Un tuffo nella storia

Cosa c’è di meglio di una splendida (e calda) giornata primaverile (la prima vera giornata primaverile di quest’anno) ?

In molti si saranno posti questa domanda ieri mattina, appena svegli.

Noi no ! Sapevamo già quello che ci attendeva.

Questo itinerario di oltre venti chilometri ci avrebbe permesso di intrufolarci tra gli ulivi immergendoci nella nostra storia.

Il tratto che da Fasano va verso “la Forcatella” è meta ambita dagli amanti del mare e dei ricci.

Ieri mattina un costante, graduale, incessante, aumento di esseri umani alla ricerca del primo sole, ha risvegliato dal letargo invernale le campagne, le masserie, i muretti a secco di queste contrade.

L’esistenza di un labirinto di strade asfaltate, che un giorno erano lenti sentieri che conducevano alle innumerevoli masserie, ci ha comunque permesso di sopravvivere all’invasione delle auto che, quasi in stato ipnotico, occupavano con lunghe e lente processioni le strade principali e la costa.

In realtà nel nostro reticolo percorso a piedi, abbiamo incontrato qualche auto che disperatamente cercava una via di fuga. Sembrava quasi di captare il forte timore del conducente di essersi perso su queste strette lingue d’asfalto riservate, evidentemente, solo ai veri estimatori di questo territorio.

Ci sono tuffi e… tuffi. Noi, oggi, lo faremo nella storia.

La Chiesa di sant’Antonio d’Ascula, annessa alla Masseria Lamalunga, benedice il drappello di una trentina di escursionisti che, nonostante il caldo, già di prima mattina, si avventura coraggiosamente verso la prima tappa.

Il tempietto di Seppanibale è un gioiello, ignoto a molti, protetto da una cinta muraria a poche decine di metri dal frastuono della Strada Statale. Solo le due cupolette che svettano fra gli olivi tradiscono la presenza di un luogo che da circa mille anni è un riferimento per chi si dirige (o è di rientro) in Terra Santa.

A pensarci bene gli anni sono forse di più, visto che i reperti trovati durante gli scavi archelogici, rimandano ancora più indietro nel tempo.

Un sentiero nascosto dalla vegetazione ci porta verso nord ed appare evidente, in diversi punti di questo tratto, che in tanti prima di noi e molto tempo fa hanno percorso il nostro medesimo itinerario. I solchi dei carri hanno inciso in modo inequivocabile la roccia. Sembra quasi di vederli ancora passare. Sono le immagini che rimbalzano dai tempi antichi. Sembra anche di udire il vociare dei pellegrini. Sono echi del tempo passato che rimbombano prepotenti ancora oggi. Immagini e voci sembra vogliano ricordarci chi siamo e da dove veniamo.

Camminiamo nella storia. La nostra.

Incrociamo la lingua d’asfalto che ci toccherà percorrere. Ma non siamo ancora rientrati ai nostri giorni; infatti poco dopo ci troviamo a camminare fra stretti muretti a secco mentre l’aria si inonda dell’inconfondibile profumo di stallatico.

Un passaggio a livello chiuso ci dice di aspettare il nostro turno. Uno di noi si avventura incoscientemente dall’altra parte, attirando dapprima lunghi ululati del treno in corsa che stava sopraggiungendo. Immediatamente dopo è costretto a sobbarcarsi il rimprovero di un pastore albanese che aveva assistito alla scena :

“Scusa se ti dico, ma anche bambino non fa cosa così ! Non si fa !”

Un grande falò di rami degli ulivi potati, circondato da numerosi operai, ci dice che il bivio per accedere alla prossima meta è lì a pochi passi.

Masseria Maccarone ci dà il benvenuto prima con una eloquente scritta su un muro e poi con la cordiale e sincera accoglienza dei proprietari della struttura.

La bellezza di questa masseria è difficilmente descrivibile. C’è chi vede un paesaggio spagnolo, chi peruviano, chi ,concordo, un mondo estinto che magicamente rivive.

I silenzi, i colori, le ombre, i profumi, i dettagli. Sembrano provenire da un’altra dimensione. Sembra che si sia aperta una finestra spazio-temporale scaraventandoci magicamente in quel 1754 inciso sul portale dell’edificio principale.

Anche l’orgoglio dei proprietari, che hanno rifiutato offerte faraoniche da parte di facoltosi acquirenti, rimanda ad antichi valori. La nobiltà risiede nell’animo prima che nella araldica !

E’ difficile lasciare questo splendido angolo di mondo, ci si affeziona rapidamente. Sembra quasi che si risvegli un amore ancestrale per questa bellezza semplice ma allo stesso tempo aristocratica.

La vita, e sopratutto quella dell’escursionista, è fatta di sensazioni. Sono proprio queste emozioni tanto forti quanto inattese, che ripagano il camminatore di fatiche e sacrifici.

Sotto il sole che picchia dritto sulla mia pelata, proseguiamo fino alla rossa e silenziosa Masseria Sovereto per poi identificare il punto della nostra sosta pranzo.

Una struttura semi abbandonata con una insolita facciata di color azzurro diventa il silenzioso palcoscenico del nostro pasto. Masseria Laghezza offre molto di più di un asilo per escursionisti !

Basta muoversi un po’ nei dintorni per scoprire altre bellezze immutate nel tempo : un frantoio ipogeo, mangiatoie pulite, ulivi contorti. Questi ultimi sembra quasi che si sforzino di raccontare le vicende di questa casa. Non riescono a farlo con le parole ma i loro tronchi contorti dicono molto di più !

L’esplosione di colori e profumi di questa primavera fa il resto. Giallo, rosso, bianco, verde, viola che diffondono profumi. Anche il blu del cielo e del mare trasporta di tanto in tanto il profumo della costa.

Finisce il pranzo, ma non le emozioni.

Il cammino riprende ed un nuovo tratto di asfalto ci aspetta. E questa volta ci accompagnerà fino al termine dell’escursione. Passiamo nei pressi di Torre Coccaro, nascosta dalla vegetazione, ma che con falsa modestia rivela il suo vero status sul cartello posto su un pilastro dell’ingresso : “Torre Coccaro” seguita da cinque stelle. E qui la politica non c’entra nulla !

A giudicare dalle numerose auto nascoste fra gli ulivi, non si può fare a meno di affermare che la crisi economica ha lasciato evidentemente molti sopravvissuti ! Della serie “beatoachipuò!”

Intanto noi ci “accontentiamo” di bearci della gioia del cammino e delle emozioni che ci riserva.

Vi pare poco ?

Da questo momento è un susseguirsi incessante di masserie antiche, abbandonate o no, ristrutturate in chiave moderna (crimine !) o letteralmente “inventate” in stile antico.

Ci appaiono ulivi colossali e contorti. Sembrano sculture. Infatti lo sono: il tempo ha modellato questi alberi che potrebbero raccontarci di antichi camminatori (forse crociati ?). Sono i custodi millenari di Masseria Pettolecchia.

L’aspetto singolare di questa struttura rimanda ad un fortilizio piuttosto che ad un edificio agricolo. Probabilmente la sua funzione era proprio quella ed offre ancora oggi una sensazione di forza e sicurezza. Massiccia e squadrata, imponente e silenziosa, severa ma non brutta.

Una quercia da sughero resiste orgogliosa in questa foresta di ulivi antichissimi.

Qualcuno li definisce “dinosauri”.

La stanchezza, nonostante i chilometri percorsi, non ha fiaccato lo spirito del gruppo.

Le forze, anzi, si moltiplicano. L’entusiasmo è un carburante imprevedibile !

E allora…deviamo per visitare anche Cerasina. Anche qui giungono gli echi del passato, sebbene oggi la proprietà sembra essere stata divisa in due parti. Due possenti lucchetti proteggono le cancellate d’accesso alle masserie … ma non fermano la visita del frantoio ipogeo con la macina ancora perfettamente funzionante !

Alcune mura alte e possenti non sono in grado di nascondere completamente ciò che esiste all’interno; un profumo di agrumi tradisce infatti la presenza di un misterioso aranceto.

Riprendiamo a camminare ed un cartello attira la nostra attenzione : “Vendesi antica masseria, 1300 mq su tre superfici, frantoio ipogeo, 6 ettari di ulivi etc.etc”.

Come si fa a resistere ? Andiamo a vedere anche questa !

Masseria Le Lumie sembra essere vittima di un incantesimo. Anche qui il tempo si è fermato. Volerla vendere sembra quasi un oltraggio, ma ci rendiamo conto che mantenere una struttura del genere costa. Molto.

Sorvolo sul prezzo iniziale della trattativa…ne parlerò, magari, in un’altra vita.

Ricominciamo a mettere gli scarponi uno avanti all’altro.

Solamente quando in fondo a questa striscia d’asfalto scorgiamo l’azzurro del mare, comprendiamo che la nostra camminata sta per terminare.

Ventidue chilometri e non sentirli.

Millenni di storia, di tradizioni, di sudore e sacrifici vissuti in qualche ora.

Tornano quegli echi e penso che ci accompagneranno ancora per qualche giorno, così come continueremo a farci abbagliare da questi colori intensi e stordire dai profumi delicati e, al tempo stesso, penetranti.

Purtroppo iniziamo a sentire anche un moderno vociare, strombazzamenti e rombi di auto.

Di questi avremmo fatto volentieri a meno.

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