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Quando domani…

Il momento dell’escursione è la realizzazione di un desiderio, è la dimostrazione di essere vivi, è l’esplosione di emozioni…ma…

C’è un ma; anzi ! Ci sono una serie di “ma”.

Il giorno dell’escursione è anche il termine di un rito che dura giorni. Almeno, così è per me da tanti anni.

L’escursione inizia nel momento in cui si progetta dove andare: scegliere il periodo ed il luogo giusto.

Già da giorni prima inizio ad immaginare come potrà essere quel luogo, in quella stagione ed in quell’orario.

Come se non bastasse inizio a documentarmi su fatti, località, toponimi, leggende che caratterizzano il luogo dove ho deciso, per quella giornata, di moltiplicare i miei passi.

Non è mai una scelta facile. Anche se conosco bene quel territorio, mi rileggo la cartina per memorizzare ogni più piccolo dettaglio.

Se invece è un itinerario nuovo…allora le emozioni iniziano proprio nel momento in cui traduco le distanze, le curve di livello ed ogni indicazione che la cartina mi fornisce.

Il mio cammino inizia in quel momento perchè provo ad immaginare ciò che mi aspetta.

Può sembrare farneticante ma è fondamentale immedesimarsi nel posto dove camminerò !

Serve per poter vivere appieno il momento “fisico” dell’escursione, apprezzarne i colori, profumi e la storia.

In realtà serve anche ad altro…ma ne parliamo dopo !

La fase successiva è : andarci da solo o in compagnia ?

Nel primo caso dovrò fare i conti solo con me stesso.

La seconda eventualità presenta, invece, alcune problematiche.

Sarà infatti fondamentale essere estremamente chiari nei confronti di chi deciderà di partecipare all’escursione, per far sì che si presentino meno problemi possibile. E’ fondamentale che il gruppo sia omogeneo per capacità e motivazioni.

Questo vale sia che l’escursione programmata appaia semplice oppure complicata.

Per essere chiari : è deleterio permettere ad una persona poco allenata o alle prime armi di partecipare ad una escursione che richiede impegno ed esperienza. Così come è altamente controindicato proporre a chi desidera “emozioni forti”, una facile passeggiata di pochi chilometri.

La buona riuscita di un’escursione inizia proprio dalla capacità di rispettare ciò che si è proposto e le aspettative che si sono create.

Ovviamente esistono sempre gli imprevisti…non stiamo salendo su una giostra !

Ma l’imprevisto, a volte, è il sale dell’escursione.

Il giorno precedente è quello dedicato ad approntare l’attrezzatura.

Occorre controllare con cura lo zaino, le batterie di GPS, radio e fotocamera, cibo ed acqua, cartina…

La notte che precede l’escursione, spesso, è un misto di aspettative e di timori.

Il risveglio è sempre esplosivo. Tutte le operazioni si svolgono ad un ritmo rapido e meticoloso al tempo stesso.

Il viaggio serve a “creare” il gruppo; anche , magari, con una sosta per un caffè.

L’escursione è “solamente” la parte terminale di questo processo. Anche se è ovviamente la parte fondamentale.

Ciò che accomuna ognuno di questi momenti è anche un altro fattore.

Questo fattore è anche la risposta a chi costantemente mi chiede : “Ma non hai paura ?”

La risposta è semplice . “Sì !”

Aver paura è naturale, non è motivo di vergogna. E’ la reazione umana all’imponderabile.

Leggere attentamente la cartina, durante la fase di studio, genera “paura”. “Riuscirò a trovare quella traccia ?” , “Riuscirò ad uscire indenne da quel fuori pista nel bosco ?”, “Quel versante non sarà troppo ripido ?” “Se qualcuno si sente male o il tempo peggiora, quale sarà la miglior via di fuga ?”

Questi e tanti altri interrogativi mi affollano la mente. Follemente non generano tensione ma adrenalina e moltiplicano le aspettative per il momento del cammino!

“Tizio è idoneo per fare questa escursione ?”, “Potrò permettere la partecipazione ai bambini ?”

Sono interrogativi molto delicati a cui è bene dare fermamente una risposta. La sicurezza del gruppo è fondamentale, quindi, anche a costo di sembrare troppo duro, bisognerà essere decisi nel negare la possibilità di partecipare a chi non è ritenuto all’altezza.

Alla domanda “Posso portare il mio cane ?” la risposta è certamente “NO !”. Mi piacciono gli animali ma la paura di incontrare un animale selvatico sul percorso è forte e la presenza di un cane nel gruppo potrebbe portare a situazioni di estremo pericolo.

La paura di non aver caricato le batterie di riserva o di non avere tutta l’attrezzatura necessaria è strisciante e mi martella continuamente.

C’è poi la paura del viaggio. Il pericolo di un imprevisto, un incidente o di trovare la strada impraticabile…

Finalmente arriva la paura del primo passo.

Ripeto : non è cosa di cui vergognarsi !

Ho imparato in tutti questi anni che, mettendomi in discussione in ognuna di questa fasi, riesco a tenere altissima la soglia dell’attenzione. Questo mi ha permesso, fino ad oggi (facciamo gli scongiuri), di tenere in escursione un livello di sicurezza molto elevato.

Ad ogni buon conto il grande Walter Bonatti diceva che “ Il pericolo è quando si ha troppa paura o quando se ne ha troppo poca”. Le sue scelte in tema di alpinismo estremo lo hanno dimostrato.

Possiamo quindi affermare che la “paura” è un ingrediente fondamentale di un’escursione !

C’è però una “paura” di cui ho davvero…paura !

Non è l’immaginare il momento in cui potrei realizzare di non riuscire a tornare più a casa (questo in realtà mi è già accaduto…).

E’ qualcosa di più angosciante.

Quando domani, non sarò più in grado per malattia o vecchiaia, di far muovere le mie gambe lungo una sterrata, su un ripido pendio, su una cresta stretta, all’interno di un corso d’acqua, in un bosco fitto…

Quando domani i miei occhi non saranno più in grado di leggere una cartina o di apprezzare la bellezza che mi circonda…

Quando domani le mie gambe faranno fatica a scendere dal letto…

Quando domani i miei polmoni razioneranno l’ossigeno …

Quando domani il mio cuore non pomperà più a sufficienza …

Scusatemi ma questa non è paura. E’ terrore !!!!

Io non so se saranno sufficienti i ricordi a portarmi su una vetta, a camminare nella neve, ad isolarmi dal mondo all’interno di una foresta di faggi.

Non lo so perchè non so se questi ricordi genereranno sollievo o rimpianti.

La cosa che parzialmente dà sollievo a questi pensieri è il fatto che finchè potrò, lo farò.

Fino all’ultimo istante.

Un Natale così

Che cosa fa il bravo escursionista nel giorno di Natale ? Cammina…mi pare ovvio !

Non sono soltanto i sensi di colpa delle abbuffate che mi spingono a calzare gli scarponi anche oggi.

Certamente non sono i -3° camuffati da un sole pieno e dalla assenza di vento.

Razionalmente avrei dovuto starmene davanti al camino con un buon bicchiere di teroldego, ma…

C’è una voglia irrefrenabile di vivere questo giorno di Natale camminando.

Non ho idea neppure di dove potrò arrivare; la strada per il rifugio Graziani è bloccata alle auto a causa di numerosi lastroni di ghiaccio. Troppo lungo e monotono sciropparsi chilometri sull’asfalto (seppure innevato).

E come se non bastasse c’è Carmela che mi chiede ripetutamente : “Ma dove andiamo ?”

Quando le ho risposto “Non lo so. Camminiamo e si vedrà “, le ho letto uno sguardo di odio. Non sta bene a Natale !

Allora andiamo verso la Valle degli archetti.

Se non troveremo molta neve, decideremo più avanti se arrivare a Bocca di Navene.

Intanto il mio zaino (notoriamente molto pesante) si arricchisce di una nuova zavorra : le ciaspole.

Non credo che serviranno ma è sempre meglio portarle.

Sul versante Sud la neve è davvero scarsa, ma dopo non lo so !

Ci muoviamo in un silenzio irreale in un bosco di faggi lungo una comoda pista forestale.

Il sole filtra prepotente cercando di riscaldare i nostri muscoli ancora gelidi.

Non c’è anima viva ! Anzi no ! Un rumore improvviso alla mia sinistra mi dice che abbiamo disturbato qualcuno.

Una coppia di caprioli che si stava abbeverando in un corso d’acqua che abbiamo appena attraversato, corre impaurita in cerca di un riparo.

Sono combattuto dal rimorso di averli disturbati o dall’entusiasmo che trasmettono fuggendo agilmente sulla neve. Saltano con le loro zampe esili mettendo in mostra l’inconfondibile culo bianco.

La poca neve scricchiola sotto i miei scarponi e mi accorgo (come spesso accade ai camminatori) di essere circondato da tanti volti noti. Sono voci e sorrisi che arrivano dal passato.

Vedo mio padre, i miei nonni, zii e zie … che hanno voglia di camminare con me in questa mattina di Natale.

Penso e ricordo.

Mi vengono in mente i Natali passati e cerco di resistere alla sensazione della nostalgia.

Inizia la salita e qui, sul versante nord, la neve è molto più abbondante. Non occorrono comunque le ciaspole e mi rendo conto di aver iniziato le serpentine iniziali della Valle degli Archetti.

Quella pista porta a Bocche di Navene…ma non ho informato Carmela.

Vedo che cammina di buona lena utilizzando la traccia che ho scavato. Mi rendo conto che può affrontare quella fatica.

Mentre le mie gambe si muovono istintivamente su quell’itinerario che ho percorso tante volte, mi vedo piccolo, con un Gesù Bambino in mano.

La processione che si faceva in casa rivive. Le candele tremolanti iniziano a perdere qualche goccia, scottando le mani.

Il canto ! Sento anche quello : “Tu scendi dalle stelle…”.

Vedo il grande albero addobbato ed il presepe in cartapesta realizzato dal nonno.

Sento anche l’inconfondibile odore !

Maledetta nostalgia !

Quel tempo è andato, quei volti anche.

La salita termina e c’è da attraversare la striscia d’asfalto che si è trasformata in una pista di pattinaggio.

Il rifugio è chiuso. Porte e finestre sono sigillate con lastre di acciaio.

Ma siamo arrivati fino qui e non ho intenzione di perdermi il panorama.

Il lago di Garda si stende ai nostri piedi. Una serie di cime nitide ed imbiancate lo circondano.

Il Carè Alto, l’Adamello ed il Brenta sono lì. Enormi e silenziosi.

Cerchiamo di mitigare il freddo mangiando un mandarino.

Ed ecco riaffiorare i ricordi. Il freddo che veniva combattuto con il braciere, una mostruosa stufa elettrica e, entrando nel letto, una borsa di acqua calda.

Le cartelle della tombola erano lì sul tavolo.

Quanti anni avranno ? E quanto saranno stagionati i fagioli e le fave che utilizziamo per segnare i numeri estratti ?

“E’ uscito il 27 ?”

“ Sessantaquattro ! Non settantaquattro !”

“ Chi ha fatto il terno ?”

“Tombola !”

Tra qualche giorno arriveranno i regali. A questo proposito rifletto sul fatto che da noi, i regali, non li portava Babbo Natale ma la Befana. Una vera sfiga ! Potevamo goderci i nostri giochi per pochissimo tempo prima di ritornare a scuola !

Il freddo è tanto. Resterei ancora lì per ore, ma mi rendo conto che Carmela è arrivata al limite della sopportazione.

Riprendiamo il nostro sentiero e lo percorriamo a ritroso.

Dopo un’oretta di cammino però mi vien voglia di deviare per Malga Fos-ce.

Si sale ancora. A tratti la pendenza è molto forte.

Non la sento, ma so che Carmela avrebbe voglia di bestemmiare. Non si fa così il giorno di Natale !

Dopo le ultime roccette ecco apparire il rifugio al centro di un pianoro innevato.

Ovviamente anche Fos-ce è chiuso.

Un bel tavolo in legno con due comode panche ci ricorda che abbiamo da consumare il nostro pasto. Panino con gorgonzola e pomodori ! Ricco pranzo di Natale.

L’aria è ferma ed il sole insiste.

E’ bello chiudere gli occhi e catturare il calore.

Mi accorgo che il vero calore non è quello che sento sul viso.

Ora ho capito.

Non è nostalgia ! E’ un piacevolissimo senso di benessere. Una gioia intensa.

I ricordi mi hanno fatto capire che quei momenti non erano importanti solamente quando sono stati vissuti.

Il vero dono di Natale che arriva da quegli anni lontani, sta nel fatto che, quei momenti, continuano a regalare felicità ancora oggi.

Mi rendo conto che sto condividendo l’attualità con le persone che non ci sono più, con quello che non sono più io, con chi è invecchiato.

I momenti sono importanti anche e sopratutto per quello che lasciano e che non può e non deve essere cancellato.

Il vero senso del Natale sta proprio in questo: riuscire a capire e ad apprezzare ciò che davvero più conta nella nostra vita.

L’impegno è quello dunque di riuscire a trasmettere queste sensazioni permettendo che possano attraversare il tempo senza alterazioni.

Mentre percorrevamo quegli ultimi chilometri che ci separavano dall’auto provavo una gioia esaltante.

Era la vera felicità per aver vissuto un Natale così.

Il Treno Fantasma

Mi accade sempre !

Ogni volta che mi capita di camminare sulla tratta ferroviaria dismessa che univa Abriola a Pignola, accade inevitabilmente che le mie gambe si inoltrino in un passato nebuloso.

Non è sufficiente la vegetazione fitta, il vento teso e gelido o l’umido penetrante a distrarmi da questi pensieri che si perdono inesorabilmente in uno spazio lontanissimo.

Anzi !

Sembra addirittura che tutti gli inconvenienti presenti sul percorso amplifichino questa sensazione di slittamento temporale !

Quando i miei scarponi iniziano a calpestare quella che fu una fila di traversine, sento spuntare dalle rocce e dagli alberi volti e voci provenienti da tempi lontani !

Fantasmi ?

Non penso e comunque se così fosse non sarebbero così spaventosi come li raccontano !

E’ una giornata fredda di autunno inoltrato. A volte un raggio di sole tenta inutilmente di riscaldare uomini, piante ed animali. La foschia a fondo valle ed alcuni nuvoloni in lontananza non lasciano presagire una bella giornata.

Vedo una giovane e pallida contadina avvolta in abiti neri con in braccio un bimbo di tre o forse quattro anni. In silenzio salgono con qualche difficoltà su questa stretta carrozza che puzza di fatica e miseria. A pensarci bene non è “puzza” ma più semplicemente l’odore della speranza e della dignità di passeggeri silenziosi.

Con gli occhi semi-chiusi un uomo, dall’età indefinibile, stringe una valigia di cartone. I solchi sul viso sono parzialmente coperti dalla barba. Di qualche giorno, direi.

Un uomo, abbastanza giovane, lancia uno sguardo assente fuori dal finestrino. Vede boschi ricchi di giallo e rosso. Vede montagne silenziose. Sono così diverse da quelle dove ha visto morire tanti suoi compagni. Queste montagne sono buone ! Non ci sono trincee, fili spinati, mortai spietati. Non si può sentire l’urlo martellante della mitragliatrice. Eppure lui sente ancora le raffiche di proiettili, le esplosioni dei colpi di mortaio o degli enormi Skoda 305 millimetri. Vede ancora i corpi straziati dei suoi coetanei adagiati sui fili spinati. …e le urla ? Già ! Non riesce proprio a dimenticarle. E guarda con insistenza su quei rilievi in cerca di qualcosa che gli regali finalmente un po’ di pace. Riuscirà a dimenticare ?

Una lunga e buia galleria interrompe il suo incubo.

Una donna anziana con il volto di chi ha visto tanto (o troppo) nella propria vita attende di poter scendere alla fermata più vicina al cimitero. Quello di fare visita al marito deceduto oramai da più di venti anni è l’unico diversivo di una esistenza lenta e silenziosa.

Un signore ben vestito con una valigetta nera cerca di catturare con lo sguardo un raggio di luce che ha trapassato nuvole ed alberi. Deve essere un uomo importante : ha addirittura un orologio nel panciotto !

E’ il medico del paese che si reca a far visita a Peppino che è afflitto da innumerevoli mali ma si ostina a lavorare la terra e a vivere in solitudine in una baracca isolata.

I vagoni attraversano una curva su un ponte con altissime arcate offrendo prospettive e panorami unici.

Il treno si ferma, appena prima di una galleria, ed il macchinista scambia una chiacchiera con un uomo che era alle prese con la cottura del pane in un piccolo forno accanto alla casa cantoniera. Il profumo del pane arriva e risveglia il bambino che sgrana occhi e … naso.

Il medico comprende ed acquista un bel pezzo di pane caldo e profumato. Lo taglia e lo distribuisce ai passeggeri.

Appare come per incanto un passeggero di cui nessuno si era accorto; era il prete che andava a Potenza. Non rifiuta certamente quel pezzo di pane… lui procura solo il pane per l’anima !

Quel pezzo di pane riesce a trasformare il silenzio angosciante dei passeggeri in un momento di felicità suprema !

I miei scarponi procedono avvolti tra i rovi.

Cammino in un’esplosione di rosa canina e di agrifoglio.

Il vento fortissimo rallenta il mio passo e forse anche quello della piccola locomotiva che già arrancava di suo su questa salita.

Il sole proietta sulla sterrata la staccionata ricreando magicamente le antiche traversine.

La galleria lunghissima che passa sotto la Sellata è stata murata per evitare utilizzi inopportuni e pericoli vari.

Lascio gli antichi viaggiatori per un po’ di tempo.

Mi tocca risalire la ripidissima stradina asfaltata (ma come fa a reggere con quella pendenza ?), mastico un panino con la frittata prima di lanciarmi a capofitto sulla discesa che attraversa un fitto bosco di faggi.

Dopo qualche minuto appare la stazione della Sellata dove incrocio nuovamente il treno fantasma.

Il sentiero (una volta strada ferrata) si stringe sempre più. Sembra voglia trattenere i passeggeri su quel percorso.

La vegetazione, approfittando di decenni di abbandono, ha riconquistato quasi ogni spazio.

Solamente con un gran lavoro di cesoie, tanta ginnastica e fiumi di bestemmie irripetibili si riesce ad attraversare quella selva fittissima.

Quel procedere ancora più lento fa andare nuovamente il pensiero a quegli antichi viaggiatori e… mi scappa una considerazione.

Quel treno non trasportava solo degli esseri umani ma accompagnava i loro sogni, dolori, fatiche verso quello che speravano fosse un futuro migliore.

E’ passato quasi un secolo ed ancora oggi i poveri Cristi affidano le proprie esistenze ad un treno.

Che cosa è stato fatto per migliorare la vita di questa gente tanto umile quanto orgogliosa?

A giudicare dai volti che affollano le stazioni del giorno d’oggi, nulla !

Il progresso ha dato la possibilità di trasportare sogni, dolori, fatiche solo più rapidamente.

E forse più lontano.

Non è cambiato quasi nulla per questa gente !

La loro forza resta ancorata alla semplicità, alla caparbietà, all’orgoglio che i Lucani si tramandano da tempi antichissimi.

Mi accorgo che i pensieri stanno viaggiando molto lontano e che sarebbe riduttivo affidarli alle poche righe di questo racconto.

Raccolgo le mie energie fisiche e mentali per accompagnare il gruppo al punto d’arrivo (prima che i miei amici camminatori inizino ad avere intenzioni bellicose nei miei confronti…)

Prima di rientrare a Bari ho solo bisogno di un thè bollente per riscaldare le ossa.

Il cuore no…a quello ci hanno già pensato i passeggeri del treno fantasma.

Perchè fai trekking ?

Questa è la tipica domanda che mi sento rivolgere da diversi anni. Solitamente chi mi chiede una cosa del genere, non ha avuto esperienze di questo tipo. Anzi, a volte, la domanda è accompagnata da un sorrisetto di commiserazione. Sembra sottintendere “povero sciocco, chi te lo fa fare”.

In realtà molte altre volte, quando scorgo nei loro occhi un luccichio sospetto, sono solamente curiosi di conoscere un mondo ignoto.

In entrambi i casi non riesco comunque a dare la risposta che vorrei. Ed allora prendo penna e calamaio, pardon , tastiera e monitor ed una volta per tutte chiarisco il mio pensiero !

Io non faccio trekking !

O meglio, l’ho fatto solamente qualche volta .

Spesso ci lasciamo prendere dalle parole anglo-sassoni senza neppure sapere che cosa significhino realmente; allora sfato un altro mito.

La parola “Trekking” non ha origini inglesi !

Trekking deriva dal termine afrikaans “trekken”.

Il significato è (all’incirca) : camminare lungo i solchi dei carri trainati da buoi.

E’ evidente quindi che “trekking” si riferisca a lunghi cammini, di più giorni e con più tappe.

Ciò che faccio io ( e la stragrande maggioranza delle persone che crede di “fare trekking”) è invece “escursionismo”.

Un termine italianissimo di cui andare orgogliosi. Faremmo bene, anziché riempirci la bocca di termini inglesi, riappropriarci anche delle nostre origini linguistiche.

La nostra lingua non ha nulla da invidiare alla lingua britannica !

Anzi, se ci pensate bene, è l’evoluzione della lingua madre: il latino.

Ed allora …avventuriamoci a capire che cosa è questo “escursionismo”.

Deriva dal latino ex-currere. Il suo significato originale è proprio quello di “andare, correre fuori”. Allontanarsi dalla propria abitazione per conoscere qualcosa “fuori”.

Tale significato si è però, nel tempo, trasformato.

Il termine “escursione” è diventato un termine militare che celava significati tristi collegati a sangue e lutti.

E’ diventato sinonimo di “scorreria”.

Questo fino al 1800.

Ne abbiamo traccia su un testo di Venerio Orlandi del 1875 : “Saggio di Studj Etimologico-critici”.

ESCURSIONE. So bene che presso il latini excursio ebbe anche il significato innocente di corsa, viaggio; non ignoro come i francesi in questo medesimo senso abbiano accolto nel patrimonio del loro nidioma excursion; ma quel tiranno delle lingue vive che è l’uso, ha ristretto presso noi il significato di escursione a sola “scorreria”, e niuno che voglia acquistarsi fama di scrittore purgato può ribellarsi a tanta autorità. Eppure si ode tuttodì annunziare ne’ giornali, puta : il prof. di geologia si prepara a fare co’ suoi discepoli una escursione sugli appennini toscani; a rischio che que’ boni villani di lassù, i quali di lingua sanno più avanti un pezzo di certi scrittori, accolgano colle marre e le ronche la innocua brigata, scambiando, ingannati dal giornalista, in orda di barbari una comitiva di galantuomini, benefattori dell’umana società !

Al termine del 1700 si iniziò ad affermare una attività che portava gli uomini ad avventurarsi in terre sconosciute, in boschi se non (addirittura !) su alte montagne.

Tutti questi luoghi infatti venivano visti con grande timore. Le leggende vedevano l’ignoto popolato di demoni e di terrore.

I primi coraggiosi avventurieri (fra i quali molti geologi) che avevano affrontato le montagne, iniziarono a raccontare le proprie imprese ad un pubblico (quasi terrorizzato) sempre più numeroso.

Fu quindi agli inizi dell’800, con l’affermazione della prima letteratura di viaggio e di montagna, che il significato di “escursionismo” ritornò ad assumere lo spirito primordiale. Questo passaggio è brillantemente ed esaurientemente spiegato in “Come le montagne conquistarono gli uomini” scritto da Robert Macfarlane nel 2003.

Oggi quindi, il significato, è proprio quello che vollero dare i nostri progenitori latini : andare fuori, in zone sconosciute, allontanarsi dalla propria abitazione.

La spiegazione la può dare Leonardo da Vinci con l’affermazione :

Che ti move o omo ad abbandonare le proprie tue città , a lasciare li parenti ed amici, ed andare in lochi campestri per monti e valli, se non la naturale bellezza del mondo ? “

Ecco : io faccio “escursioni” !

Chiedo un solo piacere : non chiamatele “gite” !

 

Potremmo chiudere qui queste considerazioni se non si affacciasse alla mente quella vibrazione che sistematicamente continuo a provare mentre le mie gambe accumulano passi e fatica.

Nello stesso momento sento i più ostinati che continuano a chiedere : “Si, vabbè ! Ma perché fai escursionismo ?”

La risposta sta tutta in quel riflesso condizionato, in quella scossa, in quella linea sottile che congiunge le gambe ed i polmoni agli occhi ed al cervello.

Mi accorgo quindi di soffrire (oramai da tempo) di una dipendenza inguaribile da queste fatiche !

Il latino mi viene nuovamente in soccorso !

Emozioni . Da ex movère. Muovere fuori, smuovere.

Ma guarda che strano: sembrerebbe lo stesso significato di ex currere !

Sembrerebbe, ma non lo è. Anche se nel nostro caso è indissolubilmente collegato.

Questo “muovere fuori” stavolta non si riferisce al movimento fisico, quanto invece allo smuovere l’anima.

Le emozioni sono il vero cibo dell’escursionista. Senza quella scintilla che scocca nell’anima, le escursioni sarebbero degradate a puro esercizio fisico. Un movimento meccanico e ripetitivo; l’equivalente di andare in palestra.

Durante il cammino invece solo un essere con un cuore arido non riesce a provare l’emozione per uno scorcio, per un fiore, per un animale, per un profumo, per il senso di solitudine o per l’impressione di essersi perso. Un’emozione può essere anche la nebbia, la pioggia, la neve, il vento, il freddo !

La scintilla può accendersi per il buio o per l’impressione di vivere la storia.

E’ meglio fermarsi qui … sarebbe troppo lungo !

Vorrei aggiungere una sola considerazione.

C’ è anche un’altra emozione che si aggiunge a quelle che si possono vivere durante il cammino : quella di poter far vivere tali emozioni anche agli altri.

E’ per questo che il carburante diventa inesauribile !

Aver potuto condividere le mie emozioni, in tutti questi anni, con migliaia di compagni di cammino, è stata la molla che mi ha spinto ad andare oltre.

Ho pensato che avrei dovuto trovare un sistema per poter far vivere questa sensazioni anche a chi non può (per le più svariate motivazioni) seguire…le orme lasciate dai miei scarponi.

Da tanti anni ho provato a condividere le mie escursioni, traducendole in immagini.

Migliaia di foto; non importa se possono essere considerate belle o no. Sono gli occhi e la memoria di quel momento.

Il problema è che “quel momento” l’ho vissuto solamente io e chi c’era con me !

La fotografia non è sufficiente a trasmettere quell’emozione. La fotografia non ha profumo, non ha caldo, non ha freddo. Non è stanca.

E’ per questo che, da qualche anno, ho iniziato a raccontare le mie escursioni e le mie emozioni. Per questo devo ringraziare Vittorio che mi ha dato lo stimolo giusto e impagabili suggerimenti.

Ho pensato a gente che, come mia madre, non calzerà mai un paio di scarponcini e non metterà mai uno zaino in spalla. Se riuscirò nell’intento di far vivere queste emozioni anche a chi non è un escursionista, allora vuol dire che sarò riuscito a raggiungere il mio scopo.

Intanto sono certo che molti escursionisti ritroveranno in ciò che scrivo, quello che hanno vissuto e che continuano a vivere.

Ora ho da risolvere un’ultima questione: la domanda iniziale.

  • Perché fai trekking ?

Abbiamo appurato che, siccome non “faccio trekking”, la domanda deve essere riformulata così :

  • Perché fai escursioni ?

Se non è stato chiaro ciò che ho scritto fino ad adesso, risponderò in modo molto sintetico :

“Ex currere = ex movère”

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I Custodi del Tempo

Lo sapevo.

E lo sapeva anche la dozzina di audaci scarpinatori che avevano deciso di seguirmi questa domenica.

La fatica sarebbe stata tanta ma sarebbe stata ampiamente ripagata.

Mi hanno seguito “sulla fiducia” !  Sapevo bene però che sarebbe stata una giornata ricca di emozioni !

Sveglia presto, anzi prestissimo.

Circa tre ore di viaggio ricche di aspettative. Terranova del Pollino…non è proprio dietro l’angolo !

Scarponi calzati in un amen. Zaini in spalla. Una voglia di vivere che non poteva certo arrendersi sulla prima salita !

Il lago Duglia ha assistito silenzioso, forse un po’ infastidito dal vociare (sebbene controllato) che andava ad alterare il magico silenzio di quel luogo a 1375 slm.

Poco dopo, la salita, comincia a dettare i tempi inerpicandosi in un fitto bosco e lasciando un attimo di riposo al Lago Fondo. Questo angolo immerso fra le rocce, ricco di silenziosi abitanti, si lascia fotografare. Pigro.

La salita procede senza tregua fino a Pietra Castello. I pini loricati apparsi quasi improvvisamente, fanno da scenografia ai primi piani, alle foto di gruppo e agli immancabili “selfie”.

Un tratto in falso-piano lascia credere che il peggio sia passato.

Ed invece no : la pendenza riprende inesorabile ma (miracolo) sembra non pesare più !

Il bosco fitto e muto ci incita a continuare e, anch’esso, inizia a promettere splendide sensazioni !

I grandi faggi e gli abeti bianchi ci assistono nella fatica.

Una rampa ripida e sassosa ci scaraventa improvvisamente alla Grande Porta.

Uno spettacolo nuovo si apre ai nostri occhi : il grande pianoro fa da palcoscenico alla distesa di Pini loricati, alle vette del Monte Pollino, di Serra del Prete ed ai rilievi lontani, nascosti da una fastidiosa foschia. E’ facile riconoscere le sagome del Monte Bulgheria e del Coccovello, affacciati sul Golfo di Policastro.

Dopo una breve pausa per riprendere fiato, non può e non deve mancare una religiosa visita a Zi’ Peppe che dorme adagiato su un fianco, colpito a morte dalla mano idiota di un vandalo.

Neppure il fuoco ha scalfito la sensazione di grande potenza che, ancora oggi, esplode da quei resti scheletriti !

La lunga distesa dei Piani di Pollino dà una breve tregua alle nostre gambe che, ben presto, si trovano ad affrontare una nuova faticosa salita.

Ma adesso è diverso : l’adrenalina generata dalla vicinanza fisica dei tantissimi Pini Loricati ci spinge fino alla prima vetta di Serra delle Ciavole : 2127 metri da cui si dominano le valli circostanti. La Timpa di San Lorenzo e le ripide pareti delle Gole del Raganello sono lì, sotto di noi. Si riesce a distinguere l’arco del Golfo di Taranto.

Non è ancora finita.

Saliamo sulla seconda vetta di Serra delle Ciavole (di 3 metri più alta della precedente), aggirando il difficile gradino di roccia. Affrontiamo l’ultima salita fra roccette e ginepri spinosi.

La sensazione è molto diversa : ci rendiamo conto di essere in un non-luogo.

E’ una dimensione senza tempo.

Maestosi giovani Pini Loricati continuano l’opera dei loro antenati : in un silenzio spettrale custodiscono da secoli il tempo, che qui assume logiche diverse.

Fieri e contorti vigilano anche sui resti dei loro predecessori che, rinsecchiti, giacciono spesso al suolo. Altri, ancora in piedi, resistono ostinati alla morte.

 

Queste figure spettrali sembrano improvvisamente prendere vita, danzare, avvinghiarsi, cercare un tuo abbraccio…

E’ difficile, se non impossibile, descrivere la bellezza di questo luogo e di questo momento !

Si riesce a palpare l’anima di questi “cavalieri templari”, si respira aria di libertà, si ascolta il fragore del silenzio. Occhi e cuore immagazzinano voracemente ogni piccolo dettaglio, ogni riflesso, ogni scorcio…e non ci si accorge che la fatica è , d’incanto, scomparsa !

La discesa racconta di gente felice, di emozioni custodite gelosamente, di respiri intensi e di animi leggeri. Quindici chilometri e quasi mille metri di dislivello complessivo: sono solo dei numeri.

La parte più importante è quella che ognuno di noi conserva dentro di se’.

Forse, qualcuno, dopo questa descrizione, penserà che si tratti del racconto di chi, per la prima volta, sale in questi luoghi.

Non è così. Sono salito innumerevoli volte al cospetto dei “custodi del tempo” ma non riesco a restare indifferente alle emozioni che ogni volta riescono a regalare.

Se salissi nuovamente domani, scriverei le stesse cose !

Chi cammina ha fame

Bella scoperta !

Mi pare fin troppo ovvio che, dopo aver bruciato tante calorie, arrivi anche l’ora di rifocillarsi !

E’ altrettanto ovvio, però, che questa sia una lettura estremamente superficiale di un’affermazione tutt’altro che scontata.

Non è il caso di addentrarsi in discorsi legati alla scienza dell’alimentazione perché ci troveremmo costretti ad elencare i soliti alimenti divisi in : prima, durante e dopo.

Vi posso garantire che in nessuna delle tre possibilità si contemplano i cibi più gustosi, quelli che scatenano un’eccitazione seconda solo (e qui esagero…) alle fantasie erotiche !

Non troveremo certo i preziosi condimenti a base di soffritti, grassi, formaggi. Non sono previste idratazioni a base di primitivo, di grappe, di rosoli.

L’escursionista se ne farà una ragione e…non osserverà i consigli del nutrizionista !

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Niente paura… qualche giorno a regime e tutto rientra nella norma.

Intanto quei cibi DEVONO essere assaggiati; e il motivo è molto semplice.

Chi cammina (anche se molto spesso non lo sa) ha attivato la buona pratica della “Cultura del Territorio”.

Questa disciplina, troppo spesso dimenticata dalle scuole di ogni ordine e grado, dalle istituzioni o dagli enti preposti, è stata pazientemente curata ed alimentata (almeno negli ultimi quaranta anni ) esclusivamente dai pochi appassionati e da pochissime vere associazioni. Questi pochissimi “sacerdoti” del territorio hanno silenziosamente divulgato, raccontato, accompagnato, fotografato, archiviato, tramandato … ogni piccolo dettaglio di quella vita che riprende le voci e le tradizioni di un passato neanche troppo lontano.

Un muro a secco, una masseria, una grotta, una leggenda, un popolo: ognuno di loro ha una sua storia che merita di essere trasmessa ai camminatori di oggi e di domani. Noi siamo quelli che ci hanno preceduto e hanno voluto che diventassimo. Le nostre abitudini, i nostri atteggiamenti, i nostri desideri sono diretti discendenti degli equivalenti di secoli fa .

Anche il “mangiare”.

Ecco perché nutrirsi, per un escursionista, è sinonimo di “cultura del territorio”. Non sto certamente parlando di integratori o panini industriali ! Il mio riferimento è ai cibi che la terra offre durante le varie stagioni, consumati lì, sul posto: erbe spontanee e frutti. Ma non solo.

La cultura del territorio passa anche dai piatti semplici che furono alimento dei nostri predecessori e che oggi diventano nutrimento e cultura al tempo stesso.

Una pecora alla rizzola, un piatto di fave e cicorie, una pignatta di cicerchie, ma anche (allontanandoci dai confini murgiani) un peperone crusco, un arrosticino di pecora, polenta e luganega.

Ognuno di questi cibi va consumato RIGOROSAMENTE nella sua sede di origine. Orecchiette con le cime di rape consumate in un rifugio alpino fanno schifo e fanno ridere ! Ogni cibo ha la sua casa e la sua storia.

Solo in questo momento mi rendo conto di quanto sia pericoloso il racconto che sto facendo: se lo state leggendo prima di un pasto, probabilmente vi ho risvegliato “Alien” nello stomaco !

Allora provo ad evitarvi questo supplizio di Tantalo, invitandovi ad affrontare l’argomento da un punto di vista differente.

Fino a questo punto abbiamo parlato del cibo inteso come “carburante” (sebbene con importanti aspetti culturali) per il nostro fisico. Alimentarsi per ricostruire le forze fisiche consumate durante un cammino.

Potremmo definirlo brutalmente : Cibo per i piedi.

Se poi lo traduciamo in inglese (che mi dà un fastidio insopportabile ma che in questa occasione crea una simpatica assonanza) diventerebbe : “Food for feet”.

Potrebbe diventare addirittura una slogan pubblicitario ! Comunque non potrei averne l’esclusiva in quanto esiste già un gruppo musicale con questo nome.

E allora vi chiedo : che cosa cerca l’escursionista ? che cosa si aspetta dal prossimo itinerario ?

La risposta è molto semplice : emozioni. Sensazioni da vivere, raccontare, ricordare, condividere.

Queste sensazioni, anche nei momenti più difficili della nostra vita, improvvisamente ci riempiono il cuore. Ci aiutano ad affrontare difficoltà all’apparenza insormontabili. Ci fanno leggere gli avvenimenti da diversi punti di vista.

Queste emozioni sono la spiegazione del fatto che ritorniamo a casa fisicamente distrutti ma felici.

Non vi sembra quindi che le emozioni vissute possano essere a pieno titolo definite “cibo dell’anima” ?

Di questo alimento è vorace l’escursionista. Non smetteremmo mai di mangiarne a piene mani.

Riempire gli occhi di panorami, saziarsi di profumi, immergersi nei suoni della natura sono alimenti indispensabili per il nostro equilibrio. E non fanno neppure ingrassare !!!

Quante volte siamo partiti per un’escursione quasi sopraffatti da una preoccupazione per un problema lavorativo, familiare. Quante volte abbiamo trovato sollievo ai nostri affanni davanti ad un tramonto, al volo di un rapace, nel fitto di un bosco, fra rocce aspre, in fiumi gelidi, su infiniti pendii innevati ? Quante volte, in cammino, abbiamo affrontato con serenità una nebbia fitta o il buio pesto della notte o di una grotta ? E le scadenze di tasse, bollette e accidenti vari , che cosa sono diventate mentre abbiamo camminato in equilibrio su una cresta sottile con l’infinito ai nostri piedi ?

E se, durante un’escursione, si sono presentati pericoli improvvisi…siamo finalmente riusciti a comprendere quanto siamo piccoli, provvisori, insignificanti ?

E come definite tutto ciò se non “cibo dell’anima” ?

Anche qui, esistono ovviamente diverse difficoltà nella preparazione di questi cibi.

La preparazione di un piatto semplice ma al tempo stesso complicato, come il cinghiale in umido prevede tanti ingredienti dosati nei giusti momenti, attenzione, tempi lunghi, precisione nella cottura. Un’escursione lunga, con tanto dislivello e con qualche tratto esposto richiede le medesime cose del cinghiale in umido. Diventa quindi un cibo dell’anima che non tutti possono preparare.

Ma se io penso alla mia Murgia mi accorgo che i sentieri chiari, i dolci saliscendi, la possibilità di regolare la lunghezza del percorso, l’assenza quasi totale di punti esposti…ne fanno un cibo dell’anima per tutti. Un cibo semplice, buonissimo, popolare. Come il pane caldo, profumato, appena sfornato. Un cibo dell’anima per tutti !

Il vero escursionista sa bene come procurarsi questo cibo. E sa bene che non esistono controindicazioni. Sa perfino che può continuare a cibarsi di queste prelibatezze anche senza scarponi ai piedi o zaino in spalla.

Come ?

E che diamine ! Lo avete appena fatto.

Leggendo !

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Un Passo

Un proverbio cinese dice, all’incirca, “Ogni cammino, anche il più lungo, inizia sempre nello stesso modo: con il primo passo”.

Quanti primi passi ho messo…e quanti (spero) ancora ne metterò !

Io aggiungerei però che non esiste un passo uguale all’altro.

Non mi riferisco solo alla lunghezza o alla spinta.

Penso piuttosto, riferendomi a fattori esterni, alla stagione, all’orario, alla situazione climatica.

Ma esistono anche fattori soggettivi : l’età, la stanchezza, la situazione psicofisica, l’entusiasmo.

Ed esiste un elemento che può influire in entrambe le categorie : il tempo che passa.

In buona sostanza ogni passo è tale solamente in quel momento in cui viene messo.

Non ve ne potrà mai essere uno eguale.

Se poi pensiamo che il passo è solo un momento di un processo molto più complesso…allora il discorso si amplia in modo esponenziale. Provo a spiegarmi : il passo è l’atto che permette ai camminatori di spostarsi restando in equilibrio tale da poter apprezzare panorami, profumi e suoni. Qualche volta anche sapori. Sempre, conoscenza.

Lo sviluppo della conoscenza (in questo caso riferita alla cultura del territorio), non mi stancherò mai di ripeterlo, è lo strumento indispensabile per la tutela dell’ambiente che ci circonda. Non può esistere tutela dell’ambiente se alla base non esiste la cultura (e l’apprezzamento) del territorio.

Basta guardarsi intorno per capire che su questo tipo di conoscenza c’è ancora moltissimo da fare.f2bb928b-b1c1-432d-97ed-ae67323dbaae

La suola dello scarpone scricchiolando, scivolando, arrancando sul suolo ci racconta di come si sia formato il luogo dove stiamo camminando; la sensibilità dell’escursionista fa il resto… Spiega il perché è necessario tutelare boschi, montagne, corsi d’acqua.

E’ quasi un riflesso condizionato : mi piace il posto dove cammino = so cosa fare per evitare che possa essere danneggiato.

Tutto questo parte da un passo…un normale, semplicissimo passo.

Ultimamente mi sta accadendo spesso, ad ogni passo, di fare anche un altro tipo di riflessione.

***

Camminando verso la cima di Monte Vignola guardavo la Val d’Adige, mi vedevo sovrastare dalla catena del Baldo, individuavo il tratto ripido e pietroso dei Lavini di Marco e pensavo che…

Quella stessa val d’Adige che stavo guardando dall’alto era stata percorsa da Romani, Longobardi, Veneziani, Napoleone… Certo : chi mi aveva preceduto aveva avuto la fortuna di non “godere” della presenza di autostrada, ferrovia o zone industriali, ma è sufficiente alzare lo sguardo per intuire che su quei profili montuosi si sono posati, secoli fa, gli occhi di antichi viaggiatori. Che emozioni avranno provato ? Le stesse che provo io oggi o c’era qualcosa di più “esclusivo” ?

E tornando ancora più indietro nel tempo, guardando il crinale del Baldo, come fai a non pensare a quelle antichissime glaciazioni che non lo hanno interamente coperto, permettendo di tramandare a noi specie botaniche rarissime ?

Guardando i Lavini di Marco ti sembra di scorgere Dante Alighieri che cammina sconvolto da quello sfasciume di rocce tanto da scrivere :

Era lo loco ov’a scender la riva
venimmo, alpestro e, per quel che v’er’anco,
tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva.

Qual è quella ruina che nel fianco
di qua da Trento l’Adice percosse,
o per tremoto o per sostegno manco,

che da cima del monte, onde si mosse,
al piano è sì la roccia discoscesa,
ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse:

Guardando meglio nello stesso punto ecco muoversi spaventosi dinosauri che hanno lasciato (come strumento di indagine o come monito ?) numerosissime orme pietrificate.

Tutti loro prima di me.

Il fascino del cammino assume un ulteriore aspetto intrigante.

Non si riesce più a comprendere se stai camminando “dopo” o “con” loro !

La fantasia aiuta certo a sognare e forse a sfuggire ai diabolici meccanismi dei nostri giorni, ma, unita alla passione del camminare, può essere di grande aiuto per comprendere il nostro passato.

…e con quest’ultima considerazione siamo ritornati alla questione della “Cultura del territorio” !

Visto come è facile ?

***

Quanti nel passato saranno stati affascinati dal voler scoprire il segreto del volo guardando quell’aquila appena fuori dal Sentiero delle Vipere ? A me è invece sufficiente provare a fotografarla mentre cerca di insegnarlo ai due aquilotti che le svolazzano intorno.

Attraversando la zona di Corna Piana incontro Giovanni Pona fra Rododendri, Pini Mughi, Gigli rossi, Stelle alpine, Raponzoli chiomosi…

E’ il 1617 e Giovanni sta annotando “Monte Baldo in cui si figurano e descriuono molte rare Piante de gli Antichi, da’ Moderni sin’hora non conosciute”

***

Il primo passo che metti appena sceso dalla funivia che ti ha risparmiato la lunga e noiosa salita fino al Grostè ti dice che … sarà una giornata molto lunga.

Non esiste infatti un solo punto da percorrere senza fermarsi per ammirare un panorama o un particolare. La fotocamera si riempie di contrasti : azzurro intenso del cielo, bianco spigoloso delle rocce, bianco gelido dei ghiacciai. Qualche timidissimo tentativo erboso vorrebbe partecipare alla festa delle emozioni…ma non è ancora il suo momento.

Ed ecco incontrare i volti dei pionieri di quelle montagne che furono portate all’attenzione del mondo in tempi relativamente recenti (nella prima metà dell’800).

Ecco come ne parlava Murray nel 1837 :

Alcune (montagne di dolomite) hanno vette slanciate e cime che s’ergono come pinnacoli ed obelischi arditi; mentre altre si estendono in creste seghettate e dentellate, simili alla mandibola irta di zanne di un alligatore. Pareti alte molte migliaia di piedi incombono verticali sulla valle, squarciate da profondi canaloni; esse sono assolutamente brulle, spoglie da ogni vegetazione e hanno per lo più una colorazione giallastra o biancastra. (…) Talvolta assumono la forma di torrioni; in altri casi le guglie sono così numerose , appuntite, sottili e ravvicinate, da poterle paragonare ad un fascio di baionette o di spade…”

Ed ecco poi incontrare in sequenza : Falkner, De tassis, Maestri…Francis Fox Tuckett…

Non è un miraggio: dopo una traversata appagante con piccoli saliscendi …Tuckett lo vedi davvero. E’ il rifugio !

Un vociare insopportabile di un’orda di ragazzini in vacanza appare come un sacrilegio…ma anche da questo cerchi di cogliere l’aspetto positivo (cultura del territorio…ricordi ?). Speriamo !

Durante la discesa riprende la lotta fra il bianco delle rocce ed il verde di larici, faggi e rododendri. Uno sfacciato giglio martagone si esibisce lungo il sentiero. Quando oramai appare chiaro che la lotta è andata a svantaggio della roccia … ecco che un nuovo rivale sfida il verde incontrastato : l’acqua !

Quanti occhi, nei secoli, avranno goduto di questo panorama ? Quante gole secche avranno trovato pace ?

Il vero contrasto non è nei colori, quanto piuttosto tra l’asprezza di questi luoghi e la semplicità con cui si vive ( e, una volta, si sopravviveva !).

***

Quanti studiosi di botanica o di geologia sono saliti fin in vetta al Monte Altissimo ?

Li incontri tutti lì; seduti in fila appena sotto la vetta mentre guardano allucinati il tramonto sul lago di Garda. Le nuvole, i profili montuosi (Adamello, Ortles, Brenta ecc.) a Ovest-Nord Ovest assumono lentamente un colorito rossastro, sempre più infuocato fino a spegnersi, improvvisamente, in un buio profondo.

Le luci in fondo contornano il lago dandogli un aspetto “natalizio” .

Lì in fondo c’è Catullo che scrive a Lesbia :

Vìvamùs, mea Lèsbia , àtque amèmus,
rùmorèsque senùm sevèriòrum 
òmnes ùnius aèstimèmus àssis .
Sòles  òccidere èt redìre pòssunt:
nòbis, cùm semel òccidìt brevìs lux
nòx est pèrpetua ùna dòrmiènda .
Dà  mi bàsia  mìlle, dèinde cèntum,
dèin mille àltera, dèin secùnda cèntum,
dèinde usque àltera mìlle, dèinde cèntum.
Dèin, cum mìlia mùlta fècerìmus,
cònturbàbimus  ìlla, nè sciàmus,
àut nequìs malus ìnvidère pòssit,
cùm tantùm sciat èsse bàsiòrum.

Viviamo, mia Lesbia, e amiamo,
e i rimproveri dei vecchi severi
non stimiamoli tutti neanche un soldo.
Il sole può tramontare e ritornare:
quando cade per sempre la breve luce della vita, noi
dobbiamo dormire una sola interminabile notte.
Dammi mille baci, poi altri cento,
poi altri mille, poi per la seconda volta cento,
poi altri mille ancora, poi cento.
Dopo, quando ne avremo dato migliaia,
confonderemo il conto, per non sapere,
o perché nessun maligno possa invidiarci,
sapendo che esiste un dono così grande di baci.

E accanto ? Salò con la sua storia triste e controversa.

Proprio in quel punto invece scorgi Gabriele D’Annunzio alle prese con i versi per la sua Eleonora e non puoi far a meno di provare impressione per l’ambiente cupo del Vittoriale.

Fra una polenta, una grappa e le tante riflessioni che si affacciano alla mente dell’escursionista ti accorgi appena in tempo che dalle tue spalle si sta levando una palla di fuoco che improvvisamente esplode sui monti e sulla chiesetta del Monte Altissimo ! Il fremito dell’alba, della vita che rinasce ha attirato la mia attenzione … ma migliaia di anni fa, avranno vissuto questo momento con terrore ?

E i camosci che corrono in cresta a meno di cento metri da me sono diretti discendenti di quelli che venivano cacciati fino a qualche anno fa ? Come faccio a spiegar loro che l’arnese con cui li sto puntando è un teleobiettivo Nikon 300 mm e non un fucile da caccia ?

Su quella discesa ripida che porterà alla Val del Parol le nostre mani si sono aggiunte a quelle dei tantissimi che si sono procacciati le pignette del mugo per aromatizzare la grappa. Chissà quante di quelle grappe sono state sorseggiate ( o tracannate ?) durante gelidi inverni, davanti a d un camino in una baita ?

E le nostre grappe … saranno sufficienti per gli amici voraci ?

Mentre i punti interrogativi si accumulano e i passi si moltiplicano lungo la cengia che ci porta a Malga Campo riflettiamo sul fatto che la nostra settimana escursionistica è improvvisamente entrata nella seconda metà !

***

La stretta cabinovia che risale da passo Sella verso il rifugio Toni Demetz ci sputa fuori, uno alla volta, su un pianale di legno incastrato fra rocce strapiombanti. Siamo sul Sasso Lungo e il rifugio ci racconta della triste storia che lo ha battezzato. Eccolo il fulmine che quel 17 agosto del 1952 colpisce Toni Demetz e i due turisti che stava accompagnando. Il padre Giovanni sale disperato, fa in tempo a salvare uno dei due turisti e riportarlo a valle. Ritorna su e tristemente rientra con il cadavere del figlio.

La morena ripidissima porta fino al rifugio Vicenza e dopo una lunga e bellissima traversata su stretti sentieri e ripidi ghiaioni ci pare di vedere il grande Emilio Comici arrampicarsi su quelle pareti che furono la sua vita : “Sulla montagna sentiamo la gioia di vivere, la commozione di sentirsi buoni e il sollievo di dimenticare le miserie terrene. Tutto questo perché siamo più vicini al cielo.”

Il rifugio a lui dedicato ha una evidente caratteristica lussuosa e commerciale…tutto il contrario di come dovrebbe essere un semplice ed essenziale rifugio di montagna. Dovrebbe raccontare di fumo e polenta, di semplicità e grappa, di freddo e vita dura…ed invece ha tutta l’aria di spritz, pubblicità di auto, gabinetti futuristici. Sembra quasi di vedere (anche se siamo a luglio) alcune signore impellicciate che mollemente adagiate sulle poltrone, si godono il panorama del Sella mentre i rispettivi mariti e compagni sfoggiano l’ultimo Rolex. Per fortuna lo spirito di Emilio Comici sopravvive fra le guglie, le cenge ed i canali innevati !

***

Anche una giornata di (apparente) riposo può arricchirsi di passi emozionanti.

Piombare all’improvviso in epoca medioevale visitando Castel Beseno è certamente una sensazione particolare specialmente se una ventina di figuranti sta facendo rivivere i momenti di una giornata di 500 anni fa. Ed ecco, nuovamente, mentre fulmini violentissimi rimbalzano tra il Baldo e il Bondone, ritrovarsi ad immaginare i nostri predecessori che controllavano con attenzione la Piana di Calliano.

I tuoi passi ti possono poi portare in una malga dove, sebbene alcune operazioni siano state modernizzate, si preparano formaggi e salumi con l’antica esperienza e dai sapori inconfo

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ndibili. E’ inutile provare a chiedersi come possa essere così profumato quello speck, così delicata quella caciotta con l’erba cipollina…E’ sufficiente ascoltare quei sapori che raccontano di anni di infanzia vissuti in malga, di notti insonni su materassi di foglie secche, di faticosissime mungiture, di camini fumosi, di cagliature.

La spiegazione è solo una : fra gli ingredienti di quei prodotti saporiti ci sono i racconti ed i ricordi di Orazio che continua le esperienze di suo padre. Mettere passione in ciò che si fa (per lavoro o per diletto) aggiunge quel “qualcosa in più” che distingue quel prodotto da un altro.

***

Il cupo rimbombo che improvvisamente ti avvolge, non è certamente l’effetto di quel primo passo sulla Strada delle 52 Gallerie sul Pasubio. Arriva da lontano, nello spazio e nel tempo ! Sarà forse un terribile Skoda 305?

La nebbia ritorna, quando d’improvviso un urlo immenso, angoscioso, terrificante sopraggiunge e si prolunga, si estende e si avvicina, sempre più forte, sempre più rabbioso, crudele, feroce; e mentre l’aria tutta intorno ne trema, e il cuore sospende i suoi battiti e il petto trattiene il respiro, e gli occhi si aprono trasognati al terribile prodigio, l’urlo ha tempo di finire in uno schianto e in un nembo, e dallo schianto e dal nembo si sprigiona un turbine di polvere, di pietre, di ferro, onde l’aria resta a lungo oscurata e una pioggia di in numeri schegge si irradia e discende quasi dolcemente per ampio raggio all’intorno. E’ il 305.”

Così scriveva Luigi Gasparotto il 2 agosto del 1915.

Sarà sembrato strano, leggendo ciò che ho scritto fino ad ora, che non avessi nominato persone ed eventi che hanno condizionato pesantemente la storia, la morfologia e la vita di questi territori : la Grande Guerra.

Era giusto parlarne nelle righe dedicate a questo itinerario che, a detta dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, è da considerare un dei percorsi escursionistici più pericolosi al mondo. Sicuramente il più pericoloso d’Italia. E’ abbastanza curioso apprenderne le motivazioni : a causa dei tantissimi panorami che si possono ammirare durante il procedere sinuoso ed esposto, può essere causa di perdite di equilibrio. E perdere l’equilibrio in questo posto equivale a non poterlo raccontare.

Un foltissimo gruppo di eterogenei escursionisti sta iniziando la faticosa salita già di prima mattina. Un corteo di camminatori esperti o anche incoscienti alla prima esperienza posa davanti alla gigantografia del battaglione di fanti italiani. I sorrisi di oggi stridono paurosamente con le spalle incurvate di quei poveri ragazzi che andavano incontro alla morte.

E’ un contrasto che ci accompagnerà per l’intero itinerario…e io continuerò a pensare positivamente considerandolo un passaggio obbligatorio della lunga strada della Cultura del Territorio.

Già dopo le prime gallerie basse ed umide il sentiero si inerpica ripido portandoti indietro di un secolo a pensare a giovani ventenni che, strappati ai loro affetti e alle loro terre, salgono tristi e silenziosi. Con scarponi approssimativi, zaini che ti segano le spalle, cappotti inadeguati, fame, fatica, freddo, neve e…gli austriaci che sparano da poca distanza !

Quanta differenza dagli scarponi in goretex con suola vibram, i nostri abbigliamenti tecnici, gli integratori…

Salendo, aumenta sempre più il senso di vertigine. Non penso che sia per i continui affacci strapiombanti, quanto piuttosto al pensiero insistente e devastante di questi nostri giovani predecessori che hanno combattuto per darci la libertà. Con questo non voglio asserire che quella Guerra fu fatta per noi…quanto piuttosto che quei ragazzi ne fossero realmente convinti. Questo pensiero ti sconvolge l’anima fino a provare allucinazioni…

Senti cori lontani che cantano :

Sulla strada del Monte Pasubio
Bom borombom.
Lenta sale una lunga colonna
Bom borombom.
L’è la marcia di chi non torna
di chi si ferma a morir lassù.

Ma gli Alpini non hanno paura
Bom borombom.

Sulla cima del Monte Pasubio
Bom borombom
Soto i enti che ze ‘na miniera
Bom borombom.
Son gli Alpini che scava e che spera
di tornare a trovar l’amor.

Ma gli Alpini non hanno paura
Bom borombom.

Sulla strada del Monte Pasubio
Bom borombom
è rimasta soltanto una croce
Bom borombom.
Non si sente mai più una voce,
ma solo il vento che bacia i fior.

Ma gli Alpini non hanno paura
Bom borombom, bom borombom,
bomborombà.”

Durante l’assalto con la baionetta fra i due “Denti” ascolti il terrore ed il crepitare delle mitragliatrici.

Tocchi le urla dei feriti e le preghiere alla Mamma o alla Madonna.

“Avanti Savoia !” sono spesso le ultime parole ascoltate prima di essere dilaniati da uno shrapnel, squarciati da una baionetta, centrati da un proiettile, finendo la propria esistenza adagiati come uno straccio su un filo spinato.

In questo inferno di follia, freddo e sangue diventava occasione di tranquillità quella di scorgere un gallo cedrone, di imbattersi in una stella alpina, di sognare la propria masseria sulla Murgia !

Così Eugenio Montale, all’epoca fante in servizio presso Forte Pozzacchio, ricorda luoghi e momenti :

Valmorbia, discorrevano il tuo fondo
fioriti nuvoli di piante agli àsoli.
Nasceva in noi, volti dal cieco caso,
oblio del mondo.
Tacevano gli spari, nel grembo solitario
non dava suono che il Leno roco.
Sbocciava un razzo su lo stelo, fioco
lacrimava nell’aria.
Le notti chiare erano tutte un’alba
e portavano volpi alla mia grotta.
Valmorbia, un nome e  ora nella scialba
memoria, terra dove non annotta.

In quello stesso periodo Giuseppe Ungaretti scriveva da un’altra parte del fronte :

Si sta, come d’autunno, sugli alberi le foglie “.

E chissà cosa pensavano o scrivevano (se mai ne fossero stati capaci) i vari Antonio Palumbo, Antonio Provaroni, Giuseppe Santeramo o Fiorino Morando… Vi state chiedendo chi siano costoro ?

Sono quattro nominativi presi a caso dallo sterminato elenco dei caduti sul Pasubio: Antonio Palumbo di Antonio, nato a Salaparuta il 26 settembre 1883, Capitano di Complemento, morto per ferite da combattimento il 2 luglio 1916. Antonio Provaroni di Berardino, nato a Cantalice il 14 gennaio 1887, Fante, morto per ferite riportate in combattimento il 26 maggio 1918. Giuseppe Santeramo di Michele nato a Ruvo di Puglia il 26 maggio 1898, Fante mitragliere, morto per malattia nell’ospedaletto da campo N° 176 il 7 ottobre 1918. Fiorino Morando di Giovanni Battista nato a Viarigi il 10 marzo 1896, Alpino, morto per ferite riportate in combattimento il 30 ottobre 1916.

Il contrasto fra il terrore di un secolo fa e l’estasi per i panorami di oggi è talmente forte che arriva a disturbare il profondo dell’anima.

Ma, tutto sommato, è il giusto effetto dell’inizio di questo (oramai lungo) discorso: camminare ed immergersi nella natura e nella sua storia vuol dire anche vivere emozioni contrastanti. E se ciò avviene vuol dire che lo spirito escursionistico è vivo. Vivissimo !

La lunga discesa ci anticipa che, fra poco, con un bicchier di vino rosso, anche questa esperienza avrà termine.

I passi si succedono lentamente, quasi a non voler terminare più.

Due camosci liberi e saltellanti che si tengono a debita distanza raccontano invece la gioia di vivere. Quella che non deve mancare mai e che da la spinta per continuare a mettere un primo passo. E poi un altro. Fino a quando mi sarà concesso.

***

Ogni passo è quindi diverso dal precedente.

Forse ha più valore del precedente.

Il dettaglio da tenere bene a mente credo però che sia il seguente : il prossimo passo, il più importante è il tuo.

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In equilibrio : con i piedi, gli occhi e la memoria

Era già da un po’ che ci pensavo.

Ci riuscirò ancora ?

La mia dieta è stata sufficiente per potermi permettere simili fatiche ?

Nonostante la tensione emotiva degli ultimi giorni, avrò conservato un minimo di lucidità per poter gestire accuratamente le forze ?

Con questo violentissimo raffreddore fuori stagione riuscirò a respirare bene ?

Ogni volta che negli ultimi giorni si sono succeduti questi (ed altri) interrogativi, l’unica risposta pronta e possibile era : lo scoprirò quando sarò in vetta.

Molto spesso nella vita ci preoccupiamo di quello che potrà accadere, cercando di prevedere ogni possibile variabile. Quasi sempre non andremo mai ad azzeccare quello che succederà veramente.

E quindi, tanto vale, è meglio prendere le precauzioni del caso e poi lanciarsi…come se fosse un salto nel vuoto !

 

Sulla vetta del Monte Porrara a quota 2137 metri slm c’ ero già stato la bellezza di 26 anni prima e dalla memoria apparivano precisi dettagli di un percorso alquanto nebuloso : una salita ripidissima e noiosa, una cresta affilata come la lama di un coltello e ampi panorami. Ne avevo comunque un ricordo positivo: grandi emozioni, soddisfazioni, lunghi respiri e silenzi irreali.

Le mie gambe, probabilmente, non nutrivano le stesse sensazioni…anzi !

Avevo pensato quindi di ingannarle…invertendo l’itinerario.

Ma di questo ne parleremo dopo.

L’appartamentino che avevamo fortunosamente trovato a Rivisondoli, appariva pulito e confortevole. Appariva, appunto !

Porte che non si chiudevano, depositi impolverati di materiale vario, il solito sciacquone difettoso, alcuni calcinacci sul lenzuolo del mio letto… potrebbe bastare così. Questo non toglie comunque nulla alla bellezza silenziosa di questo borgo in cui le persone parlano sottovoce, le auto si muovono per inerzia, i passi sono felpati e gli uccellini cantano il minimo sindacale.

Sembra di avere dei batuffoli di cotone nelle orecchie ma il tuo stesso respiro ti convince subito del contrario.

Anche la luce si intrufola pigra nelle strette viuzze, giusto per illuminare un portale, una fontana, una ripida gradinata. Una finestra in anticorodal ! E mica una sola ! Credo che il “Signor Anticorodal” abbia trovato in questo paese una gallina dalle uova d’oro ! Questo è uno scempio che Rivisondoli non meritava; mi auguro che qualcuno al più presto decida di porvi rimedio.

A tratti sembra di trovarsi in un paese fantasma. Pochi passanti ci incrociano guardandoci insospettiti. Qualcosa però ci suggerisce di iniziare a pensare alla cena prenotando un tavolo.

Tavolo trovato, ma per puro caso !

Dopo poco tempo ci rendiamo conto che il frastuono ed il caos di bipedi vocianti aveva lasciato le strade del paese per rintanarsi nei ristoranti. Senza voler parafrasare l’inventore della frase successiva, mi sento di dire che il paese è vuoto ma “i ristoranti sono tutti pieni” !!!

Una cena a base di fettuccine ai porcini, arrosticini (siamo in Abruzzo … È obbligatorio !), rosso di Montepulciano e zampognari fuori stagione.

La notte passa in questo silenzio irreale in cui riprendono comunque ad affacciarsi alla mente i miei soliti quesiti. Ma adesso è diverso. E’ un po’ come quando devi sostenere un esame e nei giorni precedenti ti inganni rinviando l’idea del momento. Adesso “quel momento” è fra poche ore…

Dopo una colazione ipercalorica, tracanno l’ennesimo “Vivin-C” con l’augurio che faccia effetto al più presto, sturandomi il naso ed evitando di respirare con la bocca lungo la salita.

Pochi minuti dopo, appena superato il Valico della Forchetta e la Stazione di Palenna, eravamo pronti ad affrontare la ripida salita.

Non ho avuto neppure il tempo di allacciare gli scarponi e riscaldare i muscoli che la salita ha iniziato a tirare. Sembrava quasi volermi sfidare, sperando di ricacciarmi indietro. Ma, si sa, le sfide mi piacciono ed ho deciso di fare la prima sosta solo dopo un’ora quando avevamo già superato la metà del dislivello complessivo.

Il naso era libero, le gambe allegre, l’entusiasmo alle stelle, l’aria frizzante, il panorama superbo.

C’erano tutti gli ingredienti necessari per una escursione da ricordare.

Dopo il primo tratto percorso quasi esclusivamente nel bosco, ora siamo usciti allo scoperto seguendo una stretta traccia che si snoda lungo un crinale abbastanza ampio.

Gli ultimi duecento metri di dislivello hanno un sapore di roccia, luce e calore. Hanno il rumore delle pietre che litigano con i miei scarponi. Hanno la certezza che su quella cima ci saremmo arrivati presto senza alcun problema.

La Croce di vetta ci appare molto prima delle nostre previsioni. Anticipiamo il pranzo di un’oretta.

Un’idea insana ma spaventosamente intrigante inizia a frasi spazio : il programma prevedeva di ritornare indietro sullo stesso sentiero…ma la cresta che si snoda fin sotto il Monte Amaro mi invita a proseguire.

I miei ricordi di 26 anni prima ritornano, prepotenti. Mi sembra di rivivere l’entusiasmo provato tanti anni fa nel percorrere quella bellissima cresta.

E allora la decisione : proseguiamo in direzione di Guado di Coccia e poi pieghiamo verso Campo di Giove. Se non troviamo un Sant’uomo per un passaggio … ci faremo una dozzina di chilometri sull’asfalto per ritornare da Vis (che, per chi non lo sapesse, è il mio pullmino).

Ora io non so se i miei compagni di viaggio nutrano una fiducia smisurata nei miei confronti, siano più avventati di me, abbiano un santo protettore dedicato o una fortuna sfacciata : fatto sta che hanno accettato immediatamente !

Quella cresta sottile si presenta ai nostri occhi in tutta la sua bellezza; il dover prestare attenzione a dove mettere i piedi diventa di importanza secondaria.

L’essenza del fascino della montagna è, quasi, tutto riassunto lì: in uno spazio che va dai piedi agli occhi. Ho detto quasi; infatti mancano le grandi cime innevate che contraddistinguono ad esempio le Dolomiti. Eppure, nascosto fra le nuvole, appena dietro al Morrone, c’è il Gran Sasso. Più in fondo la dorsale dei Sibillini. E qui, davanti ai nostri occhi, la mole del Monte Amaro.

E mentre continuo a camminare con gli occhi, mi accorgo fortunosamente, di essermi infilato in un passaggio estremamente pericoloso. Impossibile no, ma davvero brutto !

Mentre a fatica cerco di effettuare inversione di marcia su questa cengia strettissima, qualcuno ha già individuato un passaggio un po’ più facile sulla sua destra.

Una fitta nuvolaglia sorretta da un vento insistente cerca a più riprese di scavalcare il monte Porrara; la sua cresta resiste imperterrita a queste forze respingendo gli assalti e tagliando accuratamente le estremità delle nuvole. Sembra non aver paura neppure dei rombi prolungati che echeggiano dalle montagne più a sud… e che non lasciano prevedere nulla di buono !

Non ha importanza se c’è qualche saliscendi, le gambe vanno, gli occhi godono e l’anima è in estasi !

Ma tutto ha una fine.

E questa fine coincide con l’inizio della vera discesa. I primi duecento metri in equilibrio su sfasciumi di roccia instabili sono fatti quasi a capofitto.

Un breve riposo a quota 1750 ci consente di studiare meglio le carte…che vorrebbero farci arrivare a Guado di Coccia. Ma io non ci sto ! E la mia memoria ritorna a 26 anni prima e riconosce il punto in cui sono passato pronunciando parole irripetibili !

Qualcuno, intuendo quale fosse la direzione che intendevo prendere, ha provato a dissuadermi : “Provo a salire di lì ?”, “Guarda : più avanti c’è un paletto bianco-rosso”. Sono stato irremovibile. Ho riconosciuto il punto e sapevo anche quello che ci aspettava; ma quella era la soluzione più rapida.

Siamo scesi a rotta di collo su una pista da sci ; nera, ovviamente.

Ripida, sassosa, brutta come poche.

E siccome non era ancora sufficiente, abbiamo poi continuato su una pista blu.

Quando le ginocchia fumavano e le gambe avevano imparato a parlare…le sofferenze avevano avuto termine.

All’interno di un campetto di un enorme residence apparentemente semi abbandonato, ci è apparsa una fontana di acqua fresca. Poco importava se fosse potabile o meno in quanto le nostre riserve si erano esaurite da tempo.

Dopo qualche centinaio di metri eravamo sulla strada asfaltata che ci avrebbe ricondotto al punto di partenza: altri 12 chilometri, circa.

Avevamo camminato già per 12 chilometri superando circa 1000 metri di dislivello in altezza e 1150 in discesa.

Ho capito che se avessi voluto salvare la mia immagine (ma forse anche la mia incolumità) avrei dovuto far qualcosa per evitare questo inutile martirio suppletivo.

DOVEVO trovare qualcuno per un passaggio in auto.

Mi sono piazzato al centro della strada nella speranza di incontrare il Sant’uomo cui accennavo prima. Pochi secondi dopo il miracolo si è compiuto.

La prima auto che è transitata mi ha accettato a bordo per riportarmi alla partenza.

Mezz’ora di auto, un temporale impressionante, i miei compagni di cammino al riparo sotto una tettoia, il sole improvviso. Ma non era ancora finita.

Eravamo immersi in un silenzio impossibile dal giorno prima. Ci faceva forse paura ritornare nel caos senza un minimo adattamento. E quindi…sosta alla stazione di Palena.

Un vecchio trenino, brulicante di passeggeri , aveva improvvisamente turbato la quiete di quel luogo. Caffè, vino, panini, fisarmoniche. Il tutto coordinato da un capotreno che aveva messo in piedi questo progetto su una linea ferroviaria dismessa. Un’idea geniale di come sfruttare risorse per valorizzare il territorio in modo diverso !

Il ritorno a casa è avvenuto in circa quattro ore, e , mentre guidavo, pensavo che i miei quesiti avevano finalmente trovato le risposte che cercavano.

Sentivo pulsare l’orgoglio per ciò che ero riuscito a fare.

Ora, piuttosto, mi chiedevo come si sarebbero comportate le mie gambe il giorno dopo e sopratutto : “Le troverò ancora attaccate al mio corpo al risveglio ?”

Abbiamo incrociato,durante il viaggio, migliaia di forsennati al rientro dal piccolo ponte del 2 giugno. Sembrava che corressero tutti per evitare la fine del mondo, evitando di prestare attenzione ai sorpassi, ai rientri in corsia, alle frenate improvvise…

Guardando quel modo schizofrenico di guidare, non ho potuto fare a meno di pensare : “Ma questi sono pazzi !”

La stessa cosa che avevo pensato 26 anni fa !

Sentieri

Un sentiero può essere stretto, largo, lungo, assolato, pietroso, ripido, esposto, ombroso, pianeggiante, sinuoso, diritto… possiamo, se volete, continuare questo gioco all’infinito !

Certamente, anche se il camminare “fuoripista” ha un suo fascino indiscutibile, seguire un sentiero sprigiona un non so che di ipnotico. Attira l’interesse, sviluppa l’istinto di ricerca, incuriosisce e, perché no, spesso tranquillizza.

E’ evidente che il gioco di trovare un aggettivo per definire un sentiero è solo un modo diverso per descriverne le caratteristiche; è importante sapere come si svilupperà il nostro cammino.

E’ fondamentale conoscere la direzione, gli incroci, le esposizioni (al sole o nel vuoto), le pendenze…

Solamente conoscendo le caratteristiche di un sentiero si può gestire la fatica e programmare meglio il proprio cammino.

Ma le caratteristiche di un sentiero hanno la capacità di mutare al ritmo del tempo e delle stagioni.

E’ facile imbattersi in un sentiero che si ricordava tranquillo e scoprire invece una frana che ostruisce il passaggio o, peggio ancora, non ritrovarlo più perché sbriciolatosi nel dirupo.

Ogni tanto “Madre natura” si riappropria di ciò che le appartiene ed invade con fioriture o fitta vegetazione quello che l’uomo (ma non solo lui) aveva in passato utilizzato per spostarsi “da qui a lì”.

Queste caratteristiche variabili hanno la capacità di mutare profondamente l’aspetto di queste vie al cambiare delle stagioni. Camminare d’estate su un sentiero che si snoda in una faggeta sarà bello, ma volete paragonarlo a quando lo fate in autunno ?

Siamo sicuri che camminare su una sterrata murgiana  ad aprile sia proprio uguale a farlo in luglio ? O in dicembre ?

Ed una salita su un monte di 2000 metri è uguale se fatta in maggio o in gennaio ?

Eppure sono gli stessi sentieri ! Così enormemente diversi nei diversi periodi dell’anno.

Il bello è che non esiste il “meglio” assoluto, ma la bellezza di quel sentiero è una cosa estremamente soggettiva.

Ed ecco affiorare un quesito : ma il sentiero (oltre alle sue caratteristiche) ha anche un suo carattere ?

Irascibile, accogliente, duro, simpatico…stiamo riprendendo il gioco di prima.

Ma questa volta gli aggettivi sono riconducibili non tanto alle caratteristiche tecniche ma a quello che suscitano nell’animo di chi percorre quel sentiero.

Ci sono sentieri in cui ci si sente a proprio agio; e tutto questo a prescindere dalla difficoltà o dalla pericolosità.

Sono quegli itinerari con cui si entra in simpatia; sono sentieri che non ti deluderanno mai, che ti riserveranno certamente una forte emozione. E non ha alcuna importanza se la stessa emozione quel sentiero te la abbia offerta già in passato. Un’emozione è sempre differente perché è differente il momento in cui viene vissuta.

Questo vorrei far capire a chi qualche volta mi chiede : “Ma, non ti sei stancato ad andare spesso nel tal posto ?”

Potrei rispondere : “Non ti sei stancato di far l’amore con tua moglie ? “ oppure “Non ti sei stancato a vedere sempre gli stessi amici di una vita ?”

Come ci si può stancare di un’emozione ?

Può capitare anche che un vecchio sentiero ti riservi anche una brutta sorpresa.  Vuol dire, evidentemente, che non lo conoscevi davvero bene. E la stessa cosa che può accadere anche con chi consideravi amico: probabilmente non lo conoscevi bene. Il problema è il tuo, non il suo !

E’ fin troppo evidente che tracciare un parallelismo tra un sentiero ed una vita sia un gioco da ragazzi !

Inizia.

Ti insegna e ti mette alla prova.

Ti stanca e ti da gioie.

Ti fa crescere e ti annienta.

Ti fa adattare e ti fa decidere.

Ti isola e ti fa confrontare con gli altri.

Ti presenta difficoltà e ti insegna a superarle.

Ti realizza.

Finisce.

Qualcuno vuole continuare questo nuovo gioco ?

Magari dopo questa nuova riflessione.

“Sentiero” ha una grande assonanza con “sentire”.

Sul sentiero infatti non si è mai soli. Il silenzio, se camminiamo i solitudine, ci fa sentire, prima in lontananza e poi sempre più forte, le voci di chi è lontano o di chi non c’è più.

Ed è in quei momenti che si riescono a pensare e a dire quelle cose necessarie, anzi indispensabili, che non si è mai pensato o detto.

Si riescono a capire meglio gli altri con le proprie aspettative, intenzioni e sensibilità.

Capita anche l’opposto quando ti trovi in cammino in compagnia di altri : improvvisamente le voci dei compagni di cammino svaniscono e ti isoli in un mondo solo tuo.

Ti accorgi in quei momenti che la voce con cui ti stai confrontando è la tua ! Uno sdoppiamento dell’anima che ti permette di parlare con il “te stesso” che non conosci.

E scopri con grande incredulità, timore e soddisfazione che sei qualcosa che non pensavi di essere.

Impari a conoscere i tuoi limiti e le tue potenzialità. A riconoscere gli errori ed a proporre soluzioni.

E tutto questo avviene mentre le tue gambe si muovono sicure, guidate da quel sentiero con cui sei entrato in piena sintonia.

Ma “sentiero” e “sentire” non sono solo questo.

Certo : puoi sentire i versi degli animali, lo stropicciarsi dei rami al vento o , come dice il mio Amico Donato, il tuo respiro che si trasforma in onda del mare.

Puoi sentire i profumi del sottobosco o di fiori appena sbocciati che ti rimandano a ricordi ancestrali. Quasi in preda ad un allucinazione olfattiva.

Puoi sentire il tepore del sole o gli schiaffi violenti di vento, pioggia e neve.

Puoi sentire l’erba piegarsi delicatamente sotto le tue dita o la dura roccia.

Puoi sentire il dolce sapore delle fragoline di bosco o quello “allappante” delle prugne selvatiche.

Ma puoi sentire molto, molto di più !

Quel sentiero che stai percorrendo ti racconta di antichi pellegrini, pastori transumanti, soldati di ogni razza e divisa, povera gente o ricchi viaggiatori.

E’ impossibile non cogliere gli echi di quelle voci !   Ti rendi conto che quel sentiero ha una sua storia e te la sta raccontando. Ti dice di paure ed aspirazioni, di preghiere e violenze, di semplicità ed immaginazione.

Sulla Murgia vedi una fiumana di pecore attraversare quella antica via di transumanza che stai percorrendo in quel momento. E senti i richiami sguaiati dei pastori e l’abbaiare dei cani.

Su quel sentiero che stai percorrendo sul Pasubio vedi un centinaio di fanti che tirano a fatica un enorme cannone mentre rimbomba prepotente l’artiglieria nemica. Ti sembra di sentire le urla, le esplosioni e vedi  anche i corpi smembrati di quei poveri sventurati colpiti dalla granata.

E se invece ti trovi sul sentiero che da Plain Maison sale al Rifugio Duca degli Abruzzi, ti capiterà certamente di incontrare Walter Bonatti che sta andando in vetta al Cervino…

E mentre cammini in questa processione di gente senza tempo e senza spazio, ti rendi conto di essere diventato una parte, infinitesimale, della storia di quel sentiero.

Quel sentiero tracciato da un uomo, chissà chi ma un “primo” ci sarà sicuramente stato, c’era prima di te e ci sarà anche dopo. Per molto tempo ; a meno che non sparisca per mano di un altro uomo, sicuramente scellerato !

Sono sicuro che molti di voi, ora,  si staranno chiedendo che cosa io abbia bevuto o chi sia il mio spacciatore…

La risposta è molto più semplice: oggi è il primo maggio ed ho pensato di fermarmi per riposare.

Non ho quindi seguito alcun sentiero…

Quindi : il frutto di queste pagine è stato generato unicamente da una crisi d’astinenza.

Camminare genera dipendenza ma non è vietato, non fa male ed è bellissimo !!!

Un tuffo nella storia

Cosa c’è di meglio di una splendida (e calda) giornata primaverile (la prima vera giornata primaverile di quest’anno) ?

In molti si saranno posti questa domanda ieri mattina, appena svegli.

Noi no ! Sapevamo già quello che ci attendeva.

Questo itinerario di oltre venti chilometri ci avrebbe permesso di intrufolarci tra gli ulivi immergendoci nella nostra storia.

Il tratto che da Fasano va verso “la Forcatella” è meta ambita dagli amanti del mare e dei ricci.

Ieri mattina un costante, graduale, incessante, aumento di esseri umani alla ricerca del primo sole, ha risvegliato dal letargo invernale le campagne, le masserie, i muretti a secco di queste contrade.

L’esistenza di un labirinto di strade asfaltate, che un giorno erano lenti sentieri che conducevano alle innumerevoli masserie, ci ha comunque permesso di sopravvivere all’invasione delle auto che, quasi in stato ipnotico, occupavano con lunghe e lente processioni le strade principali e la costa.

In realtà nel nostro reticolo percorso a piedi, abbiamo incontrato qualche auto che disperatamente cercava una via di fuga. Sembrava quasi di captare il forte timore del conducente di essersi perso su queste strette lingue d’asfalto riservate, evidentemente, solo ai veri estimatori di questo territorio.

Ci sono tuffi e… tuffi. Noi, oggi, lo faremo nella storia.

La Chiesa di sant’Antonio d’Ascula, annessa alla Masseria Lamalunga, benedice il drappello di una trentina di escursionisti che, nonostante il caldo, già di prima mattina, si avventura coraggiosamente verso la prima tappa.

Il tempietto di Seppanibale è un gioiello, ignoto a molti, protetto da una cinta muraria a poche decine di metri dal frastuono della Strada Statale. Solo le due cupolette che svettano fra gli olivi tradiscono la presenza di un luogo che da circa mille anni è un riferimento per chi si dirige (o è di rientro) in Terra Santa.

A pensarci bene gli anni sono forse di più, visto che i reperti trovati durante gli scavi archelogici, rimandano ancora più indietro nel tempo.

Un sentiero nascosto dalla vegetazione ci porta verso nord ed appare evidente, in diversi punti di questo tratto, che in tanti prima di noi e molto tempo fa hanno percorso il nostro medesimo itinerario. I solchi dei carri hanno inciso in modo inequivocabile la roccia. Sembra quasi di vederli ancora passare. Sono le immagini che rimbalzano dai tempi antichi. Sembra anche di udire il vociare dei pellegrini. Sono echi del tempo passato che rimbombano prepotenti ancora oggi. Immagini e voci sembra vogliano ricordarci chi siamo e da dove veniamo.

Camminiamo nella storia. La nostra.

Incrociamo la lingua d’asfalto che ci toccherà percorrere. Ma non siamo ancora rientrati ai nostri giorni; infatti poco dopo ci troviamo a camminare fra stretti muretti a secco mentre l’aria si inonda dell’inconfondibile profumo di stallatico.

Un passaggio a livello chiuso ci dice di aspettare il nostro turno. Uno di noi si avventura incoscientemente dall’altra parte, attirando dapprima lunghi ululati del treno in corsa che stava sopraggiungendo. Immediatamente dopo è costretto a sobbarcarsi il rimprovero di un pastore albanese che aveva assistito alla scena :

“Scusa se ti dico, ma anche bambino non fa cosa così ! Non si fa !”

Un grande falò di rami degli ulivi potati, circondato da numerosi operai, ci dice che il bivio per accedere alla prossima meta è lì a pochi passi.

Masseria Maccarone ci dà il benvenuto prima con una eloquente scritta su un muro e poi con la cordiale e sincera accoglienza dei proprietari della struttura.

La bellezza di questa masseria è difficilmente descrivibile. C’è chi vede un paesaggio spagnolo, chi peruviano, chi ,concordo, un mondo estinto che magicamente rivive.

I silenzi, i colori, le ombre, i profumi, i dettagli. Sembrano provenire da un’altra dimensione. Sembra che si sia aperta una finestra spazio-temporale scaraventandoci magicamente in quel 1754 inciso sul portale dell’edificio principale.

Anche l’orgoglio dei proprietari, che hanno rifiutato offerte faraoniche da parte di facoltosi acquirenti, rimanda ad antichi valori. La nobiltà risiede nell’animo prima che nella araldica !

E’ difficile lasciare questo splendido angolo di mondo, ci si affeziona rapidamente. Sembra quasi che si risvegli un amore ancestrale per questa bellezza semplice ma allo stesso tempo aristocratica.

La vita, e sopratutto quella dell’escursionista, è fatta di sensazioni. Sono proprio queste emozioni tanto forti quanto inattese, che ripagano il camminatore di fatiche e sacrifici.

Sotto il sole che picchia dritto sulla mia pelata, proseguiamo fino alla rossa e silenziosa Masseria Sovereto per poi identificare il punto della nostra sosta pranzo.

Una struttura semi abbandonata con una insolita facciata di color azzurro diventa il silenzioso palcoscenico del nostro pasto. Masseria Laghezza offre molto di più di un asilo per escursionisti !

Basta muoversi un po’ nei dintorni per scoprire altre bellezze immutate nel tempo : un frantoio ipogeo, mangiatoie pulite, ulivi contorti. Questi ultimi sembra quasi che si sforzino di raccontare le vicende di questa casa. Non riescono a farlo con le parole ma i loro tronchi contorti dicono molto di più !

L’esplosione di colori e profumi di questa primavera fa il resto. Giallo, rosso, bianco, verde, viola che diffondono profumi. Anche il blu del cielo e del mare trasporta di tanto in tanto il profumo della costa.

Finisce il pranzo, ma non le emozioni.

Il cammino riprende ed un nuovo tratto di asfalto ci aspetta. E questa volta ci accompagnerà fino al termine dell’escursione. Passiamo nei pressi di Torre Coccaro, nascosta dalla vegetazione, ma che con falsa modestia rivela il suo vero status sul cartello posto su un pilastro dell’ingresso : “Torre Coccaro” seguita da cinque stelle. E qui la politica non c’entra nulla !

A giudicare dalle numerose auto nascoste fra gli ulivi, non si può fare a meno di affermare che la crisi economica ha lasciato evidentemente molti sopravvissuti ! Della serie “beatoachipuò!”

Intanto noi ci “accontentiamo” di bearci della gioia del cammino e delle emozioni che ci riserva.

Vi pare poco ?

Da questo momento è un susseguirsi incessante di masserie antiche, abbandonate o no, ristrutturate in chiave moderna (crimine !) o letteralmente “inventate” in stile antico.

Ci appaiono ulivi colossali e contorti. Sembrano sculture. Infatti lo sono: il tempo ha modellato questi alberi che potrebbero raccontarci di antichi camminatori (forse crociati ?). Sono i custodi millenari di Masseria Pettolecchia.

L’aspetto singolare di questa struttura rimanda ad un fortilizio piuttosto che ad un edificio agricolo. Probabilmente la sua funzione era proprio quella ed offre ancora oggi una sensazione di forza e sicurezza. Massiccia e squadrata, imponente e silenziosa, severa ma non brutta.

Una quercia da sughero resiste orgogliosa in questa foresta di ulivi antichissimi.

Qualcuno li definisce “dinosauri”.

La stanchezza, nonostante i chilometri percorsi, non ha fiaccato lo spirito del gruppo.

Le forze, anzi, si moltiplicano. L’entusiasmo è un carburante imprevedibile !

E allora…deviamo per visitare anche Cerasina. Anche qui giungono gli echi del passato, sebbene oggi la proprietà sembra essere stata divisa in due parti. Due possenti lucchetti proteggono le cancellate d’accesso alle masserie … ma non fermano la visita del frantoio ipogeo con la macina ancora perfettamente funzionante !

Alcune mura alte e possenti non sono in grado di nascondere completamente ciò che esiste all’interno; un profumo di agrumi tradisce infatti la presenza di un misterioso aranceto.

Riprendiamo a camminare ed un cartello attira la nostra attenzione : “Vendesi antica masseria, 1300 mq su tre superfici, frantoio ipogeo, 6 ettari di ulivi etc.etc”.

Come si fa a resistere ? Andiamo a vedere anche questa !

Masseria Le Lumie sembra essere vittima di un incantesimo. Anche qui il tempo si è fermato. Volerla vendere sembra quasi un oltraggio, ma ci rendiamo conto che mantenere una struttura del genere costa. Molto.

Sorvolo sul prezzo iniziale della trattativa…ne parlerò, magari, in un’altra vita.

Ricominciamo a mettere gli scarponi uno avanti all’altro.

Solamente quando in fondo a questa striscia d’asfalto scorgiamo l’azzurro del mare, comprendiamo che la nostra camminata sta per terminare.

Ventidue chilometri e non sentirli.

Millenni di storia, di tradizioni, di sudore e sacrifici vissuti in qualche ora.

Tornano quegli echi e penso che ci accompagneranno ancora per qualche giorno, così come continueremo a farci abbagliare da questi colori intensi e stordire dai profumi delicati e, al tempo stesso, penetranti.

Purtroppo iniziamo a sentire anche un moderno vociare, strombazzamenti e rombi di auto.

Di questi avremmo fatto volentieri a meno.