E la chiamano estate…!

Prima domenica di luglio.  E’ appena trascorsa una settimana di caldo opprimente e questa giornata non sembra volersi discostare molto dalle temperature recentemente subite.

Mi sembra già di sentire molti di voi che mi ammoniscono : “Ma di che ti lamenti !”, “C’era freddo e volevi il caldo !” , “E’ estate ! E’ normale”… ed altre ovvietà simili.

Ma ecco che, in sottofondo, inizio ad udire anche un brusio fastidioso. E sono appena le 6,00 di mattina !  Sono le inconfondibili voci martellanti, come zanzare fastidiose, che iniziano i preparativi di una “riposante” giornata balneare. Non ci vuole molto per immaginare bambini urlanti, balene e balenotteri unti di sudore e spiaggiati su un telo, improbabili costumi da bagno, ombrelloni attrezzati con ignobili stratagemmi per rubare un po’ di ombra. Musica ad alto volume. Gente schiamazzante immersa in un’acqua dal colore spesso molto simile a quello del Gange. E questo è solo il preludio di ciò che avverrà quando arriverà l’ora di mangiare qualcosa ! Teglie, salsicce colanti grasso, focacce unte e sguscianti, angurie rosse e sbrodolanti. Birre, birre fresche bevute a canna. Come da tradizione.

Questa descrizione che il sommo padre Dante non ha avuto il coraggio di inserire fra i gironi dell’inferno, ha una prefazione ed un conclusione. Molto simili fra loro : decine di chilometri di auto incolonnate sotto un sole impietoso che con un senso del rispetto inversamente proporzionale a quanto previsto dal codice, improvvisano gare per sorpassare l’auto che li precede pur di accaparrarsi la speranza di un miglior posto. Al sole.

 

Non ci riesco. Scusatemi ma non ci riesco !

Alle 6,30, in compagnia di altri sognanti camminatori, ci mettiamo in viaggio verso Potenza. Dopo un rapido caffè alla stazione di servizio (notoriamente da queste parti non c’è mare e quindi non c’è neppure traffico) inizia l’avvicinamento alla nostra meta: il Monte Paratiello.

Siamo nella zona di Muro Lucano, in un territorio che anni fa salì involontariamente agli onori della cronaca per un terremoto devastante.

Le ricostruzioni dei vari borghi e paesi è riuscita “a macchia di leopardo”.

A volte non è neppure iniziata.

Lasciamo improvvisamente la SS 7 (decisamente meglio “Via Appia”) per risalire, su una stretta striscia d’asfalto, verso il Varco di Staccarino.

Non c’è anima viva.

Sono diversi i chilometri su questa pista che una volta, in un tempo non molto lontano, era ancora sterrata.

Arrivati al varco, ci spingiamo un po’ più verso sud ovest, passando sotto pareti di roccia che di tanto in tanto (ma non molto raramente) lasciano cadere un ricordino sulla strada che stiamo attraversando.

In una zona romanticamente chiamata “I cinque faggi” lasciamo le auto per iniziare il nostro cammino.  In realtà i faggi sono ben più di cinque e , enormi, oscurano il cielo creando un buio fresco ed accogliente.

L’ideale per mettere in moto le gambe intorpidite dal viaggio in auto !

La sterrata si snoda, lunghissima ed ampia, in leggera discesa fra verde, roccia e faggi.

E’ piacevolissimo camminare in quell’ambiente anche se inizia a farsi avanti un piccolo timore : “Stiamo scendendo, seppure di poco, ma dovremmo salire !”

Il sentiero è quello giusto, vuol dire che la salita arriverà dopo e sarà impietosa…

Dopo qualche chilometro di cammino, una leggera deviazione ci porta all’imbocco dei Vucculi. Questa cavità speleologica ha l’accesso protetto da una robusta inferriata chiusa con lucchetto. Il motivo ce lo si spiega guardando il buco nero che, apparentemente infinito, si apre sotto gli occhi.

Rimettiamo il sentiero sotto gli scarponi prestando massima attenzione al punto in cui avremmo dovuto lasciarlo per piegare in salita verso la vetta.

Dopo un breve fuori pista si riesce ad individuare una pista stretta e a tratti ripida, che sale nella giusta direzione.

La pendenza insiste ma non esce un lamento o una protesta ! Sarebbe un oltraggio alla bellezza del luogo. Siamo immersi in questa splendida faggeta, pulita ed accattivante. Siamo rapiti dal silenzio, dai giochi di luce, dal verde.

Come sono lontane le urla balneari !

La vetta è sempre più vicina ; l’ultimo tratto presenta una caratteristica differente.

I faggi spariscono improvvisamente e una pietraia lunga, ripida ed assolata ci conduce fino ai 1445 metri del Paratiello.

Sulla vetta, la pesante targa in acciaio giace a faccia in giù sul terreno.

I due massicci tubolari che la reggevano appaiono spezzati come grissini.

In due solleviamo il pannello, giusto per scattare qualche foto. Il vento dopo un paio di minuti la spinge nuovamente giù, con gran fragore.

Già , il vento !

Sono stati riesumati dal fondo degli zaini gli indumenti più pesanti: felpe, pile e giacche a vento.

Qualcuno potrebbe obiettare che avremmo potuto anche spostarci da lì per evitare quella tortura.  E secondo voi, avremmo mai potuto scegliere di non godere di quel panorama ampio che ci circondava ?

Muro Lucano e Castelgrande erano giù in fondo alla valle. Alle nostre spalle il Monte Eremita. L’ombra dietro era certamente quella del Cervialto.

C’è vento ? E chi si muove da lì !

“Meditazioni delle vette”, avrei potuto intitolarlo così questo racconto. Julius Evola avrebbe avuto probabilmente qualcosa da ridire, visti soprattutto i pochi metri di altezza del Paratiello…

Mangiamo il nostro triste panino e restiamo stesi sul terreno. Appiattiti come lucertole al sole. Cerchiamo così di evitare le raffiche che ad intervalli sempre più insistiti ci piovono addosso.

Piovono ? Qualcuno ha scritto “piovono” ?

Già. Ci mancava l’acqua !

Qualche goccia inizia a rimbalzarmi sulla pelata; apro un occhio e mi accorgo che proprio sul vicino monte Eremita un nuvolone nero e minaccioso avanza verso di noi.

Con poco entusiasmo “arriggettiamo i ferri” ed iniziamo la discesa.

Oramai avevamo identificato una specie di autostrada nel bosco che riportava  in breve alle auto.

Giusto il tempo di provare l’indescrivibile sollievo di togliere gli scarponi per calzare una scarpa più comoda e leggera ed ecco che quel nuvolone che avevamo visto in vetta inizia a scaricare con violenza la sua forza.

Sebbene fossimo all’asciutto, in auto, avevamo ancora da passare il punto sotto le rocce dove si staccavano i massi.

Qualche sasso rotolava giù, ma alcuni grossi e pesanti facevano bella mostra di sé al centro della strada. E all’andata non c’erano !!!!

Con cautela, freddezza ed una strizza notevole siamo riusciti dopo qualche minuto  a metterci al sicuro.

Solo in quel momento ci siamo resi conto che il il termometro dell’auto segnava 10 ° !

… e la chiamano estate ! (?)

 

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