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Non puoi dire : “Autunno”

In poco tempo siamo passati da un gran caldo ad un clima decisamente più fresco.

Alla faccia di quelli che asseriscono con tono fatalista : “Non ci sono più le mezze stagioni! ”

In ogni caso non puoi dire “Autunno” se non avverti l’insopprimibile desiderio di aria frizzante, colori caldi e profumo di un camino.

Per chi ha anche la fortuna di voler cercare e vivere sensazioni anche a costo di sacrifici e privazioni (ma ne siamo proprio certi?), “autunno” vuol dire anche altro.

Non puoi dire “autunno” se in quella fatidica domenica mattina in cui ritorna l’ora solare non apprezzi la soddisfazione di aver messo la sveglia così presto ed aver contestualmente dormito un’ora di più. Eppure i dubbi che tormentano quella notte, per l’escursionista, sono sempre i soliti : “Ho fatto bene il calcolo di come spostare le lancette?”, “Funzionerà lo spostamento automatico del cellulare ?” e “Se funzionerà la spostamento automatico, la sveglia suonerà correttamente ?”.

I vantaggi di avere oltre 50 anni e la prostata che inizia a fare i capricci sono questi : fra un risveglio “idraulico” e l’altro, si riesce a controllare con esattezza scientifica il procedere delle operazioni di variazione dell’ora.

Fa impressione svegliarsi in un silenzio surreale alle cinque della mattina ed in un batter d’occhio “colazionelavaggivarizainobacettoaCarmelamettereinmotol’auto”.

La meta, lontana, non può che essere un monte lucano che, in questa stagione, offre sensazioni uniche.

In tre ore di viaggio, recuperando un po’ di amici ad Altamura ed al Passo della Sellata, siamo li all’imbocco della Fiumarella (un rigagnolo vivace) che poco più avanti si getta nella Fiumara d’Anzi.

Non puoi dire “Autunno” se, nonostante il freschetto, non ti lasci convincere dal sole tiepido ad iniziare a camminare con una maglietta indosso. Sai che hai qualche chilometro per riscaldarti a dovere, prima di dover necessariamente indossare qualcosa di più pesante.

Non puoi dire “Autunno” se i raggi del sole obliqui non iniziano a giocare con l’acqua della Fiumarella esaltando i contrasti e sfidandoti nello scattare in controluce.

Ogni volta che metti un passo in precario equilibrio nei pressi dell’acqua o guadi saltellando tra le roccette, il solito immancabile pensiero ti appare in mente : “E se scivolo adesso ? Dovrò farmi tutta l’escursione … in umido !”

Per fortuna questi fantasmi restano tali e dopo un’ora di cammino sei lì all’imbocco del Fosso della Fagosa.

La faggeta, che hai desiderato come palcoscenico di questa giornata, è lì, dinanzi a te, che ti invita ad entrare scuotendo una chioma rossa scompigliata.

Il sole, che hai desiderato non per il calore ma per i suoi giochi di luce, partecipa con entusiasmo alla tua emozione.

Non puoi dire “Autunno” se non provi tutto ciò !

Non puoi dire “Autunno” se non senti i tuoi scarponi procedere su un fondo morbido ricoperto da foglie colorate.

Non puoi dire “Autunno” se non riempi i tuoi polmoni di quell’odore sottile ed insistente del sottobosco e dei ciclamini.

Non puoi dire “Autunno” se non ti fermi ad ogni passo per ammirare un particolare e per catturare un raggio nel bosco con la tua fotocamera.

Non puoi dire “Autunno” se non pensi (o meglio, speri) di esserti perso in questo bosco fitto ma allo stesso tempo accogliente e rassicurante.

Non puoi dire “Autunno” se non preghi che quella magia non finisca.

Le difficoltà e la fatica sono, fino a quel punto, inesistenti; ti chiedi se sia vero o se non sia un inganno creato dalla bellezza del luogo.

La verità, come spesso avviene, sta nel mezzo.

Infatti, quando sei completamente posseduto dall’anima di questo bosco, allora arriva il momento di far lavorare le gambe.

Inizia una salita ripida, sempre di più, in un impluvio strettissimo che taglia di netto il Bosco la Bufata.

Procedi con grande attenzione su uno spesso tappeto di foglie pregando, ad ogni passo, che sotto non ci siano massi instabili, rami o radici.

Al massimo dello sforzo non provi alcun disturbo o repulsione per quel canale strettissimo che ti sta portando direttamente in una spianata a ridosso della strada.

Un essere normale si chiederebbe se questo non fosse un tipico esempio di “sadomasochismo”; ma l’escursionista non è un essere normale…

Il vento, forte, che fa svolazzare migliaia di coriandoli con sfumature che vanno dal rosso al giallo, ci consiglia di consumare il nostro misero pasto al riparo in un fosso circondato da grossi faggi.

Scusate; ho detto “misero pasto” ?

Da zaini che sembravano piccolissimi,

spunta fuori di tutto ! Panini e frutta (ovviamente), pizze, taralli, focacce, bottiglie di vino, spumante fresco e dolcetti. Persino una enorme caffettiera !

Riusciranno i nostri eroi ad affrontare l’altra metà del percorso con annessa ripida discesa ?

Non dovrebbe essere un grande problema visto che quello che abbiamo messo nella panza, lo abbiamo tolto dagli zaini !

Chi pensava che le fatiche e le emozioni fossero finite…si sbagliava di molto.

Ci infiliamo nel Bosco di Rifreddo e troviamo ad attenderci una discesa ripidissima che saltella fra crinali ed impluvi. I freni vengono messi a durissima prova.

Gli occhi, il cuore e la mente continuano invece a vivere emozioni con colori caldi, riflessi e profumi.

Le magliette sono state tutte coperte da pesantissimi pile e giacche a vento.

La radio continua a gracchiare (aveva iniziato a farlo dall’inizio del cammino) facendoci ascoltare i discorsi di cacciatori appostati dalle nostre parti. Sappiamo che hanno inutilmente sperato di abbattere qualche cinghiale. “Forse” siamo stati di disturbo. I cinghiali ringraziano !

Eccoci di nuovo nella fiumara ed il sole cala rapidamente.

Per evitare sorprese al buio nel letto del fiume, decido di affrontare una nuova salita (ripida ovviamente) per spostarci su una strada più lunga ma più sicura.

Franco (che non avrebbe voluto fare l’intera escursione ma che con grande decisione la ha affrontata fino all’ultimo) arranca a dispetto della fatica e dei suoi (quasi, sottolinea) settanta anni.

Ed ecco che ti accorgi che non puoi dire “Autunno” se il profilo dei rilievi non viene incendiato da un tramonto prepotente.

Dopo poco è la luce della lampada frontale che ti fa compagnia e ti guida direttamente al punto di partenza.

Il GPS sentenzia : “km 17,900 / dislivello + 807”.

Sei stanco e ti viene in mente che dovrai affrontare anche tre ore di viaggio !

Chi se ne frega !

Ora puoi finalmente dire “Autunno“ !

Ambiente & Territorio : riflessioni ad alta voce

Posso affermare, senza timore di smentita, che l’aver camminato per tanti anni mi ha permesso di conoscere luoghi e persone molto differenti fra di loro.

Ho potuto godere di panorami unici e sensazioni difficili da descrivere.

Nello stesso modo ho conosciuto persone gradevoli, appassionate del cammino e gelose del proprio territorio, ma anche persone subdole, false, incapaci.

E spesso tali caratteristiche si manifestavano con una arroganza senza limiti.

Per fortuna queste persone sono poche.

Ho attraversato però anche territori che poi, così incontaminati, non lo sono proprio !

Sono arrivato anche a pensare che, se non esistessero queste porcherie, apprezzeremmo molto meno tutti i lati positivi !

Ho compreso bene che Ambiente & Territorio (proprio così, con la & commerciale !) sono una unica cosa. Inscindibile.

In effetti non esiste un territorio (e la sua storia) che non sia stato condizionato dall’ambiente.

Provo a spiegarmi in due parole : ce lo vedreste uno jazzo sotto una cima dolomitica ?

Negli incontri che ho tenuto in questi anni dal titolo (appunto) “ Escursionismo : Ambiente & Territorio”, provo in un paio di ore a far capire (anche) come si arrivi a tale conclusione.

Spiego anche quale sia il mezzo attraverso il quale ci si può arrivare “sul campo” : l’escursionismo.

Vorrei condividere in questa pagina le considerazioni che mi sono state di grande aiuto ieri sera quando sono stato ospite di una cena di gala organizzata dall’Oleificio Cooperativo Paladino di Palo del Colle in occasione della conclusione del programma di festeggiamenti per la ricorrenza del 60° anniversario dalla fondazione.

Stiamo lavorando insieme per la realizzazione di un progetto escursionistico sul territorio palese mossi dal grande entusiasmo della suddetta Cooperativa.

Durante la cena mi è stato consegnato un Attestato per il lavoro svolto e… mi è stato messo in mano improvvisamente un microfono.

Mi sono trovato inaspettatamente a parlare ad un pubblico di circa trecento persone a me completamente sconosciute. E avrei dovuto parlare di una tematica (l’escursionismo) a loro probabilmente sconosciuta.

Sono bastati pochi secondi per capire quale era il tasto da toccare e come arrivarci.

Spesso in tutti questi anni ho evidenziato come la “cultura del Territorio” sia stata una materia demandata ai pochi appassionati e come solo attraverso le Associazioni sia stato possibile avviare molta gente a guardare con “occhi nuovi” (come li chiama Marcel Proust parlando del viaggio di scoperta) il territorio circostante.

Mi sono reso conto che nelle occasioni in cui mi sono trovato ad affrontare l’argomento con enti, istituzioni, scuole o aziende, ho trovato davanti a me un pantano di sabbie mobili. Parlavamo lingue diverse.

Da una parte la passione e l’amore per il territorio, dall’altra una logica affaristica, clientelare o di opportunismo politico.

Non voglio sindacare su ciò che sia più giusto, ma voglio ripetere che si tratta di due lingue diverse.

Oggi, per fortuna, le cose iniziano a cambiare.

Spesso però mi sono sentito chiedere : “Che cosa possiamo inventarci per valorizzare il territorio ?”

Ed ecco l’illuminazione che ho avuto mentre iniziavo a parlare a questa platea attenta e silenziosa.

Non c’è da inventare assolutamente nulla!

Ciò che doveva essere inventato è lì davanti a noi.

I monti, i boschi, i fiumi, i laghi ed anche la pietrosa Murgia sono stati creati nel tempo per mezzo di mutamenti climatici, erosioni di acqua e vento o sommovimenti tellurici (ecc.ecc.)

La nostra storia e le nostre tradizioni sono state create dai nostri lontani antenati fino ai nostri nonni.

Così come questa Cooperativa è stata creata 60 anni fa da 14 uomini lungimiranti.

Il nostro compito non è quello di inventare qualcosa ma di spiegare perchè tutto questo è importante.

Ciò che manca per far partire questo circolo virtuoso è la conoscenza.

Ecco quindi che il camminare dà lo spunto per avviare una grande operazione che potrà apparire “scontata”.

Se ne stiamo parlando probabilmente non lo è; e comunque, spesso, le soluzioni ai problemi si nascondono nelle cose più elementari.

Camminare per conoscere.

Il mezzo di trasporto più antico, economico ed ecologico ( i nostri piedi) sono il mezzo per vivere con lentezza il territorio che ci circonda. I ritmi più lenti acuiscono i sensi e la curiosità. Ci si accorge subito di piccoli dettagli (a volte neanche tanto piccoli) che fino a poco tempo prima avevamo completamente ignorato.

Camminando iniziamo a chiederci il perchè delle cose ed iniziamo a leggere il tutto in un modo nuovo.

Conoscere per apprezzare.

E’ inevitabile che, conoscendo meglio il territorio, si comincino ad apprezzare le piccole cose: i profumi, i colori, i suoni. Apprezziamo i ritmi antichi e le tradizioni.

La conoscenza ci porta a dare il giusto valore alle cose, iniziando a valutare maggiormente i dettagli e a comprendere quanto siano importanti per arricchire le nostre vite.

Apprezzare per divulgare.

Ci si rende conto di come sia importante e gratificante parlare agli altri di questa realtà sconosciuta che è sotto i nostri occhi.

E’ abbastanza facile avvicinare la gente a questo mondo perchè ci si rende subito conto di quanto queste “cose ignote” in realtà occupino la nostra vita e , a volte, la condizionino.

La cosa più complicata è diffondere questa cultura nel modo giusto.

Purtroppo vedo sempre più spesso fantomatiche guide escursionistiche che, in cambio di pochi euro, avvicinano in modo sommario e fuorviante a queste attività.

Il camminare ha le sue regole e la sua deontologia. E’ desolante vedere gente che urla, parla al cellulare, cammina con scarpe non idonee, fuma, raccoglie a piene mani (e buste) frutti e piante spesso nella proprietà privata… Potrei continuare, ma credo di essermi spiegato bene.

Divulgare per valorizzare.

Questo è un passaggio delicato perchè offre il fianco a speculazioni di vario genere. C’è sempre da tener presente infatti che la valorizzazione ha senso solo se non si variano le condizioni del territorio. Se una splendida masseria abbandonata è raggiungibile solamente da uno stretto tratturo delimitato da muretti a secco, sarebbe folle stenderci una strada asfaltata per renderlo più fruibile ! Perderebbe tutto il suo fascino ed il suo motivo di attrazione.

Molto spesso, oggi, gli amministratori pubblici ad ogni livello, forse per lavarsi la coscienza e per poter dire di aver fatto qualcosa per l’ambiente ed il territorio, inventano una pista ciclabile nei punti più belli, stravolgendo completamente i motivi per cui qualcuno dovrebbe attraversarlo !

Qui il discorso può diventare molto lungo, ma credo che sia opportuno prendere atto delle enormi potenzialità occupazionali che si possono sprigionare da una politica oculata.

Valorizzare per tutelare.

Questo è invece il passaggio più semplice in quanto la tutela è una diretta conseguenza di una attenta valorizzazione. Così come non mettereste la vostra spazzatura in salotto o in un museo, così le nuove generazioni inizierebbero a comprendere quanto sia demenziale e controproducente abbandonare i rifiuti in aperta campagna !

In ogni caso, in questo momento storico, sarebbe auspicabile afincare un sistema repressivo ad uno incentivante per far sì che la generazioni degli “zozzoni” (la nostra, tanto per intenderci), comprenda queste parole di un vecchio capo indiano : “Non abbiamo preso in eredità questo mondo dai nostri genitori, ma l’abbiamo preso in prestito dai nostri figli”.

Tutelare per camminare.

Il giro riparte…con un mondo più bello di prima.

Sia ben chiaro che non mi sono dilungato così tanto dinanzi ai partecipanti alla cena, altrimenti ancora adesso mi starebbero inseguendo nelle campagne di Auricarro !

Mi sono permesso su questi fogli di mettere meglio a fuoco alcuni concetti.

Confido nella vostra pazienza e nel vostro perdono !

Comunque concludo queste mie considerazioni nello stesso modo con cui ho concluso il mio discorso.

Ogni cammino, anche il più lungo, inizia nello stesso modo: con il primo passo.

Il primo passo lo abbiamo fatto, ora sono certo che la strada da fare insieme sarà molto lunga.

200 scarponi, una sola passione

Cosa ci fanno 200 scarponi radunati in un borgo silenzioso, in una bella mattinata domenicale di inizio ottobre ?

Ma che domanda sciocca…

O forse tanto sciocca non lo è. La risposta potrebbe non essere così scontata.

Per rispondere esattamente al primo colpo bisognerebbe soffrire di una maledetta malattia che ti spinge ad affrontare sacrifici impensati, accettare importanti rinunce, subire una dipendenza incurabile.

Trattasi di una malattia non più rara : l’escursionite.

Si presenta sempre più spesso in forma acuta a cui non vi è rimedio. Pare anche che sia diventata violentemente infettiva !

La cosa incredibile è che chi si ammala di questa malattia, mostra evidenti segni di pace, felicità, curiosità,  convivialità, adattamento e semplicità.

Quindi, tornando ad osservare i nostri 200 scarponi gravemente ammalati, potremmo immediatamente notare che portano il peso di altrettante gambe che spingono come pistoni sui lunghi rettilinei come sui dislivelli, sull’asfalto come sui tratturi, sul fango come sulla roccia.

Queste gambe vengono evidentemente alimentate da polmoni (anche questi 200) che, durante il cammino, si purificano accogliendo aria fresca e pulita.

Il movimento di gambe e polmoni attiva occhi (200), orecchie (200) e narici (200).

I colori, i giochi di luce, i contrasti giocano con la curiosità che si alimenta insaziabile.

Ogni rumore, seppure impercettibile, viene colto dalle orecchie che catturano senza pietà lo stropicciare delle foglie sotto i passi, il verso di un rapace, il vento che gioca con i rami….

Alle narici salgono gli odori sprigionati dal sottobosco, il timo calpestato, lo stallatico nei pressi di uno jazzo.

In verità anche il palato cerca qualcosa tra le prugne selvatiche (sebbene “allappanti”) e la rosa canina.

La cosa che colpisce di più è la voglia di condividere queste sensazioni, di trovare nei compagni di viaggio un eccezionale moltiplicatore di entusiasmo e un motivo di stimolo nell’affrontare la fatica.

Tutto questo viene amalgamato dalla semplicità di qualche tarallo ed un bicchier di vino.

In buona sostanza, questi 200 scarponi -che inizio a credere non siano poi così malati-, si sono ritrovati a Quasano per trascorrere insieme la Giornata Nazionale del Camminare , promossa da Federtrek.

L’Amministrazione Comunale di Toritto nell’ottica di una corretta valorizzazione del territorio ha fortemente voluto questo evento “A spasso nel regno del mandorlo”: 25 chilometri di sentiero attraverso questo angolo intrigante di Murgia.

Una bellissima giornata soleggiata che ha invitato i camminatori a procedere e, forse, a sperare che  quella sensazione non finisse più.

Il resoconto dettagliato della giornata potrà essere trovato indelebile nel cuore dei camminatori che provvederanno a custodirlo gelosamente e a diffonderlo…come una epidemia !

C’è una sola ulteriore precisazione da fare : i cuori erano 100  ma si sentiva la lontana eco di centinaia di migliaia di cuori che battevano all’ unisono.

Garagnone

Avevo una gran voglia di iniziare il mese di ottobre con una appagante salita ad una vetta “importante”, complice anche la mia ritrovata forma fisica.

Purtroppo, un’inopportuna influenza, ha bloccato l’amico con cui avevo progettato la domenica.

“Non preoccuparti” gli ho detto “Ci riproveremo al più presto. Io intanto ripiego su qualcosa di più semplice sulla Murgia”.

Ho iniziato a pensare dove andare a muovere i miei scarponi e mi è apparso, magicamente, Castel Garagnone.

“E’ qualche anno che non ci vado, mi sembra un’ottima soluzione”.

Mentre ragionavo su questa idea, ho avuto un sussulto. Avevo definito “ripiego” l’idea di andare da qualche parte sulla Murgia !

L’offesa era ancor più grave al pensiero che la scelta era ricaduta su uno dei simboli di questa terra !

Castel Garagnone, un nobile, definito “ripiego” !?!? Oltraggio !

Cercherò di farmi perdonare scrivendo qualcosa sulla giornata appena trascorsa.

E qui sorge un problema abbastanza serio.

Che cosa riuscirò a scrivere che non sia mai stato scritto su questa intrigante meta escursionistica ?

La migliore soluzione, come al solito, è quella di mettermi davanti alla tastiera ed iniziare a trasformare i pensieri, le immagini e le sensazioni in parole.

…e se queste parole verranno lette e , magari, apprezzate anche da un solo sperduto lettore, avranno raggiunto il loro scopo !

“Si dice Messa anche per un solo fedele “ è solito dire il mio amico Vittorio quando ci si ritrova a presentare un libro dinanzi una platea quasi deserta.

Accetto quindi il consiglio di Vittorio e il rischio di affidare queste parole al mondo di internet.

Castel Garagnone un maniero (ora solo i suoi resti) arroccato su una protuberanza che domina la valle viene anche indicato come Rocca del Garagnone o, più familiarmente, Garagnone.

Come se si trattasse di un amico: “Andiamo al Garagnone !”

In effetti, per i camminatori, questi ruderi ricchi di storia sono più semplicemente un amico eremita, da andare a trovare per condividere un paesaggio, una folata di vento o un sorso di vino.

L’itinerario scelto prevede di arrivarci verso la fine del percorso. Arrivarci subito sarebbe come iniziare un pasto dal caffè o dal dolce. Sarebbe come scoprire subito chi è l’assassino di un film giallo. Sarebbe come arrivare subito al dunque (e qui mi fermo) al primo appuntamento con la donna della tua vita.

Il Garagnone oggi è quindi un obiettivo lontano che scopriremo un po’ per volta camminando e sudando. Già , anche sudando, perchè oggi le poche ripide salite sono battute da un sole caldo.

Il cammino inizia fra decine di raccoglitori di funghi che ci passano vicini vantando i loro “trofei”.

Sarà forse perchè abbiamo preso da poco un caffè (d’obbligo) al Roxy Bar o perchè sono solo le 9,30 del mattino che la vista di quei cardoncelli grandi e carnosi non ci ha convinti a trasformare l’attività escursionistica in esperienza gastronomica… Comunque quei cardoncelli erano eccezionali !

Camminiamo rapidi sul tratturo che costeggia il rimboschimento e, poco dopo, ci troviamo di fronte al classico esempio di opera inutile ed inutilizzata : una diga.

Questo bacino che chiude l’ampio vallone avrebbe dovuto portare vantaggi agli abitanti di Poggiorsini (si suppone) ma in realtà li ha portati solamente a progettisti e costruttori. Forse anche a qualcun altro…ma preferisco evitare querele !

Passiamo intorno alla distesa di cemento per attraversare l’intero vallone di Lama Torta. Se vi state chiedendo l’origine di questo toponimo, vuol dire che qui non ci siete mai stati!  Lama Torta sembra un serpente disteso fra i rilievi che sembra divertirsi quando si incrociano altri impluvi.

Saresti tentato di andare a destra ed invece la strada giusta è a sinistra. Ti piacerebbe esplorare quel ramo invece quello giusto è l’altro. Vorresti inerpicarti sul costone … ce ne sarà l’occasione.

Intanto restiamo infossati nella Lama procedendo in leggerissima salita per circa tre chilometri.

Improvvisamente si apre lo scenario sui resti di un antico jazzo. La quantità delle strutture, gli edifici crollati, lo splendido mungituro ci raccontano di una vita pastorale durata secoli.

E’ facile immaginare centinaia di ovini belanti ed i richiami dei pastori. Sembra quasi anche di vedere i pastori maremmani che con suoni secchi e rochi indirizzano le pecore nei posti giusti.

In effetti queste sono scene ancora attuali, facili da vedere sulla Murgia.

Ma in questo ambiente risulta tutto molto particolare.

E’ un anfiteatro naturale incastonato alla fine (o all’inizio, dipende dai punti di vista) della lama.

Siamo lontani dalle vie di comunicazione, anche quelle più antiche. Sembra quasi che la dislocazione di questo jazzo avesse lo scopo principale di trovare la massima sicurezza per il gregge.

Lasciamo al loro silenzio i resti di questo antico manufatto ed iniziamo a salire alla ricerca di una non meglio identificata “foiba” tracciata sulla cartina IGM 1:25000.

Una volta spuntati sul pianoro non possiamo fare a meno di notare i mostri metallici che svettano su Torre Disperata e su Monte Caccia. Arroccata fra le due enormi antenne resiste Masseria Tremaglie a strenua difesa del paesaggio murgiano violentato dalle esigenze di noi “uomini moderni”.

Photoshop potrebbe contribuire a ritrovare il profilo perduto di questa distesa…ma oramai il danno è fatto.

Ci imbattiamo in un ulteriore jazzo abbandonato e continuiamo a procedere lungo una sottile traccia infossata fra i rilievi.

Ogni tanto vengono fuori dal terreno “reperti” risalenti alle esercitazioni dell’artiglieria. Pesanti resti metallici di grossi proiettili fioriscono fra i crochi …

Basta solo un accenno al desiderio di uscire dalla lama e di risalire (finalmente) il costone e la carovana dei camminatori devia improvvisamente sulla destra inerpicandosi sulla ripida salita, destreggiandosi fra i sassi.

Per evitare inutili e faticosi saliscendi, scegliamo di allungare la nostra camminata. Ne approfittiamo (ovviamente) per godere di un ampio panorama e per apprezzare la sensazione di solitudine.

Eccolo , il Garagnone, proprio di fronte a noi.

Ci fermiamo a guardarlo ad una certa distanza ed è inevitabile notare come la scelta di costruirlo lì sia legata al controllo della valle sottostante. Gli antichi Romani (e già, proprio loro costruirono il primo insediamento) avevano necessità di controllare la via Appia !

E’ comunque molto probabile che ancor prima di loro qualcuno aveva immaginato il ruolo di quel castello.

Dopo un forte terremoto, a distanza di alcuni secoli, fu Federico II a voler attrezzare questa roccaforte utile al concatenamento dei suoi manieri.

Una volpe ci saltella davanti agli occhi quasi ad invitarci a proseguire.

Accettiamo l’invito e dopo un breve saliscendi siamo lì, fra i ruderi del castello.

Sotto gli occhi distratti di un improbabile spaventapasseri ci accomodiamo per consumare il nostro pasto frugale.

Le solite insolenti pale eoliche disturbano il panorama ma…cosi è se vi pare !

Beppe ha pensato al vino per brindare con l’amico Garagnone.

Il silenzio, la posizione dominante e la sensazione di pace ci fanno avventurare in discorsi “importanti” : con gli interventi di Gianfranco sembra di essere ad una lezione universitaria “all’aria aperta”.

Si riflette sugli eventi che hanno contraddistinto questi territori e il discorso non poteva non cadere sul Puer Apuliae e su come ha profondamente segnato la nostra storia.

Un eminente storico ha avuto modo di affermare che Castel del Monte (essendo a suo giudizio un castello come gli altri) fungeva da ripetitore di segnali (anche di fumo !) con Castel Garagnone. E’ evidente che il soggetto in questione sia un grande storico ma un pessimo escursionista: avrebbe altrimenti notato che Castel del Monte e Garagnone non sono collegati a vista in quanto divisi da Torre Disperata e Monte Caccia ! Risulta evidente , a questo punto, che se la necessità di costruire Castel del Monte fosse stata solo quella di farne un punto per ripetere i segnali, lo avrebbero dovuto costruire su Torre Disperata ! Ma qui, ovviamente, andremmo ad aprire un lungo discorso.

Poggiorsini ci guarda da lontano, i terreni perfettamente squadrati ci tengono a debita distanza.

Il cielo si è coperto e lascerebbe prevedere qualche sorpresa se non ci fosse un leggero vento a movimentare le nuvole.

Scendiamo rapidamente e ripidamente nell’avvallamento che porta a Masseria Melodia.

Prima che i ritardatari possano esprimere il loro parere sul percorso da seguire ci arrampichiamo sulla rocca di fronte contraddistinta da un’ampia grotta.

Siamo quasi in alto quando gli ultimi della fila arrivano nell’avvallamento. Da lontano ci guardano scettici; è evidente che non hanno alcuna intenzione di salire. Proseguiranno fino all’arrivo seguendo la sterrata che costeggia il rilievo.

Noi continuiamo sul crinale che ci permette di dominare la valle.

Come sono lontane quelle auto che si muovono frettolose sulle strisce di asfalto.

Come è lontana la frenesia delle nostre città.

I nostri scarponi hanno aggiunto oltre quattordici chilometri alla loro percorrenza e noi pensiamo di concludere degnamente la giornata con una nuova sosta al Roxy Bar.

Birra (per chi può) e caffè (per me che sono ancora a dieta) ; è una sofferenza accettabile, sopratutto se affrontata in compagnia !

Lungo la strada facciamo ancora una breve sosta nel punto (considerato “magico” dagli apprendisti stregoni di internet) dove diversi anni fa si schiantò un Fokker 27.

Ci rimettiamo velocemente in auto; appare evidente che l’unica vera necessità è ora quella di infilarsi rapidamente sotto la doccia.

In effetti puzziamo come le capre; spero che l’olezzo non arrivi alle narici di voi che avete avuto la pazienza di leggere queste righe.

Basta poco !

“ Faccio una vita d’inferno !”

Quante volte abbiamo ascoltato , o magari anche pronunciato, questa affermazione ?

Conosciamo la risposta…

Noi escursionisti sappiamo però che esistono rimedi per attenuare e dimenticare, seppure per poco, le infernali pressioni che ci troviamo costretti a subire quotidianamente nella nostra vita “civilizzata”.

Sapere che presto calzeremo un paio di scarponi e metteremo in spalla uno zaino, ci permette di affrontare con decisione gli ostacoli che ci si parano di fronte.

Sarebbe troppo semplicistico comunque ridurre il tutto ad uno slogan del tipo “La pace vive in uno zaino” o “Gli scarponi: la tana della tua tranquillità”.

Sembra quasi di dover vendere un prodotto ! L’escursionismo è molto di più !!!

Camminare in ambienti inusuali (secondo la logica dell’homus tecnologicus 2.0) significa misurarsi con se stessi e dividere con i compagni di viaggio le sensazioni che l’ambiente offre ad ogni passo.

Già dopo i primi passi spariscono le polemiche, i dissapori, le preoccupazioni, le scadenze…e si scoprono i profumi, gli odori ed i rumori che ci circondano.

Per questo week end abbiamo pensato di immergerci ancora di più e ci siamo regalati un pernotto in tenda sotto le ripide pendici di un monte, nei pressi di un ricovero di vacche ed ovini, accolti dalle controfigure della “carica dei 101”.

Mi sbaglio….forse erano di più.

La ricetta per questo fine settimana è molto semplice:

Occorrente –

8 escursionisti per la nottata, altri 5 per la giornata successiva.

Cani, pecore e relativo pastore (preferibilmente di nome Antonio).

Vento forte, fortissimo durante la notte.

Qualche goccia d’acqua lungo il percorso.

More dolci e succose.

Bosco di faggi, sempre più fitto.

Profumo di funghi e terreno umido.

Semplicità

Voglia di camminare insieme.

 

Tempo di preparazione . H 5,30. Utilizzare un itinerario di circa 14 km per 600 m. di dislivello.

Disporre gli 8 escursionisti su un pianoro protetto fornito “casualmente” di tavoli, panche e appositi spazi per la brace.

Sistemare le tende per la notte nei posti ritenuti più comodi e sicuri.

Allestire una brace ed una tavolata su cui appaiono magicamente pietanze di ogni genere.

Dopo il bicchiere della staffa, alla luce delle frontali, individuare la propria tenda per il meritato riposo.

Durante la notte frullare con vento fortissimo le chiome degli altissimi faggi creando continui applausi fragorosi.

Lasciarsi abbracciare dal timore di un pericolo finchè questo non si trasformi in senso di libertà.

Poco prima delle primi luci dell’alba aumentare la centrifuga del vento fin sulle tende mettendo alla prova la stabilità delle stesse.

Caffè bollente e dolcetti in compagnia di Antonio, il pastore.

Aggiungere altri cinque escursionisti.

Inoltrarsi nella faggeta lasciandosi possedere dai profumi e dal verde intenso.

Degustare le more incuranti di qualche gocciolone d’acqua che passa attraverso il fitto degli alberi.

Affrontare in silenzio la salita apprezzando ogni scorcio ed ogni gioco di luce.

Ammirare i numerosi ciclamini illuminati dai raggi che filtrano nel bosco fitto.

Dominare la vallata resistendo ad un vento fortissimo, prima di trovare un riparo per consumare il misero (mica tanto) spuntino.

Ritornare in rapida discesa al punto di partenza.

Come avrete notato non ho citato, fino ad ora, persone e luoghi. Sono però certo che il vero escursionista abbia “vissuto”egualmente questa escursione.

Mi pare ora il momento giusto per aggiungere ulteriori due dettagli. Fondamentali.

Questa esperienza è stata vissuta con gli Amici di Apulia Trek attraversando i boschi del Monte Paratiello.

L’entusiasmo genuino di questi ragazzi (siamo tutti ragazzi -fino a prova contraria- finchè sentiamo di esserlo !) è coinvolgente; l’amore per il cammino, per la natura, per la convivialità è saggiamente proporzionata alla semplicità ed al rispetto. Sono forse questi ingredienti che trasformano una semplice ricetta in un piatto da grande chef !

Dimenticavo di dire che gli effetti positivi di questo tipo di attività hanno una lunga durata.

Il fatto che mi trovi ora, di lunedì mattina, ad un computer a scrivere di queste vicende… ne è la prova !

E’ facile conquistare la tranquillità.

Basta poco !

C sciat facenn !?

Quanti anni sono passati da quella domenica ? Venti, venticinque ? Non ha importanza…sono tanti.

Dopo una faticosa escursione, avevo parcheggiato l’auto nel mio garage e rientravo a casa con lo zaino sulle spalle ed un abbigliamento molto differente da quello “cittadino”.

Due ragazzetti di 14 -15 anni su un motorino scassato, forse a caccia di qualcuno da scippare, si rivolsero amabilmente a me con questi versi poetici: “Uè ! U’ scem ! C va facenn !?”  Mi corre l’obbligo di tradurre la preziosa declamazione a beneficio di chi legge queste righe al di fuori della regione Puglia : “Ei, tu ! Scemo ! Che stai facendo ?”

La prima reazione, comprensibile, sarebbe stata quella di scaraventarli per terra e dedicargli una tarantella di schiaffi, ma la tranquillità ed il benessere che avevo accumulato durante la giornata mi fermarono e mi fecero riflettere.

Mi accorsi che, in effetti, i due allievi di Oxford che avevo incontrato, non sapevano nulla di quello che “andavo facendo”.

In quel momento compresi che avrei dovuto trovare il modo affinchè tutti potessero comprendere ciò che io e altri pochissimi pazzi facevamo da anni durante le nostre domeniche ( e non solo).

Il mio sogno era che un giorno, mia figlia, avrebbe incontrato al ritorno da una escursione quei due imbecilli in motorino e li avrebbe derisi chiedendo loro : “Ma che fate ?”.

Ovviamente questo incontro auspicato non è poi mai avvenuto e i due ragazzini sicuramente saranno diventati docenti universitari presso una delle migliori facoltà al mondo.

Qualcosa però penso di averlo messo in moto dedicando anni ed anni di tempo, passione, dedizione (e…vabbè basta così)  per la diffusione dell’escursionismo.

A distanza di oltre venti anni c’è tantissima gente “folle” come me che si carica uno zaino in spalla e si spupazza chilometri e chilometri sotto le suole dei propri scarponi. Tutto questo rinunciando alle comodità (effimere) che la vita 2.0 ci offre.

Ovviamente non posso certo ricondurre esclusivamente alla mia passione, la grande crescita del movimento escursionistico !  Allora sì che sarei un folle !

Penso che in questi venti e passa anni ci siano stati tanti piccoli “corradi” che sono riusciti a creare attorno a se un nucleo sempre maggiore di persone contagiate dalla folle passione.

Questo ragionamento mi è passato in mente in questa notte di settembre in cui una cinquantina di personaggi eterogenei si sono avventurati per una lunga escursione, organizzata dalla Pro Loco di Bovino, sui Monti Dauni : da Accadia a Bovino.

Michele Ferro, l’anima di questa iniziativa, ha raccolto questa ciurmaglia proveniente da diversi luoghi, attrezzata (in diversi casi) in modo superficiale e l’ha condotta lento (non tanto) pede lungo i 17, che poi sono diventati 19, chilometri.

Quello che molti di loro hanno scoperto solo durante il cammino è che c’erano anche alcuni metri di dislivello da superare. Non proprio pochi : 700.  Tre strappi violentissimi hanno messo alla prova i garretti dei partecipanti che in silenzio, ma bestemmiavano oh se bestemmiavano, hanno resistito stoicamente fino al termine.

In realtà gli ostacoli da superare non erano solo lunghezza e dislivello ma anche due soste pericolosissime: la prima dopo quattro chilometri presso il “Sambuco” dove abbiamo consumato quello che era stato definito un apericena ma che era in realtà una specie di pranzo di nozze.

Dopo aver abilmente superato anche la prova dei fiumi di aglianico tracannati ci siamo rimessi la strada sotto i piedi ed abbiamo affrontato il tratto più duro : la salita a Monte Tre Titoli.

Ho affrontato le rampe ripidissime con grande spinta e senza affanno. Non so se questo sia dipeso dai due bicchieri di Aglianico o dagli oltre trenta chili persi negli ultimi sette mesi.

Fatto sta che in vetta non ho avvertito la necessità di stramazzare al suolo ma sono restato in piedi ad ammirare quel panorama unico. I contorni dei monti erano appena percettibili e la luna, calante ma quasi piena, faceva del suo meglio per illuminare quella enorme distesa. Le luci dei borghi, delle città e quelle lampeggianti dei numerosi impianti eolici regalavano uno scenario da presepe.

“Quello è il Gargano. In quella direzione c’è Minervino.” E così via.

L’unico problema era il vento tesissimo e freddo che ci invitava a procedere con il cammino senza indugiare oltre.

Dopo ancora alcuni chilometri ecco la seconda tappa. Il colpo di grazia. Spaghettata a “Piana delle Mandrie”. Ovviamente non erano solo spaghetti ed ho avuto l’impressione che la trasgressione culinaria di questa sera, sebbene giustificata dalla fatica escursionistica, mi costerà inenarrabili penitenze nei prossimi giorni.

Erano le 3,00 quando siamo entrati in auto. Alle 4,45 eravamo a casa.

Chiamatemi pure zozzone ma non ho avuto la forza di “docciarmi”. Poiché non riesco a prendere sonno se prima non leggo qualcosa, ho ingoiato un capitolo di un libro da poco edito di una grande firma. Un polpettone immangiabile che mi è comunque servito a crollare. Finalmente.

A proposito : mentre noi eravamo a camminare sulla Daunia a voi nessuno ha chiesto “C sciat facenn” ?

Due occhi ci guardano

In questo sabato di fine agosto il caldo riempie il litorale rendendolo un girone dantesco in cui auto, moto e bipedi urlanti si trascinano immersi in nuvole di fumi provenienti da tubi di scappamento o da friggitorie e “fornelli” improvvisati.

L’umidità fa impazzire il sudore che si impasta con gli odori di pesce  e di carne alla brace attaccandosi impietosamente a maglie e camicie.  I più fini non ne usano.

E’ anche ricominciato il campionato di calcio quindi gli argomenti per una sana discussione non mancano.

Fioccano bestemmie e si levano al cielo voci sguaiate.

Se l’inferno è lì, io vado dalla parte opposta.  Chiamatemi pure asociale, maniaco, folle. Fissato !

Non è certo il caldo che mi spaventa ! E’ il mix esplosivo che si crea quando questi ingredienti si trovano a così stretto contatto fra di loro. Ma il mio non è spavento. E’ fastidio.

Non c’è poi bisogno di andare molto lontano per immergersi in qualcosa di molto differente e per vivere esperienze che resteranno certamente indelebili.

Circa mezz’ora di auto e sono a Quasano.

Non che questo borgo offra immediatamente sensazioni idilliache. Anche qui ad alto volume si diffonde musica caraibica a beneficio di un centinaio di ballerini che in piazza si esibiscono nei famigerati “balli di gruppo”.

Arriva anche un sottile filo di fumo all’aroma di cervellata.

La temperatura, almeno quella, è più che accettabile.

Mi aspettano una ventina di persone per farsi portare da me più lontano possibile; in un altro mondo.

Sono sicuro che non sarà difficile accontentarli.

Bastano una ventina di minuti a piedi per essere fuori da quel caos.

La luna è nella sua prima fase di crescita e lascia la scena ad un tappeto di stelle.

A volte, durante il cammino, (la luna) tenta di farsi notare  ora adagiata sulla chioma di alberi lontani, ora trasformandosi in uno spicchio rosso.

Il Grande Carro, la Stella Polare e Cassiopea la lasciano fare. C’è spazio per tutti.

I miei compagni di cammino mi seguono in silenzio apprezzando l’aria fresca ed il profumo del timo serpillo che da sotto le nostre suole si sprigiona nel buio.

Dopo una sosta in una antica masseria abbandonata ci rimettiamo in cammino in un bosco fitto. Dopo circa un chilometro, fra le antiche roverelle e gli alti fusti del rimboschimento, sapevo che avremmo trovato qualcosa che avrebbe attratto la nostra curiosità.

Non sono un veggente; ci ero passato il giorno prima per un sopralluogo precauzionale.

L’avevo notata ed avevo memorizzato il punto esatto.

Ne avevo la certezza  ma chiesi a Rossella  la conferma della mia intuizione.

Non c’è dubbio alcuno.

Quella è una fatta di lupo.

In pochi istanti l’attenzione dei camminatori fu attratta da una volgarissima cacca !

Il pensiero di tutti però andava a chi la aveva deposta in quel luogo. Lui era stato lì dove ora eravamo noi.

Le fatte del lupo sono facilmente riconoscibili perché deposte in bella evidenza; un monito a chi passa da quel punto. E’ facile riconoscere anche chi fosse la sua preda. O le sue prede.

In questo caso la peluria bianca era appartenuta certamente ad una pecora. I ciuffi di peli più scuri provenivano da un cinghiale adulto.  Si intravedevano anche dei pezzettini di ossa.

E partendo da quello che vedevamo è stato facile raccontare dei lupi e del fatto che l’unica testimonianza scientifica da cui risulta esserci stato l’attacco di un lupo ad un uomo, la hanno descritta  i fratelli Grimm in “Cappuccetto Rosso”.

Qualcuno obietta che c’è anche “I tre porcellini”, ma i tre erano appunto…porcellini !

In realtà la personalità e  le abitudini del lupo sono temi affascinanti in cui è facile perdersi.

Riporto solo alcuni brani de “La via del Lupo” di Marco Albino Ferrari (ed. Laterza) per dare un’idea di cosa significhi essere lupo.

Superfluo il consiglio di leggere  tale libro.

“I lupi ululano per diversi motivi, per esprimere un sentimento di solitudine quando sono lontani dai componenti del branco, per rafforzare il senso di appartenenza la gruppo, per caricarsi prima della caccia e soprattutto per affermare l’occupazione di un dato territorio.”

“Il momento dell’accoppiamento è particolarmente critico, in cui i lupi sono più nervosi e l’equilibrio del gruppo tende, per così dire, a essere messo in discussione da un nuovo ordine possibile. La femmina alfa vigila costantemente sulle altre femmine che nessuna si accoppi. Solo lei può riprodursi.

Poi la coppia alfa, che per tutta la vita rimarrà fedele, si apparta e un altro ciclo vitale ha inizio.

Dopo una sessantina di giorni la lupa scava una tana e attende il momento del parto. A quel punto tutto il gruppo contribuisce cooperando ordinatamente per proteggerla. Le portano il cibo sulla soglia, vigilano che nessun intruso si avvicini. Nel branco c’è eccitazione, quasi un’aria di festa. I vari componenti si leccano reciprocamente, giocano tra loro, dimostrano un’eccitazione tutta nuova scatenata dall’evento che sta per accadere. Ai primi di maggio arriva il momento della nascita. I cuccioli sono tremanti, ciechi, indifesi, tutti ricoperti da una peluria nera.”      

Dopo la nascita vengono spostati dalla mamma in luogo più sicuro. La mamma li prende in bocca e li trasporta. Da qui “In bocca al lupo” che vuole essere l’augurio di trovarsi nel posto più confortevole e sicuro. Ecco perché è sbagliato rispondere “crepi”. La risposta giusta dovrebbe essere “lunga vita al lupo”.

Ed ancora Marco Albino Ferrari :

“Ecco che un’ombra scivola silenziosa dal fitto del boschetto. E’ lui ! Il lupo.

Si approssima con un’andatura trotterellante, elegante, elastica. I suoi passi lo conducono verso di noi. La sua sagoma si fa più nitida. Poi si ferma a pochi metri dalla rete schermata.

Rizza le orecchie. Si agita. E’ nervoso. Capisce che qualcosa di inconsueto sta accadendo intorno a lui. Interroga l’aria con il naso. Guarda a destra e sinistra. Si avvicina ancora di più. Ora si trova a non più di cinque metri…

… gli occhi, la parte del corpo che più lo contraddistingue, sono ampi, espressivi, gialli, luminosi.”

Parlavamo di lui ed il tempo passava. Era il caso di riprendere a camminare poiché mancava ancora molto all’arrivo.

Il resto del percorso offrì ancora spunti di interesse : jazzi, piscine, antiche piste.

Eppure il pensiero di tutti andava a lui, a quell’animale così fiero e schivo ma anche così perseguitato dalle leggende e dalla cattiveria dell’uomo.  Quest’ultima è forse generata dall’invidia che noi umani proviamo per questo animale coraggioso e libero. Libero !

Sono pronto a scommettere che prima di rientrare al punto di partenza ognuno di noi ha pensato guardando verso il bosco:

“Due occhi ci guardano !”

La via del lupo
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Perchè c’è

Cammino da tanti anni, mai troppi, e sono abituato a quasi qualsiasi cosa mi possa accadere prima, durante e dopo il percorso.

Una delle cose più complicate da comprendere è il fatto che tanti non comprendano.

Eppure dovrebbe essere molto semplice !

Escursionismo non significa gareggiare, vincere qualcosa o pavoneggiarsi per “l’impresa”.

Chi cammina lo sa bene : si cammina per vivere sensazioni, per immagazzinarle in modo vorace, per guardare il mondo con occhi diversi (come disse Marcel Proust), per vivere al ritmo dei nostri passi, per …. ed è inutile continuare.

Chi cammina lo sa bene, chi non cammina (mi spiace per loro) non può capire.

“Ma chi ve lo fa fare ?! Tanti chilometri ! Con questo caldo !”

Questa è una rapida rassegna dei commenti più comuni che ho dovuto ascoltare prima, durante e dopo la quarta edizione della Notte Bianca dell’Escursionismo.

Non c’è bisogno di guardare in faccia chi lo sta dicendo. Dal tono della voce o dal modo di scrivere, immagini il volto del tuo interlocutore.

Un misto di commiserazione, incredulità, sufficienza, paura, muovono le loro considerazioni.

Quando mia madre ha chiamato allarmata Carmela chiedendole come mai, dalle tre del pomeriggio della domenica, stessi ancora dormendo (ed erano le nove) ho compreso ancora una volta che chi non cammina non può comprendere.

30 ore senza dormire e 40 chilometri sotto le suole dovrebbero essere una spiegazione sufficiente…

Ogni cammino, anche il più lungo, inizia sempre con il primo passo.

E il primo passo lo abbiamo mosso dalla Fattoria della Mandorla a Quasano. Erano le 18,15 di sabato 5 agosto 2017.

Temperatura di appena 37° !

All’inizio è più facile.

Non sei stanco, c’è la scarica di adrenalina ed è meglio non pensare “Quanto manca ?”.

“Quanto manca ?” è il peggior pensiero che possa impadronirsi della mente e dello spirito dell’escursionista. Sopratutto su itinerari così lunghi.

Il gruppo comunque (nove alla partenza) promette bene. Ho controllato più volte il GPS sul rettilineo iniziale (due chilometri dopo la partenza) per avere la certezza di ciò che leggevo . La media era tra i 5,5 e i 6 chilometri orari !

Non era un gruppo di escursionisti ; era il “Murgia express” !

“Non durerà” pensavo. E mi sbagliavo.

Nonostante il caldo il ritmo era frenetico ma questo non ci evitava di apprezzare il panorama silenzioso in cui eravamo immersi.

Lentamente iniziavamo ad abituarci al caldo e apprezzavamo con grande soddisfazione quell’alito di brezza che saltuariamente ci correva incontro.

I cinghiali attendevano pazientemente un momento più fresco per venire allo scoperto; nel frattempo erano lì, da qualche parte, stravaccati all’ombra del bosco e, forse, ci guardavano (anche loro ?!) con aria di commiserazione…ecc.ecc.

Puntuali e stoici invece apparivano nei punti prestabiliti i nostri due angeli custodi (Nino e Rocco) che si stavano immolando per darci supporto durante tutto il cammino.

Il loro compito, anche se può apparire semplice, in realtà è estremamente delicato. Occorre conoscere il territorio e riuscire a districarsi fra strade sterrate, vegetazione, difficoltà di comunicazione e … sonno !

Dopo poco più di sei chilometri ecco che la brezza ci viene in aiuto e i colori iniziano a mutare.

Il sole si abbassa lentamente, arrossando il cielo ed oscurando la terra; vorrei fermarmi a fotografare ancora e poi ancora.

Il senso di responsabilità mi dice che, invece, dobbiamo proseguire il cammino.

Decido all’improvviso di deviare a destra su un sentiero mai fatto per evitare antipatiche discussioni con il pastore e alcune centinaia di pecore che hanno invaso l’itinerario programmato.

Il sentiero “sconosciuto” sebbene si ricongiunga dopo un paio di chilometri con quello iniziale ci riserva una “piacevole” sorpresa.

Vegetazione non molto fitta ma alta e spinosa che ci ha massacrato “cannedde” e polpacci.

E’ il prezzo da pagare quando si sceglie di camminare con pantaloni corti !

Il buio è già sceso ed una luna quasi piena (manca un pezzettino piccolo piccolo) ci illumina la strada proiettando a volte le nostre ombre sullo sterrato.

L’aria non è fresca ma è decisamente più sopportabile di quella della partenza.

Sarà perchè il buio trasmette una sensazione di fresco o perchè i nostri sensi si acuiscono percependo suoni e profumi che, diversamente, sarebbero rimasti proprietà indiscussa degli animali selvatici.

Ogni tanto le nostre gambe ci richiedono una breve sosta ed allora ci sediamo comodamente su muretti a secco o, meglio, ci stravacchiamo per terra.

Appaiono come fantasmi dal buio e dal passato antiche costruzioni, oramai abbandonate, che erano state un tempo simbolo di sudore, fatica, vita e ricchezza.

La piscina Cortogigli e dopo un po’ lo jazzo omonimo. Di fronte un “mungituro” ben conservato. I passi scricchiolano sul pietrisco, le voci violano quel silenzio immobile, le ombre avanzano imperterrite.

In quel luogo ho travato un paio di volte delle fatte di lupo. La sua presenza è quindi certa !

Eppure tutti i nostri movimenti si susseguono con la massima naturalezza, senza timore alcuno.

Chi ha paura del lupo cattivo ? In realtà c’è solo un testo in cui viene minuziosamente descritto l’attacco di un lupo nei confronti di un uomo. Si tratta di “Cappuccetto Rosso” ! Il lupo infatti è molto schivo e, prima di attaccare l’uomo, predilige certamente prede più facili ed appetibili.

Siamo allo Jazzo del Demonio, dove è prevista la cena e il riposo.

Siamo arrivati con 90 minuti di anticipo !!!

Entriamo nel mungituro e ci accomodiamo sotto la grande quercia. Consumiamo il nostro pasto a base di focaccia, mozzarelle, scamorze, taralli, frutta, vino e acqua e poi acqua ed ancora acqua.

Non potete immaginare quanto faccia schifo l’acqua gasata calda ! L’impressione, dopo averla bevuta, è quella di una lavanda gastrica. Eppure…quella c’era e quella abbiamo bevuto !

Ugo ci è venuto in soccorso con 5 o 6 litri di acqua fresca. Inutile dire che sono evaporati in pochi minuti.

Allo Jazzo del Demonio si sono uniti a noi altri tre camminatori.

Prima di ripartire abbiamo fatto una lunga sosta stesi per terra cercando qualcosa di simile al dormire.

La luna, le stelle, la grande quercia, il silenzio, l’aria fresca…

Qualcuno ha osato addirittura infilarsi una felpa !

C’è voluto molto coraggio per rimettersi in piedi e riprendere a camminare !

E di coraggio ce n’è voluto ancora di più quando, appena risaliti sul sentiero, anziché trovare più fresco nel punto più esposto, ci siamo ritrovati immersi in una bolla d’aria calda che toglieva il fiato.

“Speriamo che duri poco !” era il pensiero intimo che ognuno di noi certamente avrà fatto.

Ed invece: più il tempo passava senza novità e più aumentava la preoccupazione di dover arrivare a destinazione in quelle condizioni.

Per fortuna, dopo una trentina di minuti, un timido soffio di aria fresca ci ha ridato la speranza.

La nostra ostinazione è stata premiata ed il clima è ritornato decisamente più accettabile.

La cadenza era nuovamente alta forse perchè sapevamo che dopo 5 chilometri ci attendeva l’anguria!

Non era fredda (ovviamente) ma dolcissima ; uno sbrodolamento collettivo ci ha trasformati in carta moschicida. Ad aggravare la situazione ci si sono messi anche i fichi che, dopo un paio di chilometri, hanno avuto l’ardire di sbarrarci la strada.

Il lungo rettilineo che porta a Sanzanello era immerso nel buio. In lontananza, a sinistra, le luci dei paesi e a destra, in prossimità di Cecibizzo, il riecheggiare degli spari di un cacciatore insonne.

Il ritmo era altissimo ed eravamo troppo in anticipo sul nostro programma.

All’unanimità decidiamo quindi di sostare in prossimità della Cantoniera di San Magno.

Improbabili tentativi di appisolarsi, lo sgranocchiare di frutta secca, i bagliori di cellulari (dovevamo pur segnalare di essere ancora vivi !), il profumo del caffè.

A Sanzanello era ancora buio ma non per molto tempo.

La luna quasi piena che ci aveva accompagnato per tutta la notte iniziò a farsi da parte per lasciare spazio al bagliore che da est, lentamente, avanzava verso la nostra meta.

Senza alcuna esitazione, facciamo l’ultimo rifornimento di acqua e ci lanciamo per affrontare l’ultimo tratto. Questo è il più faticoso : c’è la stanchezza, c’è il caldo che ricomincia e… c’è la salita.

Avevamo accordi per una breve sosta all’area pic nic “I Suini di Bagnoli” ma…era prestissimo ! Un albero di pere selvatiche ci consente di “perdere” ancora qualche minuto. Alle 6,15 eravamo dietro al cancello. Per fortuna Vito era già sveglio e ci ha accolto con una decina di litri di acqua fresca e qualche caffè.

Ripartiamo attraversando quello che una volta era una distesa verde di bassa vegetazione e roverelle. L’idiota di turno aveva pensato di dare fuoco trasformando questo paradiso in un cumulo di scheletri. Anche qui “cannedde” e polpacci subiscono : graffi e cenere. Lo spettacolo apocalittico è così completo.

Eccola la salita che impietosa tira fino alla base del castello.

E’ presto e fa ancora fresco. La affrontiamo con passo svelto e con la speranza di fare prima che si inizi a sentire il caldo.

Alle 7,30 il sole inizia bussare sulle nostre fatiche ma noi, imperterriti, continuiamo.

Alle 8,00 siamo sotto il Castello che Federico II ha voluto qui ma non si sa ancora perchè.

Incredibilmente la fatica ha abbandonato le nostre gambe ed iniziamo a scherzare, corricchiare, fotografare e fantasticare come se non avessimo accumulato 40 chilometri.

La favola di questa esperienza unica si interrompe davanti allo spettacolo di decine di cartoni per pizza ed altri avanzi che si pavoneggiano al cospetto delle mura possenti del castello.

Non sappiamo se provare più rabbia verso gli autori di questo scempio o verso coloro che dovrebbero provvedere alla tutela di un così prezioso bene che attira turisti da tutto il mondo.

Scendiamo di un altro chilometro perchè ci aspettano ciambelle, pasticcini, caffè, latte e the. Da non dimenticare anche le fette di pecorino con un velo di marmellata di arance amare e zenzero. Divine !

Un lungo lavoro di rientro con le auto prima di una doccia, un pasto ed un letto.

Non pretendo, con questo racconto, di aver fatto comprendere a “chi non cammina” i piaceri della vita escursionistica.

Voglio provarci ancora con una frase storica, senza alcuna intenzione di accomunare le due vicende.

A chi gli chiese “Perchè vuole scalare l’Everest ?”, George Mallory rispose : “Perchè c’è !”

Forse non lo sai…

…ma ogni anno, da più di quaranta, arriva un periodo estivo in cui riempio un borsone ed uno zaino per vivere un certo periodo di tempo immerso in un mondo diverso da quello in cui sono nato.

C’è un monte, o meglio una catena montuosa, costruito dal tempo per tenere separate la Val d’Adige dal Lago di Garda : il Monte Baldo.

Ci sono libri, trattati e pubblicazioni che parlano delle sue peculiarità naturalistiche, scientifiche, storiche, gastronomiche… e quindi non è di questo che parlerò !

Preparare i bagagli per questo viaggio è quasi un rito sacerdotale.

“Questa maglia la indosserò il tale giorno, la giacca a vento mi servirà quella notte…” e così via.

La cosa incredibile è che l’entusiasmo e l’attesa si confondono nella stessa misura e maniera da oltre quaranta anni !

Ritornare alle Mosee per me è rivivere un’intera esistenza. ,

Tutto lì intorno mi parla del tempo che è andato e di quello che verrà.

Incontro mio padre e lo ascolto mentre cammino in silenzio; è come se non fosse andato velocemente via già da tanti anni.

Incontro vecchi amori e vecchi amici. Tutti : quelli veri e quelli falsi.

Incontro volti che tornano imperterriti alle Mosee e quelli che non vogliono o non possono tornarci più.

Volti piacevoli (molti) o odiosi (per fortuna pochi).

Non ha importanza che siano vivi o morti; tutto si amalgama come in un caleidoscopio.

E non riesci più a capire cosa sia il presente, cosa il passato. Che cosa il futuro.

Tutti gli ingredienti ed i protagonisti coesistono con grande naturalezza.

Appena arrivato esplode una sensazione di pace interiore che si traduce dopo alcuni istanti in un fremito irresistibile: quello di calzare i miei scarponi e camminare.

Nonostante io ritenga di conoscere questi luoghi quasi meglio delle mie tasche, ho approntato da tempo le cartine delle zone dove passeranno le mie suole.

Un calendario escursionistico che ingolosisce i palati più fini: infatti ogni anno c’è sempre gente che sale sul Baldo per camminare con me.

La mia casa diventa un rifugio per chi ha voglia di vivere il Baldo e tanti monti limitrofi.

 

Forse non lo sai…

ma il primo giorno è sempre poca la voglia di rimettersi in auto per l’avvicinamento al punto di partenza.

La scelta quindi ricade sempre su itinerari vicini e già ampiamente testati.

C’è però sempre qualcosa di nuovo da vedere: un fiore, una luce particolare per le foto, una accentuata nitidezza. Oppure c’è qualcuno a cui raccontare le vicende di questa montagna.

Quest’anno con me c’è Mirko, quattordici anni e tanta esuberanza. Ovviamente è un eufemismo ! Avrò certamente bisogno di un mese di ferie per riprendermi da questa esperienza; sono convinto però che potrà trovare grande interesse in questa filosofia di vita. Ci si consola pensando che è nell’età dell’ “adolesce-me-nza” e gli si perdona tutto. O quasi !

Il Corno della Paura è arroccato su uno sperone roccioso a sentinella della Val d’Adige. I resti di quello che fu un campo militare si nascondono dagli occhi del nemico.

Diverse centinaia di metri sotto di me scorre silenzioso l’Adige e sono circondato da bellezze naturali che una volta furono il terrore di soldati improvvisati : i Lessini, Monte Carega, Il Pasubio, Passo Buole, Monte Zugna, le bianche vette a nord e poi il Monte Stivo, il Brenta, il Monte Altissimo, le Colme di Malcesine e le cinque cime.

I passi si moltiplicano sulla strada costruita per raggiungere cima Vignola e i resti dell’omonimo  forte austriaco abbandonato repentinamente all’inizio della Grande Guerra.

Cima Vignola ha una altezza modesta ma l’escursionista si sente appagato da quel panorama a 360°: non ci si stanca mai di guardarsi intorno e poi di ricominciare !

Questa sensazione di pace doveva essere ben diversa un secolo prima !

Mi chiedo con che spirito ci si guardasse intorno e quanto facesse sprofondare nell’abisso dell’anima il terrore dei combattimenti sul passo Buole, lì di fronte a me !

Il volo di un bombo mi riporta ai giorni nostri e consiglia di incamminarci per il ritorno.

 

Forse non lo sai…

ma quando la roccia si fonde con il cielo ci si sente posseduti da un senso di bellezza difficilmente descrivibile.

Qualcuno ha detto che ci si sente più vicini a Dio.

Eppure… cosa ci sarà di bello in queste rocce fredde che si innalzano potenti dinanzi ai miei occhi ?

Mi accorgo che tutto ciò che vedevo lontano è invece lì a portata di mano !

Gli sfasciumi, le pietraie, il ghiaccio eterno (fino a quando ?) spiegano che la vita qui ad oltre 2400 metri può essere molto dura.

Ci si rende conto di quanto si sia piccoli ed impotenti dinanzi a tanta forza.

Sarebbe bene anche comprendere che il rispetto della natura dovrebbe nascere da qui, dalle alte quote. La rabbia incontrollata del Brenta potrebbe, in pochi istanti, trasformarti in nulla.

Qui gli errori si pagano; il conto può essere anche molto salato !

I passi vanno calcolati e la vera abilità è quella di non farsi ammaliare dalla bellezza dei luoghi rinunciando alla giusta concentrazione.

Il Grostè è oramai alle nostre spalle e la traccia che porta al rifugio Tukett sembra invitarci ad ogni passo che muoviamo.

Ogni angolo, ogni scorcio pare essere la scusa per fermarsi a scattare una foto.

Non è così ! Il vero motivo è che vorresti che quel sentiero non finisse mai ; ti accorgi di essere un tutt’uno con la roccia, il cielo, il ghiaccio lontano, i boschi (ancora più lontani)  e che non lasceresti mai terminare una sensazione così.

A richiamare la tua attenzione sulla realtà sono i tendini, i muscoli ed i piedi che stanno pagando il conto di questa allucinazione.

Quando appare il rifugio Tukett ho una sensazione iniziale di fastidio anche per la folta popolazione salita da Casinei.

Mi allontano verso la chiesetta isolata : sento di rivolgere una preghiera al Signore delle cime per la mamma di un caro amico volata via proprio quella mattina.  Mi scopro circondato da foto di volti semplici: giovani e anziani mai soli su questa montagna. Un rosario, un legno inciso, una bandana. Sotto quelle assi e quella croce ci sono i sogni spezzati di tanta gente.

Sono ricordi avvolti da una serenità silenziosa che rasenta l’immortalità.

E mentre i miei pensieri sono rapiti da queste riflessioni d’alta quota, vedo con la coda dell’occhio qualcosa muoversi sul ghiacciaio sulla Sella. La passione per la montagna di due escursionisti sulle residue nevi della Bocca di Tukett mi riporta rapidamente alla realtà e…alla strada che ci aspetta per rientrare.

Il blu del cielo ed il bianco della roccia lasciano lentamente spazio al verde della mugheta ed al rosa dei rododendri. E poi, ancor più giù, scendendo rapidamente, prendono il sopravvento il verde scuro e l’ombra del bosco di faggi ed abeti bianchi.

So bene che quell’alternanza di colori, ambiente e vita non finirà lì !

Poco più avanti, anticipata dall’inconfondibile borbottio, l’acqua sta per farla da padrona.

Sono dapprima timidi ruscelletti che si ingrossano sempre più fino a trasformarsi in fragorose cascate.

Quanto più forte è il rumore dell’acqua tanto più ripido è il sentiero su cui si destreggiano i miei poveri piedi. Sento che, se avessero avuto la possibilità di parlare, mi avrebbero riempito di bestemmie.

Sono comunque certo che un violento getto di acqua gelida ed una notte di meritato riposo mi riconcilieranno con loro.

 

Forse non lo sai…

ma sono salito su questo monte una infinità di volte. Ogni volta è come se fosse la prima. Non mi interessa sapere in quanto tempo arriverò al rifugio Damiano Chiesa; sono più attratto dallo scoprire uno scorcio nuovo, una angolazione particolare, un gioco di luci prima del tramonto.

La salita è comunque relativamente breve e quindi c’è tutto il tempo per rendere omaggio a sua maestà : il lago di Garda.

Poco dopo la vetta ti accorgi che è lì, steso ai tuoi piedi.

L’immancabile (o quasi) foschia generata dal caldo della bassa quota cerca di nascondere, senza riuscirci, i paesi ed i contorni.

E’ ben visibile Riva del Garda; un po’ più offuscata c’è, dall’altra parte, Sirmione.

Il brulicare di turisti sudati, l’odore di improbabili fritture, il ritmo battente di un ignoto musicista sono solo alcuni degli ingredienti che, da qui sopra, sembrano essere davvero impossibili. Eppure lì sotto esistono. A migliaia !

Non mi vergogno di provare la soddisfazione di essere invece immerso fra profumi, silenzi ed aria fresca. Mi sembra di vedere le facce sofferenti dei turisti lacustri schiattare di invidia.

Ma io continuo a provare un senso di sano egoismo !

Dopo una lauta cena in rifugio i miei piedi mi trascinano nuovamente su quel punto dominante per catturare con la mia Nikon gli ultimi bagliori del giorno e, contemporaneamente il buio della notte.

Poco tempo dopo il lago si incendia in un brulicare di luci. Lontane.

So già che all’alba sarò di nuovo qui per guardare negli occhi il nuovo giorno che nasce e cogliere la sensazione di silenzio che, finalmente, sale anche dal lago.

 

Forse non lo sai..

ma quel 19 luglio il mare era piuttosto mosso. Anzi no: era proprio agitato.

Tanino teneva con maestria la sua imbarcazione che ci portava da Scario fino al Vallone di Marcellino. La costa del Cilento sa essere molto accattivante ma anche molto severa con chi pensa di arrivare a quella baia per mezzo di sentieri.

E’ certamente più riposante arrivarci via mare. Quando non è incazzato !

Un giovane uomo ed il suo sigaro guardano la costa incuranti del dondolio.

Una giovane donna, bianca come un lenzuolo, è accasciata su una scomoda panchina del barcone.

“Ti senti male ?” è l’infelice approccio.

“Tu che dici ?” è la risposta scontata della povera sventurata che era anche riuscita a sollevare un occhio per guardare in faccia il genio che le aveva fatto quella domanda.

Il vero quesito è : se l’approccio fosse stato più galante e la risposta meno gelida, quella giovane donna sarebbe mai diventata mia moglie ?

Era questo che pensavo, esattamente venti anni dopo l’accaduto, mentre scendevo sul sentiero ripido e sassoso che dal Monte Altissimo si immerge nella Val del Parol.

Anche quel giorno Carmela soffriva, non per il mal di mare (ovviamente) ma per la discesa che stava impietosamente mettendo alla prova i tendini ed il suo malleolo martoriato.

Il verde della bassa vegetazione, il silenzio che si taglia a fette, la brezza fresca, il fischio d’allarme di una marmotta: ecco gli ingredienti della vera medicina naturale.

Solo così si può sopportare dolore e fatica; l’escursionista lo sa bene. Sarebbe innaturale e oggetto di studi scientifici se si decidesse di affrontare questi sacrifici senza un valido tornaconto !

Il capriccio irritante di una bimba trascinata sui monti dal padre per una passeggiata evidentemente poco gradita, ci fa alzare il passo. Appena dentro una conca protetta, un pellicciotto pasciuto si sposta goffo annusando l’aria. Non ci sente perchè il vento spira nel senso opposto, ma certamente quella marmotta si è accorta degli intrusi. Togliamo il disturbo e continuiamo il nostro cammino. Dopo una breve salita spuntiamo sul Monticello. Con l’attenzione dovuta percorriamo il paio di chilometri sullo stretto sentiero che si tiene in precario equilibrio al bordo della ripidissima scarpata.

Il cuore ti chiede di alzare lo sguardo e di godere il panorama.

Il cervello ti impone di tenere attenti gli occhi su dove posi il piede.

L’anima dell’escursionista trova il giusto punto di equilibrio (e su questo sentiero ce ne vuole abbastanza) : riempie il cuore di sensazioni e conduce indenne il camminatore in un posto sicuro. Malga Campo.

Se sei in una malga devi assaggiare il loro prodotto.

Non è la stessa cosa che comprarlo e mangiarlo poi a casa.

Devi guardare le montagne, lasciarti accarezzare dal vento fresco, apprezzare il profumo delle vicine vacche ed assaggiare quel pezzo di formaggio.

Un sorso di acqua fresca ed il quadro è completo.

 

Forse non lo sai…

ma salendo da Pian delle Fugazze verso la Zona Sacra del Pasubio, nel silenzio del bosco senti ancora riecheggiare i canti dei giovani soldati che andavano a morire in un posto sconosciuto, per una patria sconosciuta e per motivi sconosciuti.

Sulla strada del Monte Pasubio
bom borombom bom bom borombom
lenta sale una lunga colonna
bom borombom bom bom borombom.
L’è la marcia de chi non torna
de chi se ferma a morir lassù.

Ma gli alpini non hanno paura
bom borombom bom bom borombom.

Sulla cima del Monte Pasubio
bom borombom bom bom borombom
soto i denti ghe sè ’na miniera
bom borombom bom bom borombom.
Sè i alpini che scava e spera
de ritornare a trovar l’amor.

Ma gli alpini non hanno paura
bom borombom bom bom borombom.

Sulla strada del Monte Pasubio
bom borombom bom bom borombom
sè rimasta soltanto ’na crose
bom borombom bom bom borombom.
No se sente mai più ’na vose,
ma solo el vento che basa i fior.

Ma gli alpini non hanno paura
bom borombom bom bom borombà.

Ricordo ancora la prima volta che sono salito alla Zona Sacra molti anni fa. Avevo preparato l’escursione con una cura maniacale. Si presentava lunga, faticosa e non priva di insidie.

La voglia di salire lassù per vedere con i miei occhi ciò che avevo, fino ad allora, solamente letto era incontrollabile.

Quella voglia fu un combustibile potentissimo : dopo la salita alla zona Sacra continuammo fino a Cima Palon e al Dente Italiano per poi scendere a Bocchetta Campiglia dal sentiero delle 52 Gallerie.

Se chiudo gli occhi, ancora oggi riesco a rivedere e rivivere le emozioni di quella giornata.

Ricordo anche che feci quella salita con un vuoto vertiginoso nel mio cuore.

Oggi, dopo tanti anni, ritorno a salire su quel sentiero lungo, largo e comodo.

Quel vuoto non c’è più.

Serena è a pochi passi dietro di me e sta salendo senza fatica e con un ritmo costante.

E’ proprio lunga la salita fino alla Galleria d’Havet ! Come mi è successo le altre volte, appena oltrepassata la galleria, sembra che il clima cambi.

Tutto diventa più scuro, freddo.

Ed ecco che ritorni a sentire i canti degli alpini che salgono alle baracche.

Oggi lì, dove c’erano le baracche,  c’è il Rifugio Papa.

E’ inevitabile riflettere sul fatto che siamo saliti con una certa fatica fino a quel punto; avevamo però scarponi comodi, zaini imbottiti ed abiti idonei.

Avevamo scelto una bella giornata d’estate e, scusate se è poco, non andavamo incontro agli austriaci che volevano farci la pelle.

C’è una bella differenza.

Superiamo il rifugio per entrare poco dopo nella zona sacra.

Non c’è nulla da fare, per me è istintivo. Mi tolgo il cappello e faccio il segno della Croce.

Non c’è quasi nulla che ricordi gli avvenimenti di un secolo prima, ma ho l’impressione di entrare in una Cattedrale. Prego.

Restiamo in silenzio.

Chiudo gli occhi.

Sento nuovamente gli alpini. Ma stavolta è diverso.

Non cantano.

Giunge ben distinto l’eco delle urla strazianti dei feriti, del crepitio delle mitragliatrici, delle esplosioni dei colpi che partono e che arrivano.

Si riescono a sentire ancora i passi frettolosi sui sassi di chi accorre in prima linea o di chi si avventura a dare soccorso a quei poveri sventurati.

Comprendi anche che non si tratta solo di alpini. Li ci sono anche semplici fanti che non sapevano neppure che esistesse quella terra.

Salgono potenti imprecazioni nei dialetti più disparati : dal veneto al siciliano.

Non comprendi bene le loro preghiere ma sei certo che stiano chiamando la mamma o supplicando la Madonna.

Senti sulla pelle la paura della morte.

Quella morte che viene a prenderti in un istante a così tanta distanza dalla tua casa e dai tuoi affetti.

Il sangue versato su quelle rocce è quasi tutto di contadini e di pastori.

Le guerre, sempre, le vogliono i potenti ma le combattono i poveri Cristi.

Sembra quasi di sentirlo, Cadorna, mentre dà ordini di sacrificare centinaia di fanti (spesso meridionali) in assalti folli ed inutili.

Improvvisamente apro gli occhi e tutto magicamente svanisce.

Pare impossibile che in quel paradiso di silenzio e pace sia potuto accadere tutto ciò !

Anche Mirko tace, insolitamente, e sembra che abbia ascoltato anche lui quelle voci.

Mangiamo un panino in compagnia di alcuni corvi. Un caffè al rifugio e ritorniamo sui nostri passi.

Il ritorno appare ancora più lungo dell’andata forse perchè ci accompagnano ancora quelle voci.

Una nutrita famiglia di stelle alpine abbarbicate su una roccia ci distrae e ci riporta al tempo d’oggi.

La fantasia non costa nulla e aiuta a vivere meglio.

Partendo in auto ho l’impressione di scorgere un giovane soldato in divisa grigioverde che agitando il braccio mi chiede di salutare la sua masseria sulla Murgia.

 

Forse non lo sai…

ma su quella cresta stretta e sassosa crescono in silenzio le stelle alpine e cercano la solitudine i camosci.

Da Prà Alpesina risali fin sul crinale e ti trovi in un altro mondo.

Quando inizi a camminare verso sud ti accorgi che dalla funivia che sale da Malcesine sono sbarcati numerosi turisti lacustri che, pensando evidentemente di essere a Gardaland, si avventurano con improbabili attrezzature su un sentiero che richiede comunque passo sicuro.

Mentre salgo fra pini mughi, rododendri e stelle alpine mi rendo conto che mia figlia Serena procede con buona lena. Quando, le prime volte, mi accompagnava in escursione pensavo che lo facesse per accontentarmi.

Oggi, guardandola bene su queste rocce da equilibristi, posso dire che la mia passione è diventata anche la sua.

Per me è ovviamente un motivo di orgoglio, ma non perchè i genitori, come si dice, vogliono imporre i propri obiettivi ai figli.

Credo invece che camminare nella natura sia una filosofia di vita che ti porta ad apprezzare le semplici cose, che ti abitua a superare le difficoltà, che ti incita a sognare, che ti insegna a leggere diversamente la storia e la geografia.

Su questi pilastri ognuno può poi costruire la vita che desidera.

La morena che scende prepotente tra Cima Pozzette e la Cima del Longino ci dice che il tempo è poco e che per oggi può bastare.

Cima Valdritta, facendo capolino, prova a convincerci che potremmo continuare.

Il mio orologio e le ginocchia dei partecipanti dicono invece il contrario.

La discesa si presenta più faticosa e pericolosa della salita.

Dal passo molto lento capisco che Carmela sta soffrendo le pene dell’inferno; facciamo qualche pausa in più.

Mentre addento una pesca vedo in lontananza una macchia marroncina su un pianoro erboso.

Non è una, sono due, tre, quattro.

Una rapida occhiata con il teleobiettivo ed ho la conferma.

Alcuni camosci stavano consumando il loro pasto tenendosi a debita distanza dai bipedi invadenti.

Ancora un piccolo sforzo e saremo alle auto.

Lo sforzo non è proprio piccolo perchè la pendenza è di quelle che non ti da tregua.

Ti azzanna i polpacci, ti martella le dita dei piedi, ti massacra i tendini.

Prima o poi, comunque, termina.

La doccia calda che sognavi mentre la fatica aumentava, si è finalmente materializzata !

Poi, un getto di acqua gelida dal ginocchio in giù resuscita anche i morti.

 

Forse non lo sai…

ma anche questa settimana sul Monte Baldo è passata ed io non me ne sono quasi accorto.

Come al solito, però, la degna fine di questa vacanza è intorno ad un tavolo di Maso Palù.

Questa sera sospendo la mia dieta e mi permetto, addirittura, due bicchieri di Merlot.

Di fronte a me son sedute Carmela e Serena ed io penso di essere un uomo molto fortunato.

 

Forse non lo sai…

ma tutto questo è amore.

E la chiamano estate…!

Prima domenica di luglio.  E’ appena trascorsa una settimana di caldo opprimente e questa giornata non sembra volersi discostare molto dalle temperature recentemente subite.

Mi sembra già di sentire molti di voi che mi ammoniscono : “Ma di che ti lamenti !”, “C’era freddo e volevi il caldo !” , “E’ estate ! E’ normale”… ed altre ovvietà simili.

Ma ecco che, in sottofondo, inizio ad udire anche un brusio fastidioso. E sono appena le 6,00 di mattina !  Sono le inconfondibili voci martellanti, come zanzare fastidiose, che iniziano i preparativi di una “riposante” giornata balneare. Non ci vuole molto per immaginare bambini urlanti, balene e balenotteri unti di sudore e spiaggiati su un telo, improbabili costumi da bagno, ombrelloni attrezzati con ignobili stratagemmi per rubare un po’ di ombra. Musica ad alto volume. Gente schiamazzante immersa in un’acqua dal colore spesso molto simile a quello del Gange. E questo è solo il preludio di ciò che avverrà quando arriverà l’ora di mangiare qualcosa ! Teglie, salsicce colanti grasso, focacce unte e sguscianti, angurie rosse e sbrodolanti. Birre, birre fresche bevute a canna. Come da tradizione.

Questa descrizione che il sommo padre Dante non ha avuto il coraggio di inserire fra i gironi dell’inferno, ha una prefazione ed un conclusione. Molto simili fra loro : decine di chilometri di auto incolonnate sotto un sole impietoso che con un senso del rispetto inversamente proporzionale a quanto previsto dal codice, improvvisano gare per sorpassare l’auto che li precede pur di accaparrarsi la speranza di un miglior posto. Al sole.

 

Non ci riesco. Scusatemi ma non ci riesco !

Alle 6,30, in compagnia di altri sognanti camminatori, ci mettiamo in viaggio verso Potenza. Dopo un rapido caffè alla stazione di servizio (notoriamente da queste parti non c’è mare e quindi non c’è neppure traffico) inizia l’avvicinamento alla nostra meta: il Monte Paratiello.

Siamo nella zona di Muro Lucano, in un territorio che anni fa salì involontariamente agli onori della cronaca per un terremoto devastante.

Le ricostruzioni dei vari borghi e paesi è riuscita “a macchia di leopardo”.

A volte non è neppure iniziata.

Lasciamo improvvisamente la SS 7 (decisamente meglio “Via Appia”) per risalire, su una stretta striscia d’asfalto, verso il Varco di Staccarino.

Non c’è anima viva.

Sono diversi i chilometri su questa pista che una volta, in un tempo non molto lontano, era ancora sterrata.

Arrivati al varco, ci spingiamo un po’ più verso sud ovest, passando sotto pareti di roccia che di tanto in tanto (ma non molto raramente) lasciano cadere un ricordino sulla strada che stiamo attraversando.

In una zona romanticamente chiamata “I cinque faggi” lasciamo le auto per iniziare il nostro cammino.  In realtà i faggi sono ben più di cinque e , enormi, oscurano il cielo creando un buio fresco ed accogliente.

L’ideale per mettere in moto le gambe intorpidite dal viaggio in auto !

La sterrata si snoda, lunghissima ed ampia, in leggera discesa fra verde, roccia e faggi.

E’ piacevolissimo camminare in quell’ambiente anche se inizia a farsi avanti un piccolo timore : “Stiamo scendendo, seppure di poco, ma dovremmo salire !”

Il sentiero è quello giusto, vuol dire che la salita arriverà dopo e sarà impietosa…

Dopo qualche chilometro di cammino, una leggera deviazione ci porta all’imbocco dei Vucculi. Questa cavità speleologica ha l’accesso protetto da una robusta inferriata chiusa con lucchetto. Il motivo ce lo si spiega guardando il buco nero che, apparentemente infinito, si apre sotto gli occhi.

Rimettiamo il sentiero sotto gli scarponi prestando massima attenzione al punto in cui avremmo dovuto lasciarlo per piegare in salita verso la vetta.

Dopo un breve fuori pista si riesce ad individuare una pista stretta e a tratti ripida, che sale nella giusta direzione.

La pendenza insiste ma non esce un lamento o una protesta ! Sarebbe un oltraggio alla bellezza del luogo. Siamo immersi in questa splendida faggeta, pulita ed accattivante. Siamo rapiti dal silenzio, dai giochi di luce, dal verde.

Come sono lontane le urla balneari !

La vetta è sempre più vicina ; l’ultimo tratto presenta una caratteristica differente.

I faggi spariscono improvvisamente e una pietraia lunga, ripida ed assolata ci conduce fino ai 1445 metri del Paratiello.

Sulla vetta, la pesante targa in acciaio giace a faccia in giù sul terreno.

I due massicci tubolari che la reggevano appaiono spezzati come grissini.

In due solleviamo il pannello, giusto per scattare qualche foto. Il vento dopo un paio di minuti la spinge nuovamente giù, con gran fragore.

Già , il vento !

Sono stati riesumati dal fondo degli zaini gli indumenti più pesanti: felpe, pile e giacche a vento.

Qualcuno potrebbe obiettare che avremmo potuto anche spostarci da lì per evitare quella tortura.  E secondo voi, avremmo mai potuto scegliere di non godere di quel panorama ampio che ci circondava ?

Muro Lucano e Castelgrande erano giù in fondo alla valle. Alle nostre spalle il Monte Eremita. L’ombra dietro era certamente quella del Cervialto.

C’è vento ? E chi si muove da lì !

“Meditazioni delle vette”, avrei potuto intitolarlo così questo racconto. Julius Evola avrebbe avuto probabilmente qualcosa da ridire, visti soprattutto i pochi metri di altezza del Paratiello…

Mangiamo il nostro triste panino e restiamo stesi sul terreno. Appiattiti come lucertole al sole. Cerchiamo così di evitare le raffiche che ad intervalli sempre più insistiti ci piovono addosso.

Piovono ? Qualcuno ha scritto “piovono” ?

Già. Ci mancava l’acqua !

Qualche goccia inizia a rimbalzarmi sulla pelata; apro un occhio e mi accorgo che proprio sul vicino monte Eremita un nuvolone nero e minaccioso avanza verso di noi.

Con poco entusiasmo “arriggettiamo i ferri” ed iniziamo la discesa.

Oramai avevamo identificato una specie di autostrada nel bosco che riportava  in breve alle auto.

Giusto il tempo di provare l’indescrivibile sollievo di togliere gli scarponi per calzare una scarpa più comoda e leggera ed ecco che quel nuvolone che avevamo visto in vetta inizia a scaricare con violenza la sua forza.

Sebbene fossimo all’asciutto, in auto, avevamo ancora da passare il punto sotto le rocce dove si staccavano i massi.

Qualche sasso rotolava giù, ma alcuni grossi e pesanti facevano bella mostra di sé al centro della strada. E all’andata non c’erano !!!!

Con cautela, freddezza ed una strizza notevole siamo riusciti dopo qualche minuto  a metterci al sicuro.

Solo in quel momento ci siamo resi conto che il il termometro dell’auto segnava 10 ° !

… e la chiamano estate ! (?)

 

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