di poter trasmettere anche le motivazioni che mi spingono ad affrontare felice anche queste situazioni.

La vita caotica di ogni giorno, le scadenze, gli impegni stressanti ci hanno resi (più o meno) resistenti alle pretese frenetiche del mondo in cui viviamo. Questo ha comportato che “dimenticassimo” le preoccupazioni dei nostri progenitori che erano invece strettamente collegate alle distanze, al variare delle stagioni, alla ricerca del cibo, alla salvaguardia della propria salute… Tutto ciò avveniva certamente con grandi timori ma con tempi più “umani”.

Per spiegare meglio ciò che intendo, vorrei citare la pubblicità di un noto operatore telefonico che vede riunita una bella e numerosa famiglia in una foto di gruppo. Sono tutti felici e sorridenti perché hanno avuto più Giga !!!!

Ma vi pare possibile che la felicità sia questa ? Vi pare possibile che si possa essere felici bevendo acqua minerale tutto il santo giorno mentre si passeggia per Roma ? Vi pare possibile fare i salti di gioia perché si mangiano biscotti con più riso ma senza lattosio ? Non credo che sia il caso di continuare . Credo che abbiate capito il senso.

Qualche giorno fa ho alloggiato in una antichissima casetta in pietra risalente al 1500, perfettamente ristrutturata. Un bellissimo ambiente caldo e confortevole, semplice ed accogliente. La situazione ha creato un tale stato di benessere che ad un certo punto ho pensato: “Ora sarebbe perfetto se ci fosse una antica pendola a scandire le ore”.

E mi è sembrato di sentire i rintocchi !!!

La felicità (quella vera) sta nelle cose semplici, scontate, dimenticate !

Questa sensibilità non si costruisce in un attimo o … con una “app”. Si crea con il tempo.

Camminare mi ha permesso di conoscere il territorio, la storia, gli usi e costumi. Ma mi ha fatto anche capire con quanta semplicità i nostri avi affrontavano le necessità.

Lunghi cammini, silenzi, solitudine, fatica. Anche paura.

Il tutto ripagato da panorami sconfinati, suoni, profumi, sapori.

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La lentezza e la solitudine favoriscono la riflessione; restiamo soli con noi stessi ed abbiamo l’occasione di analizzarci, metterci in discussione e conoscerci meglio.

Esperienze.

Condivisione.

Emozioni.

Quanto dura un’ora di lavoro al computer, o di appuntamento con un cliente, o di lavoro in negozio o in ufficio ? Vola via, lasciando comunque un forte senso di stanchezza.

Quanto dura un’ora di cammino su una salita ripida, o nel bosco, o su una sterrata ? Tantissimo, ma alla fine la stanchezza fisica è ampiamente ricompensata da una sensazione di serenità.

Ecco “perché cammino”.

Camminare è l’arte di rallentare il tempo. E’ il modo di restituirci una dimensione più umana.

Rallentando lo scorrere del tempo, possiamo dedicarne di più a noi e ai nostri affetti.

Mi accorgo che alcune scelte fatte riconducono sempre al fattore “lentezza” e “tempo” .

Abito in una antica masseria completamente ristrutturata, in quello che doveva essere il piano “nobile”. La sensazione di pace che provo quando mi siedo su un dondolo posto sul balcone è indescrivibile. Carico con lentezza e cura la pipa e… già ! Ho ripreso anche a fumare la pipa ! Sono tempi ed operazioni molto lente. Completamente l’opposto del fumare una sigaretta ! La sigaretta è il simbolo della velocità e delle frenesie a cui ci siamo sottomessi.

Da circa un anno ho acquistato una vecchia Fiat 126 in perfetto stato. Un’auto più giovane di me di soli dieci anni !

E’ lenta, essenziale, priva di comfort e tecnologie ma … rallenta il tempo. Qualcuno potrebbe obiettare che inquina; certamente meno di un’auto di grossa cilindrata e di nuova generazione. Questo anche in termini di pezzi di ricambio.

La passione del camminare mi ha restituito il valore del tempo, mi ha regalato il dono della condivisione, mi ha avviato alla conoscenza…

Riesco a desiderare ed apprezzare cose semplici. Il profumo di un camino, una luce fioca e traballante, il calore dell’antico, il silenzio della serenità, il sorriso di chi ti vuole bene…

Qualche rintocco di una vecchia pendola e nessun Giga per la mia famiglia !

Questi sono i motivi per cui “cammino” !

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Avoilì, avoilà

“Sei mai stato a Satriano per il Carnevale ? Nooo !?!? E’ una manifestazione straordinaria ! Ci sono i rumit, l’urs ! I lucani organizzano il Carnevale per loro, non per i turisti. Lo fanno Cicero pro domo sua ! Vacci, appena puoi !!!”

Come potevo ignorare queste parole di Vis che mi rimbombavano nella testa da tempo ?

Avevo, tra l’altro, bisogno di concedermi un fine settimana riposante (!?!) ed avevo pensato bene di cogliere al volo l’opportunità.

I pochissimi che avevano deciso di seguirmi in questa esperienza si sono magicamente moltiplicati a poche ore dalla partenza ed è così che il manipolo si è trasformato in un plotone di 22 curiosi viaggiatori alla ricerca di emozioni sepolte.

Poco prima di partire ho ricordato che in Lucania Fuori Strada avevamo inserito un capitolo (ad opera di Vis, ovviamente) su questo evento. L’ho riletto cercando fra quelle parole altre utili indicazioni che mi aiutassero a comprendere meglio il significato arcaico di fatti, personaggi, movimenti di questa antica tradizione. Mi è sembrato di avere un ventitreesimo partecipante (Vis, appunto) che con esperienza, curiosità, entusiasmo ha dato un prezioso contributo alla riuscita del “tranquillo week end di follia” che ci siamo concessi !

Ci siamo inoltrati in un paese apparentemente abbandonato, dove il silenzio cozzava paurosamente con la frenesia carnascialesca che aspettavamo di trovare.

Ma questa impressione è durata davvero poco : giusto il tempo di trovarci coinvolti nel pranzo nuziale che si teneva in piazza.

Donne vestite da uomini che sfoggiavano orgogliosamente i loro baffi posticci e le barbe dipinte.

Uomini orribilmente trasformati in donne che non riuscivano a nascondere pelame e lineamenti con trucco vistoso e sottane impresentabili !

Una lucida e travolgente follia amalgamata dai ritmi incessanti scanditi da tamburelli, fisarmoniche e chitarre.

Vino a fiumi, carne arrostita, fagioli, cipolle e peperoni cruski.

Un crogiolo di colori, profumi, suoni ed emozioni in cui è inevitabile trovarsi coinvolti.

Senza chiederlo, senza costrizioni ci siamo trovati ad essere parte di quella messa in scena. La voglia, la pazzia, l’incoscienza e l’allegria (per dirla con Vinicius de Moraes, Toquinho ed Ornella Vanoni) tipici di ogni buon escursionista sono esplosi improvvisamente.

Le gambe hanno iniziato a muoversi al ritmo della pizzica, il vino ha gorgogliato abbondante nel gargarozzo, gli occhi cercavano frenetici di immortalare ogni dettaglio.

Al termine delle abbondanti libagioni, l’allegra e nutritissima brigata si è spostata al Municipio dove, fra ritmi indiavolati e canzoni di una tristezza struggente, gli sposi hanno incontrato alcune figure tipiche di questo Carnevale : ‘u Urs e la Quaresima.

Quest’ultimo è senza dubbio il personaggio più inquietante, non solo per il modo in cui viene raffigurato, ma anche e soprattutto per il suo significato.

Il Carnevale , infatti, è la festività che conclude il rigido inverno. Le Quaresime sono donne tristi, affamate che portano i loro bimbi debilitati dagli stenti. Alcuni di questi pargoli sono in una culla che la Quaresima tiene abilmente sulla testa, anche mentre balla !

Il corteo nuziale si snoda quindi lungo gli stretti vicoli del centro storico. Una ex fidanzata dello sposo urla tutto il suo dolore. Una giovane donna partorisce fra le urla dei presenti…

E’ inutile ricordare che l’intera serata procede fra musica (incessante, per l’intero fine settimana), balli e … vino (naturalmente !!!)

La “festa” in senso stretto si svolge di domenica.

Ha un ritmo del tutto diverso da quello del sabato.

Il paese è avvolto da un silenzio irreale.

Nel centro storico qualche timido tamburello ricorda a tutti il motivo per cui ci si è ritrovati lì in questa giornata.

E poi un cantastorie ti coinvolge con i suoi racconti, invitando a riflettere su i “corsi e ricorsi storici” della nostra storia più o meno recente. Sempre attuale !

..e poi una fisarmonica inizia a riproporre alcune note e ritmi.

Non puoi esimerti dall’indossare una corona di edera.

E’ un crescendo rossiniano che lentamente, attraversando momenti a base di vino e porchetta, accompagna al momento “clou” della tradizione : U Rumit.

La vestizione dei Rumit è abbastanza lunga; forse hanno dato il tempo a migliaia di visitatori di accalcarsi all’ingresso del Parco Spera.

Ed ecco calare il silenzio.

131 Rumit (uno per ogni comune della Lucania), dopo aver lanciato un urlo selvaggio, scendono dal bosco verso il pubblico. Fotocamere e telecamere impazziscono nella ricerca del dettaglio, nella cattura del momento, nell’equilibrio della luce, del bianco.

Quando l’ultimo Rumit attraversa il varco, si scatena l’impossibile.

Musica, maschere, ritmi incessanti accompagnano la giornata fino alla fine.

Voglio fermarmi qui nella descrizione di questa “straordinaria” (termine caro a Vis) esperienza; sarebbe ingeneroso riassumere in poche righe tutte le sfumature di questa interminabile “due giorni”.

Vorrei invece soffermarmi per alcune brevi considerazioni.

Molto spesso immaginiamo che questi riti (sì, perchè di un rito si tratta) siano una peculiarità degli anziani ; spesso diciamo che “è un posto per vecchi”.

Niente di più falso !

Il Carnevale viene organizzato dai giovani che stanno lentamente riconquistando le proprie origini e si stanno impegnando nel valorizzarle facendole conoscere al mondo esterno, coniugando il tutto con una follia sobria (per quanto si possa definire tale) e con una attenta cura ecologista. Stiamo parlando di una “foresta che cammina” dopo tutto !

L’attenzione maniacale per la differenziazione dei rifiuti lascia capire che “se si vuole si può” ! Se si riesce a non lasciare rifiuti durante un carnevale demenziale…figuriamoci se ciò non si riesce a realizzare nei restanti giorni dell’anno !

Questi giovani hanno perfettamente compreso che in un una terra avara di lavoro, il rilancio delle tradizioni può trasformarsi in una saggia occasione di ricchezza: nell’occupazione e nella tradizione !

Restando semplici si può trovare la chiave del domani.

Questa semplicità richiama prepotentemente quella dei loro e dei nostri avi che con poco…avevano tutto.

Ai tanti che inseguono il divertimento e la ricchezza abilmente mimetizzati in inutili orpelli ( cellulari di ultima generazione, effetti speciali, tecnologia, consumo sfrenato) vorrei segnalare … (e qui tiro un respiro profondo mentre ascolto con piacere ancora i cori che cantano Satrianesella, Lass a mamt e vin cu me, Tuppe tuppe, Chicchiricchi…) che ci si può arricchire, soprattutto nel cuore e nello spirito, con un canto, una corona di edera, una maschera improvvisata, un bicchiere di vino…

Con poco, con un sorriso !

In cammino con Scazzamuridd

Chi è Scazzamuridd ? Un nuovo escursionista ?

Se ve lo state chiedendo, vuol dire che siete stati disattenti mentre Vittorio Stagnani raccontava di lui nei suoi libri o sulle pagine della Gazzetta del Mezzogiorno !

Scazzamuridd è uno gnomo dispettoso che popola le leggende del Gargano.

Ha terrorizzato fin dai tempi antichi gli abitanti di questo splendido territorio, rendendo impossibile il sonno con saltelli e pizzicotti !

La sua figura piccola ma fastidiosa appariva improvvisamente, saltellando malignamente sullo stomaco del malcapitato.

Ma Scazzamuridd, che non temeva nulla tranne i morti, aveva il suo tallone di Achille…

Se riuscivi con mossa fulminea a strappargli il berretto dalla testa, lui, per riaverlo, ti riempiva le tasche di monete d’oro.

In realtà diventava anche generoso se gli eri simpatico.

Non aveva alcun problema a procacciarsi questi tesori che aveva seppellito ad arte in tanti punti nascosti del Gargano.

Qualcuno ha anche pensato bene di cercare i suoi nascondigli, scavando ripetutamente nei boschi…ma senza alcun risultato.

Pare che questa sia la vera spiegazione per cui il Gargano è disseminato di doline, cutini ed anfratti !

Non ci crederete, ma è con lui che abbiamo camminato questa domenica !

Comunque, prima che qualcuno di voi avvii nei miei confronti un T.S.O. (ndr : trattamento sanitario obbligatorio), tengo a precisare che non l’abbiamo visto; la sua presenza, però, nella Foresta Umbra era evidente !

Vi chiedo comunque di non avviare il TSO neppure nei confronti dei diciotto sconsiderati che mi hanno accompagnato in questa camminata, sobbarcandosi 3 ore di viaggio (più le tre del ritorno) ed affrontando una giornata soleggiata ma gelida.

Trattasi della lucida follia dell’escursionista che spinge, a volte, a comportamenti che potrebbero essere considerati innaturali.

Il Cutino d’Umbra ci accoglie silenzioso e calmo all’ingresso della foresta.

Solo il tempo di riempire l’animo di questo panorama…e sei già immerso in una vegetazione fitta ed imponente.

I faggi maestosi ci accompagnano lungo tutto l’itinerario incuranti dell’edera o dei funghi lignicoli da cui sono avvolti.

Agrifogli giganti e piccoli pungitopo accompagnano i nostri passi.

Siamo in diciannove, eppure non si sente quasi alcun rumore. Sembra che anche le nostre voci si disperdano insignificanti in quel tempio naturale.

Scazzamuridd è certamente nascosto fra i tanti anfratti, dietro uno dei tanti alberi distesi nel bosco; si fa sentire tramite il verso di un rapace.

Si muove improvvisamente attraversando il sentiero, sotto le mentite spoglie di una grossa volpe.

Pensavamo di trovarlo nella Caserma Murgia, splendida ed abbandonata, ma, anche lì, è riuscito a sfuggirci.

Eppure, se fossimo riusciti a trovarlo, gli avremmo tolto il berretto… e ci avrebbe riempito di monete d’oro !

Proviamo quindi a lasciare il sentiero, scendendo fuori pista in un canalone selvaggio.

Il fondo dell’impluvio è pieno di noduli di selce dalle forme più stravaganti.

Quelle pietre insignificanti erano una volta forma di ricchezza : punte di frecce, lame affilate saltavano fuori da quelle rocce ed erano strumenti indispensabili nella vita quotidiana.

Il canalone viene improvvisamente sbarrato da un vecchio faggio diventato ora linfa per il sottobosco. Il suo profilo però ci nasconde la vista di un meraviglioso cutino.

Bello, silenzioso, verde, ghiacciato. Si tratta del Lago d’Otri. Il nome un po’ ambizioso viene giustificato dal magico contesto in cui si trova.

Una lunga sosta, magari per consumare il nostro triste panino, serve per immergersi nel mondo fatato del “Lago”. Scazzamuridd è certamente lì e sta aspettando il momento per sgraffignare qualcosa da mangiare.

Non gliene abbiamo dato il tempo: le nostre provviste erano esaurite in pochi minuti !

Ci incamminiamo verso la Grave di Marianna e poi per un affascinante fuori pista di circa un chilometro, prima di ritrovare la striscia asfaltata.

Anche questa conserva una bellezza particolare !

Qualcosa si muove alla nostra destra !

E’ qualcosa di piccola taglia che corre nella vegetazione !

“E’ senza dubbio Scazzamuridd !”

…ed invece no…

Un cinghialetto striato corre disperato cercando rifugio nella vegetazione più fitta.

Prima che la madre venga fuori a rimproverarci per aver disturbato il suo pargolo, acceleriamo il passo.

Ancora un po’ di asfalto ed eccoci in discesa nel selvaggio Vallone di Cacatosto.

Il nome, non occorre rimarcarlo, ha veramente poco di poetico !

Vi assicuro però che è un vallone di una bellezza dirompente.

E’ l’essenza della Foresta Umbra, è la lenta discesa in un ambiente integro e lussureggiante.

Sono pochi chilometri ma diventano piacevolmente lunghi a causa delle continue fermate.

Le tantissime fotografie sono solo una scusa per protrarre il godimento.

Al termine di questo vallone ecco apparire una spianata. E’ il nostro punto di arrivo.

Ci sono tavolacci e panchine e, ad attenderci, c’è lui, imponente : il faggio gigante.

E’ il più grande del parco.

E’ d’obbligo per rendergli omaggio, ma anche in ricordo di quante volte ci sono stato con Vittorio, fare un bel brindisi con un primitivo nerissimo.

Ed ecco che Scazzamuridd si vendica con uno dei suoi dispetti !

Riempiamo i nostri bicchieri e iniziamo a sorseggiare…l’aceto !

Il vino era andato, Scazzamuridd aveva colpito ! Almeno, così credeva lui !

Ma ecco un “piano B”

Tiriamo fuori una seconda damigiana che contiene invece un primitivo davvero delizioso !

Alla nostra ed alla faccia sua !

Mentre il tramonto inizia a bussare, ci riorganizziamo per il rientro.

Non abbiamo visto Scazzamuridd, non siamo riusciti a rubargli il cappello, non ci ha regalato le sue ricchezze…ma ne siamo proprio sicuri ?

Non ci sono monete d’oro che possano ripagare la bellezza e le emozioni vissute.

C’è ancora qualcuno disposto a sostenere che non abbiamo camminato con Scazzamuridd ?

Un passo sulla neve

…e poi un altro, ed un altro ancora…

E’ indescrivibile la sensazione di quiete che si prova ogni qualvolta lo scarpone (con o senza ciaspole) affonda nella neve vergine.

Conosco abili camminatori che provano repulsione per questo gesto poiché, a loro dire, sembra quasi voler profanare qualcosa di perfetto che la natura, seppure temporaneamente, ha disegnato.

Posso solo dir loro che, restando fermi in tale convinzione, rifiutano di provare l’emozione di assorbire il silenzio e la pace che questo semplice gesto naturale diffonde nel corpo e nell’anima.

Affrontare una distesa di neve vergine significa ripristinare un equilibrio psico-fisico e ritrovare la sensazione ancestrale del tracciare un solco.

Il lento affondare nella coltre stimola ad ascoltare il leggerissimo scrocchiare della neve sotto lo scarpone ed il magico silenzio dell’ambiente circostante.

Camminare dove solo volpi, lupi, cinghiali, lepri e camosci hanno lasciato traccia del loro passaggio vuol dire ascoltare le pulsazioni del cuore degli abitanti di questi luoghi, coglierne le paure e le necessità di sopravvivenza.

Tutto questo mentre il sole, nascondendosi tra i maestosi faggi, lascia che i suoi raggi penetranti si riflettano sul bianco gelido.

Un gioco di luci, colori, silenzi che non si vorrebbe mai smettere di vivere.

Non ha importanza se il fisico lavori di più per spostarsi in modo inusuale e spesso poco agevole.

Il corpo si fonde con l’ambiente in ogni istante. Ogni passo è una preghiera naturale affinchè questo magico splendore non abbia mai fine.

La difficoltà nell’individuare il percorso esatto diventa quasi un gioco.

Se poi la giornata ti riserva un cielo azzurro ed una temperatura che diventa ancor più confortevole con la fatica della salita, e decidi di affrontare il cammino in maglietta a maniche corte… riesci a gustare anche la sensazione di una piacevole follia.

Il Monte Alpi, che domina con la sua doppia cima il paesino di Castelsaraceno, è tutto questo.

Ma anche molto di più !

Il Monte Alpi non è una montagna semplice e non perde occasione di fartelo notare a più riprese.

La coltre di neve fresa adagiata su una distesa compatta di ghiaccio, fin dall’inizio ci fa capire che,oggi, sarà molto difficile arrivare fino in vetta.

Solo la caparbietà di ingordi camminatori ci spinge ad avanzare ancora…forse dopo sarà più semplice !

Forse sì o forse, molto più probabilmente, no!

La salita “tira” sempre di più e aprire la strada diventa sempre più faticoso.

Le gambe iniziano ad indurirsi e a protestare.

Il fiato chiede tregua.

Conficco con forza la punta delle ciaspole creando una sorta di gradino sperando che i denti metallici si aggrappino al ghiaccio nascosto.

Sempre più spesso, però, a due passi in avanti ne corrisponde uno indietro.

E lì che inizia una lotta silenziosa. Caparbietà, fatica, timori, buonsenso, coraggio iniziano una danza frenetica intrecciandosi ripetutamente.

Quando la pendenza inizia ad essere ancor più insistente ed un passaggio ci impegna per circa trenta minuti, la saggezza e la lucidità ci consigliano di ritornare sui nostri passi.

E’ a quel punto che i venti metri di corda che mi accompagnano in ogni escursione trovano il loro momento di gloria. Un capo avvinghiato ad un solido faggio e l’altro nelle mani di un volontario. In mezzo le mani dei camminatori che trovano in quel sottile appiglio la speranza di non scivolare, con conseguenze che sarebbe meglio non provare, sul ripidissimo pendio ghiacciato.

Chi cammina sa bene che non si tratta di una sconfitta (solo uno stolto potrebbe pensarlo); l’appuntamento è solo rinviato a quando le condizioni saranno migliori,

La montagna è lì e non si sposta. E’ sufficiente ritornarci alla prima occasione possibile !

Un panino, un sorso di vino rosso fatto in casa, un pezzetto di dolce, un liquore artigianale… diventano un pranzo nuziale.

La giornata, comunque, non può terminare così !

La cauta discesa ci offre la luce del tramonto che cambia l’aspetto di quei luoghi che avevamo da poco attraversato…

Diventa piacevole inoltrarsi in una diramazione che ci farà certamente allungare la via del rientro.

Appaiono magicamente le cime del Pollino, del Volturino, del Calvelluzzo, del Sirino.

Bianche, selvagge, lontane.

Sembrano voler salutare ed inviare un invito a ritornare presto.

Intanto ti accorgi di essere arrivato alla fine del cammino.

Anche in quel momento però ti accorgi che non può terminare così.

Una sosta nel baretto del paese per un caffè o un the caldo ed una chiacchierata con i tuoi compagni di escursione.

Eh già ! I compagni di escursione.

E’ indispensabile che il gruppo con cui cammini sia affiatato ed in grado di condividere pienamente le tue sensazioni. E’ indispensabile essere insieme ad ottimi camminatori.

Ed io, questa compagnia, anche oggi, sul Monte Alpi, l’ho avuta !

Quando domani…

Il momento dell’escursione è la realizzazione di un desiderio, è la dimostrazione di essere vivi, è l’esplosione di emozioni…ma…

C’è un ma; anzi ! Ci sono una serie di “ma”.

Il giorno dell’escursione è anche il termine di un rito che dura giorni. Almeno, così è per me da tanti anni.

L’escursione inizia nel momento in cui si progetta dove andare: scegliere il periodo ed il luogo giusto.

Già da giorni prima inizio ad immaginare come potrà essere quel luogo, in quella stagione ed in quell’orario.

Come se non bastasse inizio a documentarmi su fatti, località, toponimi, leggende che caratterizzano il luogo dove ho deciso, per quella giornata, di moltiplicare i miei passi.

Non è mai una scelta facile. Anche se conosco bene quel territorio, mi rileggo la cartina per memorizzare ogni più piccolo dettaglio.

Se invece è un itinerario nuovo…allora le emozioni iniziano proprio nel momento in cui traduco le distanze, le curve di livello ed ogni indicazione che la cartina mi fornisce.

Il mio cammino inizia in quel momento perchè provo ad immaginare ciò che mi aspetta.

Può sembrare farneticante ma è fondamentale immedesimarsi nel posto dove camminerò !

Serve per poter vivere appieno il momento “fisico” dell’escursione, apprezzarne i colori, profumi e la storia.

In realtà serve anche ad altro…ma ne parliamo dopo !

La fase successiva è : andarci da solo o in compagnia ?

Nel primo caso dovrò fare i conti solo con me stesso.

La seconda eventualità presenta, invece, alcune problematiche.

Sarà infatti fondamentale essere estremamente chiari nei confronti di chi deciderà di partecipare all’escursione, per far sì che si presentino meno problemi possibile. E’ fondamentale che il gruppo sia omogeneo per capacità e motivazioni.

Questo vale sia che l’escursione programmata appaia semplice oppure complicata.

Per essere chiari : è deleterio permettere ad una persona poco allenata o alle prime armi di partecipare ad una escursione che richiede impegno ed esperienza. Così come è altamente controindicato proporre a chi desidera “emozioni forti”, una facile passeggiata di pochi chilometri.

La buona riuscita di un’escursione inizia proprio dalla capacità di rispettare ciò che si è proposto e le aspettative che si sono create.

Ovviamente esistono sempre gli imprevisti…non stiamo salendo su una giostra !

Ma l’imprevisto, a volte, è il sale dell’escursione.

Il giorno precedente è quello dedicato ad approntare l’attrezzatura.

Occorre controllare con cura lo zaino, le batterie di GPS, radio e fotocamera, cibo ed acqua, cartina…

La notte che precede l’escursione, spesso, è un misto di aspettative e di timori.

Il risveglio è sempre esplosivo. Tutte le operazioni si svolgono ad un ritmo rapido e meticoloso al tempo stesso.

Il viaggio serve a “creare” il gruppo; anche , magari, con una sosta per un caffè.

L’escursione è “solamente” la parte terminale di questo processo. Anche se è ovviamente la parte fondamentale.

Ciò che accomuna ognuno di questi momenti è anche un altro fattore.

Questo fattore è anche la risposta a chi costantemente mi chiede : “Ma non hai paura ?”

La risposta è semplice . “Sì !”

Aver paura è naturale, non è motivo di vergogna. E’ la reazione umana all’imponderabile.

Leggere attentamente la cartina, durante la fase di studio, genera “paura”. “Riuscirò a trovare quella traccia ?” , “Riuscirò ad uscire indenne da quel fuori pista nel bosco ?”, “Quel versante non sarà troppo ripido ?” “Se qualcuno si sente male o il tempo peggiora, quale sarà la miglior via di fuga ?”

Questi e tanti altri interrogativi mi affollano la mente. Follemente non generano tensione ma adrenalina e moltiplicano le aspettative per il momento del cammino!

“Tizio è idoneo per fare questa escursione ?”, “Potrò permettere la partecipazione ai bambini ?”

Sono interrogativi molto delicati a cui è bene dare fermamente una risposta. La sicurezza del gruppo è fondamentale, quindi, anche a costo di sembrare troppo duro, bisognerà essere decisi nel negare la possibilità di partecipare a chi non è ritenuto all’altezza.

Alla domanda “Posso portare il mio cane ?” la risposta è certamente “NO !”. Mi piacciono gli animali ma la paura di incontrare un animale selvatico sul percorso è forte e la presenza di un cane nel gruppo potrebbe portare a situazioni di estremo pericolo.

La paura di non aver caricato le batterie di riserva o di non avere tutta l’attrezzatura necessaria è strisciante e mi martella continuamente.

C’è poi la paura del viaggio. Il pericolo di un imprevisto, un incidente o di trovare la strada impraticabile…

Finalmente arriva la paura del primo passo.

Ripeto : non è cosa di cui vergognarsi !

Ho imparato in tutti questi anni che, mettendomi in discussione in ognuna di questa fasi, riesco a tenere altissima la soglia dell’attenzione. Questo mi ha permesso, fino ad oggi (facciamo gli scongiuri), di tenere in escursione un livello di sicurezza molto elevato.

Ad ogni buon conto il grande Walter Bonatti diceva che “ Il pericolo è quando si ha troppa paura o quando se ne ha troppo poca”. Le sue scelte in tema di alpinismo estremo lo hanno dimostrato.

Possiamo quindi affermare che la “paura” è un ingrediente fondamentale di un’escursione !

C’è però una “paura” di cui ho davvero…paura !

Non è l’immaginare il momento in cui potrei realizzare di non riuscire a tornare più a casa (questo in realtà mi è già accaduto…).

E’ qualcosa di più angosciante.

Quando domani, non sarò più in grado per malattia o vecchiaia, di far muovere le mie gambe lungo una sterrata, su un ripido pendio, su una cresta stretta, all’interno di un corso d’acqua, in un bosco fitto…

Quando domani i miei occhi non saranno più in grado di leggere una cartina o di apprezzare la bellezza che mi circonda…

Quando domani le mie gambe faranno fatica a scendere dal letto…

Quando domani i miei polmoni razioneranno l’ossigeno …

Quando domani il mio cuore non pomperà più a sufficienza …

Scusatemi ma questa non è paura. E’ terrore !!!!

Io non so se saranno sufficienti i ricordi a portarmi su una vetta, a camminare nella neve, ad isolarmi dal mondo all’interno di una foresta di faggi.

Non lo so perchè non so se questi ricordi genereranno sollievo o rimpianti.

La cosa che parzialmente dà sollievo a questi pensieri è il fatto che finchè potrò, lo farò.

Fino all’ultimo istante.

Un Natale così

Che cosa fa il bravo escursionista nel giorno di Natale ? Cammina…mi pare ovvio !

Non sono soltanto i sensi di colpa delle abbuffate che mi spingono a calzare gli scarponi anche oggi.

Certamente non sono i -3° camuffati da un sole pieno e dalla assenza di vento.

Razionalmente avrei dovuto starmene davanti al camino con un buon bicchiere di teroldego, ma…

C’è una voglia irrefrenabile di vivere questo giorno di Natale camminando.

Non ho idea neppure di dove potrò arrivare; la strada per il rifugio Graziani è bloccata alle auto a causa di numerosi lastroni di ghiaccio. Troppo lungo e monotono sciropparsi chilometri sull’asfalto (seppure innevato).

E come se non bastasse c’è Carmela che mi chiede ripetutamente : “Ma dove andiamo ?”

Quando le ho risposto “Non lo so. Camminiamo e si vedrà “, le ho letto uno sguardo di odio. Non sta bene a Natale !

Allora andiamo verso la Valle degli archetti.

Se non troveremo molta neve, decideremo più avanti se arrivare a Bocca di Navene.

Intanto il mio zaino (notoriamente molto pesante) si arricchisce di una nuova zavorra : le ciaspole.

Non credo che serviranno ma è sempre meglio portarle.

Sul versante Sud la neve è davvero scarsa, ma dopo non lo so !

Ci muoviamo in un silenzio irreale in un bosco di faggi lungo una comoda pista forestale.

Il sole filtra prepotente cercando di riscaldare i nostri muscoli ancora gelidi.

Non c’è anima viva ! Anzi no ! Un rumore improvviso alla mia sinistra mi dice che abbiamo disturbato qualcuno.

Una coppia di caprioli che si stava abbeverando in un corso d’acqua che abbiamo appena attraversato, corre impaurita in cerca di un riparo.

Sono combattuto dal rimorso di averli disturbati o dall’entusiasmo che trasmettono fuggendo agilmente sulla neve. Saltano con le loro zampe esili mettendo in mostra l’inconfondibile culo bianco.

La poca neve scricchiola sotto i miei scarponi e mi accorgo (come spesso accade ai camminatori) di essere circondato da tanti volti noti. Sono voci e sorrisi che arrivano dal passato.

Vedo mio padre, i miei nonni, zii e zie … che hanno voglia di camminare con me in questa mattina di Natale.

Penso e ricordo.

Mi vengono in mente i Natali passati e cerco di resistere alla sensazione della nostalgia.

Inizia la salita e qui, sul versante nord, la neve è molto più abbondante. Non occorrono comunque le ciaspole e mi rendo conto di aver iniziato le serpentine iniziali della Valle degli Archetti.

Quella pista porta a Bocche di Navene…ma non ho informato Carmela.

Vedo che cammina di buona lena utilizzando la traccia che ho scavato. Mi rendo conto che può affrontare quella fatica.

Mentre le mie gambe si muovono istintivamente su quell’itinerario che ho percorso tante volte, mi vedo piccolo, con un Gesù Bambino in mano.

La processione che si faceva in casa rivive. Le candele tremolanti iniziano a perdere qualche goccia, scottando le mani.

Il canto ! Sento anche quello : “Tu scendi dalle stelle…”.

Vedo il grande albero addobbato ed il presepe in cartapesta realizzato dal nonno.

Sento anche l’inconfondibile odore !

Maledetta nostalgia !

Quel tempo è andato, quei volti anche.

La salita termina e c’è da attraversare la striscia d’asfalto che si è trasformata in una pista di pattinaggio.

Il rifugio è chiuso. Porte e finestre sono sigillate con lastre di acciaio.

Ma siamo arrivati fino qui e non ho intenzione di perdermi il panorama.

Il lago di Garda si stende ai nostri piedi. Una serie di cime nitide ed imbiancate lo circondano.

Il Carè Alto, l’Adamello ed il Brenta sono lì. Enormi e silenziosi.

Cerchiamo di mitigare il freddo mangiando un mandarino.

Ed ecco riaffiorare i ricordi. Il freddo che veniva combattuto con il braciere, una mostruosa stufa elettrica e, entrando nel letto, una borsa di acqua calda.

Le cartelle della tombola erano lì sul tavolo.

Quanti anni avranno ? E quanto saranno stagionati i fagioli e le fave che utilizziamo per segnare i numeri estratti ?

“E’ uscito il 27 ?”

“ Sessantaquattro ! Non settantaquattro !”

“ Chi ha fatto il terno ?”

“Tombola !”

Tra qualche giorno arriveranno i regali. A questo proposito rifletto sul fatto che da noi, i regali, non li portava Babbo Natale ma la Befana. Una vera sfiga ! Potevamo goderci i nostri giochi per pochissimo tempo prima di ritornare a scuola !

Il freddo è tanto. Resterei ancora lì per ore, ma mi rendo conto che Carmela è arrivata al limite della sopportazione.

Riprendiamo il nostro sentiero e lo percorriamo a ritroso.

Dopo un’oretta di cammino però mi vien voglia di deviare per Malga Fos-ce.

Si sale ancora. A tratti la pendenza è molto forte.

Non la sento, ma so che Carmela avrebbe voglia di bestemmiare. Non si fa così il giorno di Natale !

Dopo le ultime roccette ecco apparire il rifugio al centro di un pianoro innevato.

Ovviamente anche Fos-ce è chiuso.

Un bel tavolo in legno con due comode panche ci ricorda che abbiamo da consumare il nostro pasto. Panino con gorgonzola e pomodori ! Ricco pranzo di Natale.

L’aria è ferma ed il sole insiste.

E’ bello chiudere gli occhi e catturare il calore.

Mi accorgo che il vero calore non è quello che sento sul viso.

Ora ho capito.

Non è nostalgia ! E’ un piacevolissimo senso di benessere. Una gioia intensa.

I ricordi mi hanno fatto capire che quei momenti non erano importanti solamente quando sono stati vissuti.

Il vero dono di Natale che arriva da quegli anni lontani, sta nel fatto che, quei momenti, continuano a regalare felicità ancora oggi.

Mi rendo conto che sto condividendo l’attualità con le persone che non ci sono più, con quello che non sono più io, con chi è invecchiato.

I momenti sono importanti anche e sopratutto per quello che lasciano e che non può e non deve essere cancellato.

Il vero senso del Natale sta proprio in questo: riuscire a capire e ad apprezzare ciò che davvero più conta nella nostra vita.

L’impegno è quello dunque di riuscire a trasmettere queste sensazioni permettendo che possano attraversare il tempo senza alterazioni.

Mentre percorrevamo quegli ultimi chilometri che ci separavano dall’auto provavo una gioia esaltante.

Era la vera felicità per aver vissuto un Natale così.

Il Treno Fantasma

Mi accade sempre !

Ogni volta che mi capita di camminare sulla tratta ferroviaria dismessa che univa Abriola a Pignola, accade inevitabilmente che le mie gambe si inoltrino in un passato nebuloso.

Non è sufficiente la vegetazione fitta, il vento teso e gelido o l’umido penetrante a distrarmi da questi pensieri che si perdono inesorabilmente in uno spazio lontanissimo.

Anzi !

Sembra addirittura che tutti gli inconvenienti presenti sul percorso amplifichino questa sensazione di slittamento temporale !

Quando i miei scarponi iniziano a calpestare quella che fu una fila di traversine, sento spuntare dalle rocce e dagli alberi volti e voci provenienti da tempi lontani !

Fantasmi ?

Non penso e comunque se così fosse non sarebbero così spaventosi come li raccontano !

E’ una giornata fredda di autunno inoltrato. A volte un raggio di sole tenta inutilmente di riscaldare uomini, piante ed animali. La foschia a fondo valle ed alcuni nuvoloni in lontananza non lasciano presagire una bella giornata.

Vedo una giovane e pallida contadina avvolta in abiti neri con in braccio un bimbo di tre o forse quattro anni. In silenzio salgono con qualche difficoltà su questa stretta carrozza che puzza di fatica e miseria. A pensarci bene non è “puzza” ma più semplicemente l’odore della speranza e della dignità di passeggeri silenziosi.

Con gli occhi semi-chiusi un uomo, dall’età indefinibile, stringe una valigia di cartone. I solchi sul viso sono parzialmente coperti dalla barba. Di qualche giorno, direi.

Un uomo, abbastanza giovane, lancia uno sguardo assente fuori dal finestrino. Vede boschi ricchi di giallo e rosso. Vede montagne silenziose. Sono così diverse da quelle dove ha visto morire tanti suoi compagni. Queste montagne sono buone ! Non ci sono trincee, fili spinati, mortai spietati. Non si può sentire l’urlo martellante della mitragliatrice. Eppure lui sente ancora le raffiche di proiettili, le esplosioni dei colpi di mortaio o degli enormi Skoda 305 millimetri. Vede ancora i corpi straziati dei suoi coetanei adagiati sui fili spinati. …e le urla ? Già ! Non riesce proprio a dimenticarle. E guarda con insistenza su quei rilievi in cerca di qualcosa che gli regali finalmente un po’ di pace. Riuscirà a dimenticare ?

Una lunga e buia galleria interrompe il suo incubo.

Una donna anziana con il volto di chi ha visto tanto (o troppo) nella propria vita attende di poter scendere alla fermata più vicina al cimitero. Quello di fare visita al marito deceduto oramai da più di venti anni è l’unico diversivo di una esistenza lenta e silenziosa.

Un signore ben vestito con una valigetta nera cerca di catturare con lo sguardo un raggio di luce che ha trapassato nuvole ed alberi. Deve essere un uomo importante : ha addirittura un orologio nel panciotto !

E’ il medico del paese che si reca a far visita a Peppino che è afflitto da innumerevoli mali ma si ostina a lavorare la terra e a vivere in solitudine in una baracca isolata.

I vagoni attraversano una curva su un ponte con altissime arcate offrendo prospettive e panorami unici.

Il treno si ferma, appena prima di una galleria, ed il macchinista scambia una chiacchiera con un uomo che era alle prese con la cottura del pane in un piccolo forno accanto alla casa cantoniera. Il profumo del pane arriva e risveglia il bambino che sgrana occhi e … naso.

Il medico comprende ed acquista un bel pezzo di pane caldo e profumato. Lo taglia e lo distribuisce ai passeggeri.

Appare come per incanto un passeggero di cui nessuno si era accorto; era il prete che andava a Potenza. Non rifiuta certamente quel pezzo di pane… lui procura solo il pane per l’anima !

Quel pezzo di pane riesce a trasformare il silenzio angosciante dei passeggeri in un momento di felicità suprema !

I miei scarponi procedono avvolti tra i rovi.

Cammino in un’esplosione di rosa canina e di agrifoglio.

Il vento fortissimo rallenta il mio passo e forse anche quello della piccola locomotiva che già arrancava di suo su questa salita.

Il sole proietta sulla sterrata la staccionata ricreando magicamente le antiche traversine.

La galleria lunghissima che passa sotto la Sellata è stata murata per evitare utilizzi inopportuni e pericoli vari.

Lascio gli antichi viaggiatori per un po’ di tempo.

Mi tocca risalire la ripidissima stradina asfaltata (ma come fa a reggere con quella pendenza ?), mastico un panino con la frittata prima di lanciarmi a capofitto sulla discesa che attraversa un fitto bosco di faggi.

Dopo qualche minuto appare la stazione della Sellata dove incrocio nuovamente il treno fantasma.

Il sentiero (una volta strada ferrata) si stringe sempre più. Sembra voglia trattenere i passeggeri su quel percorso.

La vegetazione, approfittando di decenni di abbandono, ha riconquistato quasi ogni spazio.

Solamente con un gran lavoro di cesoie, tanta ginnastica e fiumi di bestemmie irripetibili si riesce ad attraversare quella selva fittissima.

Quel procedere ancora più lento fa andare nuovamente il pensiero a quegli antichi viaggiatori e… mi scappa una considerazione.

Quel treno non trasportava solo degli esseri umani ma accompagnava i loro sogni, dolori, fatiche verso quello che speravano fosse un futuro migliore.

E’ passato quasi un secolo ed ancora oggi i poveri Cristi affidano le proprie esistenze ad un treno.

Che cosa è stato fatto per migliorare la vita di questa gente tanto umile quanto orgogliosa?

A giudicare dai volti che affollano le stazioni del giorno d’oggi, nulla !

Il progresso ha dato la possibilità di trasportare sogni, dolori, fatiche solo più rapidamente.

E forse più lontano.

Non è cambiato quasi nulla per questa gente !

La loro forza resta ancorata alla semplicità, alla caparbietà, all’orgoglio che i Lucani si tramandano da tempi antichissimi.

Mi accorgo che i pensieri stanno viaggiando molto lontano e che sarebbe riduttivo affidarli alle poche righe di questo racconto.

Raccolgo le mie energie fisiche e mentali per accompagnare il gruppo al punto d’arrivo (prima che i miei amici camminatori inizino ad avere intenzioni bellicose nei miei confronti…)

Prima di rientrare a Bari ho solo bisogno di un thè bollente per riscaldare le ossa.

Il cuore no…a quello ci hanno già pensato i passeggeri del treno fantasma.

Perchè fai trekking ?

Questa è la tipica domanda che mi sento rivolgere da diversi anni. Solitamente chi mi chiede una cosa del genere, non ha avuto esperienze di questo tipo. Anzi, a volte, la domanda è accompagnata da un sorrisetto di commiserazione. Sembra sottintendere “povero sciocco, chi te lo fa fare”.

In realtà molte altre volte, quando scorgo nei loro occhi un luccichio sospetto, sono solamente curiosi di conoscere un mondo ignoto.

In entrambi i casi non riesco comunque a dare la risposta che vorrei. Ed allora prendo penna e calamaio, pardon , tastiera e monitor ed una volta per tutte chiarisco il mio pensiero !

Io non faccio trekking !

O meglio, l’ho fatto solamente qualche volta .

Spesso ci lasciamo prendere dalle parole anglo-sassoni senza neppure sapere che cosa significhino realmente; allora sfato un altro mito.

La parola “Trekking” non ha origini inglesi !

Trekking deriva dal termine afrikaans “trekken”.

Il significato è (all’incirca) : camminare lungo i solchi dei carri trainati da buoi.

E’ evidente quindi che “trekking” si riferisca a lunghi cammini, di più giorni e con più tappe.

Ciò che faccio io ( e la stragrande maggioranza delle persone che crede di “fare trekking”) è invece “escursionismo”.

Un termine italianissimo di cui andare orgogliosi. Faremmo bene, anziché riempirci la bocca di termini inglesi, riappropriarci anche delle nostre origini linguistiche.

La nostra lingua non ha nulla da invidiare alla lingua britannica !

Anzi, se ci pensate bene, è l’evoluzione della lingua madre: il latino.

Ed allora …avventuriamoci a capire che cosa è questo “escursionismo”.

Deriva dal latino ex-currere. Il suo significato originale è proprio quello di “andare, correre fuori”. Allontanarsi dalla propria abitazione per conoscere qualcosa “fuori”.

Tale significato si è però, nel tempo, trasformato.

Il termine “escursione” è diventato un termine militare che celava significati tristi collegati a sangue e lutti.

E’ diventato sinonimo di “scorreria”.

Questo fino al 1800.

Ne abbiamo traccia su un testo di Venerio Orlandi del 1875 : “Saggio di Studj Etimologico-critici”.

ESCURSIONE. So bene che presso il latini excursio ebbe anche il significato innocente di corsa, viaggio; non ignoro come i francesi in questo medesimo senso abbiano accolto nel patrimonio del loro nidioma excursion; ma quel tiranno delle lingue vive che è l’uso, ha ristretto presso noi il significato di escursione a sola “scorreria”, e niuno che voglia acquistarsi fama di scrittore purgato può ribellarsi a tanta autorità. Eppure si ode tuttodì annunziare ne’ giornali, puta : il prof. di geologia si prepara a fare co’ suoi discepoli una escursione sugli appennini toscani; a rischio che que’ boni villani di lassù, i quali di lingua sanno più avanti un pezzo di certi scrittori, accolgano colle marre e le ronche la innocua brigata, scambiando, ingannati dal giornalista, in orda di barbari una comitiva di galantuomini, benefattori dell’umana società !

Al termine del 1700 si iniziò ad affermare una attività che portava gli uomini ad avventurarsi in terre sconosciute, in boschi se non (addirittura !) su alte montagne.

Tutti questi luoghi infatti venivano visti con grande timore. Le leggende vedevano l’ignoto popolato di demoni e di terrore.

I primi coraggiosi avventurieri (fra i quali molti geologi) che avevano affrontato le montagne, iniziarono a raccontare le proprie imprese ad un pubblico (quasi terrorizzato) sempre più numeroso.

Fu quindi agli inizi dell’800, con l’affermazione della prima letteratura di viaggio e di montagna, che il significato di “escursionismo” ritornò ad assumere lo spirito primordiale. Questo passaggio è brillantemente ed esaurientemente spiegato in “Come le montagne conquistarono gli uomini” scritto da Robert Macfarlane nel 2003.

Oggi quindi, il significato, è proprio quello che vollero dare i nostri progenitori latini : andare fuori, in zone sconosciute, allontanarsi dalla propria abitazione.

La spiegazione la può dare Leonardo da Vinci con l’affermazione :

Che ti move o omo ad abbandonare le proprie tue città , a lasciare li parenti ed amici, ed andare in lochi campestri per monti e valli, se non la naturale bellezza del mondo ? “

Ecco : io faccio “escursioni” !

Chiedo un solo piacere : non chiamatele “gite” !

 

Potremmo chiudere qui queste considerazioni se non si affacciasse alla mente quella vibrazione che sistematicamente continuo a provare mentre le mie gambe accumulano passi e fatica.

Nello stesso momento sento i più ostinati che continuano a chiedere : “Si, vabbè ! Ma perché fai escursionismo ?”

La risposta sta tutta in quel riflesso condizionato, in quella scossa, in quella linea sottile che congiunge le gambe ed i polmoni agli occhi ed al cervello.

Mi accorgo quindi di soffrire (oramai da tempo) di una dipendenza inguaribile da queste fatiche !

Il latino mi viene nuovamente in soccorso !

Emozioni . Da ex movère. Muovere fuori, smuovere.

Ma guarda che strano: sembrerebbe lo stesso significato di ex currere !

Sembrerebbe, ma non lo è. Anche se nel nostro caso è indissolubilmente collegato.

Questo “muovere fuori” stavolta non si riferisce al movimento fisico, quanto invece allo smuovere l’anima.

Le emozioni sono il vero cibo dell’escursionista. Senza quella scintilla che scocca nell’anima, le escursioni sarebbero degradate a puro esercizio fisico. Un movimento meccanico e ripetitivo; l’equivalente di andare in palestra.

Durante il cammino invece solo un essere con un cuore arido non riesce a provare l’emozione per uno scorcio, per un fiore, per un animale, per un profumo, per il senso di solitudine o per l’impressione di essersi perso. Un’emozione può essere anche la nebbia, la pioggia, la neve, il vento, il freddo !

La scintilla può accendersi per il buio o per l’impressione di vivere la storia.

E’ meglio fermarsi qui … sarebbe troppo lungo !

Vorrei aggiungere una sola considerazione.

C’ è anche un’altra emozione che si aggiunge a quelle che si possono vivere durante il cammino : quella di poter far vivere tali emozioni anche agli altri.

E’ per questo che il carburante diventa inesauribile !

Aver potuto condividere le mie emozioni, in tutti questi anni, con migliaia di compagni di cammino, è stata la molla che mi ha spinto ad andare oltre.

Ho pensato che avrei dovuto trovare un sistema per poter far vivere questa sensazioni anche a chi non può (per le più svariate motivazioni) seguire…le orme lasciate dai miei scarponi.

Da tanti anni ho provato a condividere le mie escursioni, traducendole in immagini.

Migliaia di foto; non importa se possono essere considerate belle o no. Sono gli occhi e la memoria di quel momento.

Il problema è che “quel momento” l’ho vissuto solamente io e chi c’era con me !

La fotografia non è sufficiente a trasmettere quell’emozione. La fotografia non ha profumo, non ha caldo, non ha freddo. Non è stanca.

E’ per questo che, da qualche anno, ho iniziato a raccontare le mie escursioni e le mie emozioni. Per questo devo ringraziare Vittorio che mi ha dato lo stimolo giusto e impagabili suggerimenti.

Ho pensato a gente che, come mia madre, non calzerà mai un paio di scarponcini e non metterà mai uno zaino in spalla. Se riuscirò nell’intento di far vivere queste emozioni anche a chi non è un escursionista, allora vuol dire che sarò riuscito a raggiungere il mio scopo.

Intanto sono certo che molti escursionisti ritroveranno in ciò che scrivo, quello che hanno vissuto e che continuano a vivere.

Ora ho da risolvere un’ultima questione: la domanda iniziale.

  • Perché fai trekking ?

Abbiamo appurato che, siccome non “faccio trekking”, la domanda deve essere riformulata così :

  • Perché fai escursioni ?

Se non è stato chiaro ciò che ho scritto fino ad adesso, risponderò in modo molto sintetico :

“Ex currere = ex movère”

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I Custodi del Tempo

Lo sapevo.

E lo sapeva anche la dozzina di audaci scarpinatori che avevano deciso di seguirmi questa domenica.

La fatica sarebbe stata tanta ma sarebbe stata ampiamente ripagata.

Mi hanno seguito “sulla fiducia” !  Sapevo bene però che sarebbe stata una giornata ricca di emozioni !

Sveglia presto, anzi prestissimo.

Circa tre ore di viaggio ricche di aspettative. Terranova del Pollino…non è proprio dietro l’angolo !

Scarponi calzati in un amen. Zaini in spalla. Una voglia di vivere che non poteva certo arrendersi sulla prima salita !

Il lago Duglia ha assistito silenzioso, forse un po’ infastidito dal vociare (sebbene controllato) che andava ad alterare il magico silenzio di quel luogo a 1375 slm.

Poco dopo, la salita, comincia a dettare i tempi inerpicandosi in un fitto bosco e lasciando un attimo di riposo al Lago Fondo. Questo angolo immerso fra le rocce, ricco di silenziosi abitanti, si lascia fotografare. Pigro.

La salita procede senza tregua fino a Pietra Castello. I pini loricati apparsi quasi improvvisamente, fanno da scenografia ai primi piani, alle foto di gruppo e agli immancabili “selfie”.

Un tratto in falso-piano lascia credere che il peggio sia passato.

Ed invece no : la pendenza riprende inesorabile ma (miracolo) sembra non pesare più !

Il bosco fitto e muto ci incita a continuare e, anch’esso, inizia a promettere splendide sensazioni !

I grandi faggi e gli abeti bianchi ci assistono nella fatica.

Una rampa ripida e sassosa ci scaraventa improvvisamente alla Grande Porta.

Uno spettacolo nuovo si apre ai nostri occhi : il grande pianoro fa da palcoscenico alla distesa di Pini loricati, alle vette del Monte Pollino, di Serra del Prete ed ai rilievi lontani, nascosti da una fastidiosa foschia. E’ facile riconoscere le sagome del Monte Bulgheria e del Coccovello, affacciati sul Golfo di Policastro.

Dopo una breve pausa per riprendere fiato, non può e non deve mancare una religiosa visita a Zi’ Peppe che dorme adagiato su un fianco, colpito a morte dalla mano idiota di un vandalo.

Neppure il fuoco ha scalfito la sensazione di grande potenza che, ancora oggi, esplode da quei resti scheletriti !

La lunga distesa dei Piani di Pollino dà una breve tregua alle nostre gambe che, ben presto, si trovano ad affrontare una nuova faticosa salita.

Ma adesso è diverso : l’adrenalina generata dalla vicinanza fisica dei tantissimi Pini Loricati ci spinge fino alla prima vetta di Serra delle Ciavole : 2127 metri da cui si dominano le valli circostanti. La Timpa di San Lorenzo e le ripide pareti delle Gole del Raganello sono lì, sotto di noi. Si riesce a distinguere l’arco del Golfo di Taranto.

Non è ancora finita.

Saliamo sulla seconda vetta di Serra delle Ciavole (di 3 metri più alta della precedente), aggirando il difficile gradino di roccia. Affrontiamo l’ultima salita fra roccette e ginepri spinosi.

La sensazione è molto diversa : ci rendiamo conto di essere in un non-luogo.

E’ una dimensione senza tempo.

Maestosi giovani Pini Loricati continuano l’opera dei loro antenati : in un silenzio spettrale custodiscono da secoli il tempo, che qui assume logiche diverse.

Fieri e contorti vigilano anche sui resti dei loro predecessori che, rinsecchiti, giacciono spesso al suolo. Altri, ancora in piedi, resistono ostinati alla morte.

 

Queste figure spettrali sembrano improvvisamente prendere vita, danzare, avvinghiarsi, cercare un tuo abbraccio…

E’ difficile, se non impossibile, descrivere la bellezza di questo luogo e di questo momento !

Si riesce a palpare l’anima di questi “cavalieri templari”, si respira aria di libertà, si ascolta il fragore del silenzio. Occhi e cuore immagazzinano voracemente ogni piccolo dettaglio, ogni riflesso, ogni scorcio…e non ci si accorge che la fatica è , d’incanto, scomparsa !

La discesa racconta di gente felice, di emozioni custodite gelosamente, di respiri intensi e di animi leggeri. Quindici chilometri e quasi mille metri di dislivello complessivo: sono solo dei numeri.

La parte più importante è quella che ognuno di noi conserva dentro di se’.

Forse, qualcuno, dopo questa descrizione, penserà che si tratti del racconto di chi, per la prima volta, sale in questi luoghi.

Non è così. Sono salito innumerevoli volte al cospetto dei “custodi del tempo” ma non riesco a restare indifferente alle emozioni che ogni volta riescono a regalare.

Se salissi nuovamente domani, scriverei le stesse cose !

Chi cammina ha fame

Bella scoperta !

Mi pare fin troppo ovvio che, dopo aver bruciato tante calorie, arrivi anche l’ora di rifocillarsi !

E’ altrettanto ovvio, però, che questa sia una lettura estremamente superficiale di un’affermazione tutt’altro che scontata.

Non è il caso di addentrarsi in discorsi legati alla scienza dell’alimentazione perché ci troveremmo costretti ad elencare i soliti alimenti divisi in : prima, durante e dopo.

Vi posso garantire che in nessuna delle tre possibilità si contemplano i cibi più gustosi, quelli che scatenano un’eccitazione seconda solo (e qui esagero…) alle fantasie erotiche !

Non troveremo certo i preziosi condimenti a base di soffritti, grassi, formaggi. Non sono previste idratazioni a base di primitivo, di grappe, di rosoli.

L’escursionista se ne farà una ragione e…non osserverà i consigli del nutrizionista !

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Niente paura… qualche giorno a regime e tutto rientra nella norma.

Intanto quei cibi DEVONO essere assaggiati; e il motivo è molto semplice.

Chi cammina (anche se molto spesso non lo sa) ha attivato la buona pratica della “Cultura del Territorio”.

Questa disciplina, troppo spesso dimenticata dalle scuole di ogni ordine e grado, dalle istituzioni o dagli enti preposti, è stata pazientemente curata ed alimentata (almeno negli ultimi quaranta anni ) esclusivamente dai pochi appassionati e da pochissime vere associazioni. Questi pochissimi “sacerdoti” del territorio hanno silenziosamente divulgato, raccontato, accompagnato, fotografato, archiviato, tramandato … ogni piccolo dettaglio di quella vita che riprende le voci e le tradizioni di un passato neanche troppo lontano.

Un muro a secco, una masseria, una grotta, una leggenda, un popolo: ognuno di loro ha una sua storia che merita di essere trasmessa ai camminatori di oggi e di domani. Noi siamo quelli che ci hanno preceduto e hanno voluto che diventassimo. Le nostre abitudini, i nostri atteggiamenti, i nostri desideri sono diretti discendenti degli equivalenti di secoli fa .

Anche il “mangiare”.

Ecco perché nutrirsi, per un escursionista, è sinonimo di “cultura del territorio”. Non sto certamente parlando di integratori o panini industriali ! Il mio riferimento è ai cibi che la terra offre durante le varie stagioni, consumati lì, sul posto: erbe spontanee e frutti. Ma non solo.

La cultura del territorio passa anche dai piatti semplici che furono alimento dei nostri predecessori e che oggi diventano nutrimento e cultura al tempo stesso.

Una pecora alla rizzola, un piatto di fave e cicorie, una pignatta di cicerchie, ma anche (allontanandoci dai confini murgiani) un peperone crusco, un arrosticino di pecora, polenta e luganega.

Ognuno di questi cibi va consumato RIGOROSAMENTE nella sua sede di origine. Orecchiette con le cime di rape consumate in un rifugio alpino fanno schifo e fanno ridere ! Ogni cibo ha la sua casa e la sua storia.

Solo in questo momento mi rendo conto di quanto sia pericoloso il racconto che sto facendo: se lo state leggendo prima di un pasto, probabilmente vi ho risvegliato “Alien” nello stomaco !

Allora provo ad evitarvi questo supplizio di Tantalo, invitandovi ad affrontare l’argomento da un punto di vista differente.

Fino a questo punto abbiamo parlato del cibo inteso come “carburante” (sebbene con importanti aspetti culturali) per il nostro fisico. Alimentarsi per ricostruire le forze fisiche consumate durante un cammino.

Potremmo definirlo brutalmente : Cibo per i piedi.

Se poi lo traduciamo in inglese (che mi dà un fastidio insopportabile ma che in questa occasione crea una simpatica assonanza) diventerebbe : “Food for feet”.

Potrebbe diventare addirittura una slogan pubblicitario ! Comunque non potrei averne l’esclusiva in quanto esiste già un gruppo musicale con questo nome.

E allora vi chiedo : che cosa cerca l’escursionista ? che cosa si aspetta dal prossimo itinerario ?

La risposta è molto semplice : emozioni. Sensazioni da vivere, raccontare, ricordare, condividere.

Queste sensazioni, anche nei momenti più difficili della nostra vita, improvvisamente ci riempiono il cuore. Ci aiutano ad affrontare difficoltà all’apparenza insormontabili. Ci fanno leggere gli avvenimenti da diversi punti di vista.

Queste emozioni sono la spiegazione del fatto che ritorniamo a casa fisicamente distrutti ma felici.

Non vi sembra quindi che le emozioni vissute possano essere a pieno titolo definite “cibo dell’anima” ?

Di questo alimento è vorace l’escursionista. Non smetteremmo mai di mangiarne a piene mani.

Riempire gli occhi di panorami, saziarsi di profumi, immergersi nei suoni della natura sono alimenti indispensabili per il nostro equilibrio. E non fanno neppure ingrassare !!!

Quante volte siamo partiti per un’escursione quasi sopraffatti da una preoccupazione per un problema lavorativo, familiare. Quante volte abbiamo trovato sollievo ai nostri affanni davanti ad un tramonto, al volo di un rapace, nel fitto di un bosco, fra rocce aspre, in fiumi gelidi, su infiniti pendii innevati ? Quante volte, in cammino, abbiamo affrontato con serenità una nebbia fitta o il buio pesto della notte o di una grotta ? E le scadenze di tasse, bollette e accidenti vari , che cosa sono diventate mentre abbiamo camminato in equilibrio su una cresta sottile con l’infinito ai nostri piedi ?

E se, durante un’escursione, si sono presentati pericoli improvvisi…siamo finalmente riusciti a comprendere quanto siamo piccoli, provvisori, insignificanti ?

E come definite tutto ciò se non “cibo dell’anima” ?

Anche qui, esistono ovviamente diverse difficoltà nella preparazione di questi cibi.

La preparazione di un piatto semplice ma al tempo stesso complicato, come il cinghiale in umido prevede tanti ingredienti dosati nei giusti momenti, attenzione, tempi lunghi, precisione nella cottura. Un’escursione lunga, con tanto dislivello e con qualche tratto esposto richiede le medesime cose del cinghiale in umido. Diventa quindi un cibo dell’anima che non tutti possono preparare.

Ma se io penso alla mia Murgia mi accorgo che i sentieri chiari, i dolci saliscendi, la possibilità di regolare la lunghezza del percorso, l’assenza quasi totale di punti esposti…ne fanno un cibo dell’anima per tutti. Un cibo semplice, buonissimo, popolare. Come il pane caldo, profumato, appena sfornato. Un cibo dell’anima per tutti !

Il vero escursionista sa bene come procurarsi questo cibo. E sa bene che non esistono controindicazioni. Sa perfino che può continuare a cibarsi di queste prelibatezze anche senza scarponi ai piedi o zaino in spalla.

Come ?

E che diamine ! Lo avete appena fatto.

Leggendo !

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