Il calore della neve

Puntuali ! Insieme alla prima neve fioccano in tutti i telegiornali i commenti apocalittici sugli imminenti disastri causati dal generale inverno.

Viene da ridere a pensare che fino a pochi giorni fa, sugli stessi notiziari, ascoltavamo gli allarmi legati all’emergenza siccità !

E se riavvolgiamo il nastro di qualche mese, potremo ascoltare la solita tiritera su come affrontare il caldo bevendo molto, mangiando frutta e coprendoci la testa.

Se ci pensate bene tutti questi servizi giornalistici potrebbero essere stati girati 30 anni fa e riproposti all’occorrenza per l’eternità.

Non so perchè, ma ogni qualvolta ascolto “con grande apprensione” questi scoop da premio Pulitzer, mi appare magicamente l’immagine di un anziano, anonimo contadino che sorridendo esclama : “L’acqua che non ha fatt, n’ciiil stà !”.

Tale concetto appare di difficile comprensione e dobbiamo farcene una ragione.

Ci viene in soccorso il cuore escursionistico che batte in noi, facendoci attendere e desiderare le cose più semplici e naturali: come, appunto, una fitta nevicata.

Mentre in tv, quindi, apparivano i menagramo professionisti delle sciagure climatiche, io andavo a rispolverare le ciaspole, i ramponi e le ghette.

Mentre si sceglieva la meta con Vincenzo, iniziavamo a fantasticare sulla giornata che ci aspettava la domenica  successiva.

Il problema nell’organizzare queste escursioni non risiede tanto nelle difficoltà tecniche del cammino quanto piuttosto nelle problematiche dell’avvicinamento in auto.

Notoriamente le nostre strade (e per nostre non intendo solo la Puglia, ma anche la vicina Lucania), in queste circostanze, non vengono mai ripulite tempestivamente e, per la serata del sabato, era prevista una nuova copiosa “terrificante” nevicata.

A questo problema legato alla logistica se ne aggiunge un altro, atavico, sulla sistematica indisponibilità o inadeguatezza delle autovetture dei partecipanti.

La scelta è quindi ricaduta sul Monte Calvelluzzo, vicino di casa del più alto Volturino.

Durante il viaggio di avvicinamento leggevamo una temperatura esterna che oscillava tra i -1° ed i -3°.   Non ci sembrava possibile perchè in auto eravamo ben riscaldati !

Non sono sicuro che il benefico tepore fosse generato unicamente dall’aria condizionata.

Sono certo, anzi, che il desiderio di camminare, guardare, apprezzare, provare sensazioni, crea una termo-regolazione che permette di avere fresco d’estate e caldo d’inverno.

Se preferite, potete pensare che non faccia sentire il caldo d’estate o il freddo d’inverno !

Gli ultimi chilometri, prima di parcheggiare le auto, sono stati percorsi letteralmente a passo d’uomo. Pochi “invasati” (Valentino e due suoi amici, oltre noi) si stavano avventurando su quella distesa bianca. Le gomme termiche facevano scricchiolare il fondo stradale inducendo ad una guida estremamente cauta. Gomme termiche e trazione integrale danno certamente un senso di sicurezza notevole, ma la prudenza (si sa) non è mai troppa.

Alla partenza c’erano -5° ma, appena posati i piedi fuori dall’autoveicolo, ecco la magica sensazione di calore !

Il solo calpestare la neve aveva sprigionato in me quell’indescrivibile tepore che rimanda  a caminetti accesi, lontani Natali, luci incerte e soffuse…

E’ il risveglio di un antico calore accantonato nel cantuccio più confortevole dei nostri ricordi ; è il rivivere di noi, bambini, in un freddo inverno, riscaldati dall’affetto dei nonni e di un braciere.

E’ come se si riaffacciasse una sensazione antica, improvvisamente scongelata, che esplode con inaudita potenza nel cuore, nella mente e nell’anima.

Iniziare a camminare avendo dinanzi a sè una pista imbiancata, vergine, crea un certo senso di colpa. Sembra quasi di avanzare e contestualmente distruggere un’opera d’arte, oltraggiare la natura.

Il mio amico Michele, grandissimo camminatore, rifiuta le escursioni sulla neve proprio per questo motivo: non vuole provare il rimorso di aver creato uno “scempio”.

Le tracce di daini, volpi e (forse) di un lupo ci dicono che solo loro sono passati dove ora stiamo camminando noi.

Il lago gelato dorme alla nostra sinistra mentre ci avviciniamo alla faggeta.

La pista (si intravede appena) si intrufola nel bosco. Quella sensazione di calore aumenta quando veniamo attratti dai raggi di sole che giocano a nascondino fra i fitti tronchi.

Ogni ombra, ogni riflesso esalta la fantasia dei fotografi. Ogni scatto è un motivo di godimento ma anche … di rallentamento.

La salita all’interno del bosco si rivela quindi più lunga del previsto; la colpa non è della neve o del freddo. La responsabilità è unicamente della voglia sfrenata, insaziabile di immortalare ognuna di quelle sensazioni. Un click blocca il momento ma non riesce ad inscatolare in quell’arnese infernale che ho appeso al collo il grande calore, il benessere, la fantasia che si sprigiona in quell’istante.

Questa è la vera grande sfida della fotografia: riuscire a trasmettere non l’immagine, ma il momento.

E mentre mi lascio possedere da questo calore, solo la mia prostata pare non  gradire la temperatura esterna…sarà per lei una giornata durissima !

La deviazione per la cresta sale improvvisa e ripida…fra poco tutto sarà diverso.

Ce ne accorgiamo appena siamo fuori dall’abbraccio dei faggi.

Sulla cresta veniamo accolti da uno splendido panorama e da un vento gelido che ci schiaffeggia in modo spregiudicato.

Tale situazione renderà impegnativa una cresta che in realtà è lunga ma semplice.

La neve, sollevata dal forte vento, si accumula alta in alcuni punti.

Non so mai se al mio prossimo passo il fondo sarà sufficientemente gelato e terrà oppure se sprofonderò miseramente fino al ginocchio.

Non è la prima volta e certamente non sarà l’ultima.

La giornata limpida rende più semplice l’avvicinamento; sono sempre in grado di scorgere la mia meta e contemporaneamente di guardarmi intorno ammirando il panorama.

Da una parte c’è Abriola, accoccolato come un gatto su un rilievo; più avanti, c’è il Volturino imbiancato, a destra Pietra Maura e altri, numerosi rilievi innevati. Forse il Cervati.

L’unica nota stonata è l’immondo ripetitore su monte Pierfaone che il mio sguardo si rifiuta istintivamente di inquadrare.

Prima di affrontare l’ultimo strappo in salita ci ripariamo in un avvallamento imbacuccandoci con tutto quanto è possibile; è evidente che ben presto ci troveremo ad affrontare un test molto impegnativo.

Il vento fortissimo inizia subito a spingerci indietro allontanando sempre più quel cartello che indica la cima.

La mente va (presuntuosa ed irriguardosa) ai sacrifici estremi di chi ha affrontato vette ben più degne di tale nome se non addirittura alla “passeggiata” di 2000 km in Antartide di Laurence de la Ferriere. Sto leggendo il suo “ A piedi sul ghiaccio” e mi rendo conto che la vetta del Calvelluzzo è una bazzecola !!!

Torna così il caldo interiore che ha stavolta una funzione tranquillizzante.

In cima restiamo non più di un minuto ; il tempo di qualche foto (quando riusco a tenere ferma la mia Nikon) e di godere la soddisfazione dell’ “impresa”.

La discesa di quella ultima rampa ? Sarebbe stata da filmare !  Avreste potuto ammirare sette persone che si muovevano al rallentatore per evitare di prendere improvvisamente il volo…

Ogni piccolo passo è una scommessa. L’avvallamento in cui ci eravamo fermati prima , ha segnato la fine di quella sofferenza. Era un posto caldo rispetto ai -10° (almeno) della vetta; andava benissimo per il nostro pranzo.  Per la cronaca la bottiglietta d’acqua di Nicola è diventata un blocco di marmo e a poco valgono le sue attenzioni per scioglierla.

Il peggioramento del tempo rende ancor più faticoso il rientro lungo la via dell’andata.

Ogni pensiero svanisce; in quel momento l’unica preoccupazione è quella di sottrarsi all’oltraggio del vento che si diverte a pungerci il viso con aghi di ghiaccio.

In quelle situazioni non riesci a renderti conto di come nel mondo possano esistere i problemi drammatici di sopravvivenza che ben conosciamo; sarà anche stavolta merito del calore dell’escursionista ?

In questi casi penso che questo calore si trasformi in un analgesico dell’anima, in un allucinogeno dei sentimenti !

Appena iniziata la discesa del bosco sembra di entrare in una nuova dimensione: riesci a parlare e ad ascoltare.

Le tue parole e quelle dei tuoi compagni di viaggio non rimbalzano più contro una parete invisibile, non vengono più trasportate lontano verso un ignoto interlocutore.

E’ il momento di intervenire su chi è in difficoltà . Basta poco: un fico secco, un integratore, un sorso d’acqua. Una parola di conforto.  Anche uno sfottò, magari.

Durante la discesa  tentiamo voracemente di rubare immagini e sensazioni; si affaccia, sistematicamente, il desiderio che quella giornata non finisca mai.

Il lago ci aspetta alla fine della discesa e ci offre nuovi spunti fotografici.

Il rosso del tramonto appare alle spalle dei faggi.

Le nostre auto sono pronte per riportarci a casa, affrontando con la medesima cautela dell’andata quei chilometri di asfalto che potrebbero riservarci sorprese.

In effetti la sorpresa arriva, ma non del genere che mi aspettavo.

La bassa velocità mi evita il contatto con un grosso cinghiale che, correndo all’impazzata, mi passa davanti a pochi metri.

L’ultima emozione ce la riserva lo sguardo incredulo dell’anziano barista di Pignola che, per la prima volta in vita sua, riceve una richiesta di “sette thè, sette “!

Caldi, ovviamente !

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