Avevo una voglia disperata di camminare.
Questa è stata la prima sensazione appena sveglio. Controllo l’orario : si può fare.
Prendo lo zaino, la macchina fotografica e il gps.
Carmela mi guarda sconcertata : “Ma vai da solo ?”, “ Dove vai ?, “ A che ora torni ?”
Che andassi a camminare da solo era certo… al resto non sapevo rispondere neppure io !
Ho pensato di andare verso il Bosco di Scoparella e lì…qualcosa avrei inventato.
Non mi era mai successo in tanti anni di cammino di uscire da casa senza una meta, senza una cartina, senza una certezza.
Una volta arrivato in zona, dopo un gradito caffè con Ugo, ho pensato di dirigermi verso la Torre dei Guardiani posta prima del Bosco dei Fenicia ma poi, dopo un centinaio di metri, una traccia che entra nel bosco attira la mia attenzione.




Ma sì ! Non ci sono mai andato. Così mi incammino nel fitto bosco di Lama d’Ape fra le roverelle ed una vegetazione lussureggiante. Mi imbatto in una splendida piscina di cui non conoscevo l’esistenza. Il Gps mi segnala nelle vicinanze un insediamento chiamato Capoposta. Decido di puntare in quella direzione.
Il tempo di perdermi nel bosco e provare una sensazione unica e mi accorgo che la scelta di aver indossato dei pantaloni corti si stava manifestando infelice. Avevo le gambe raschiate, insanguinate e doloranti ma non mi importava ! Il bello di quando cammini da solo è che non devi rendere conto a nessuno: tutto ciò che accade è per tua scelta.




Capoposta è inghiottita dalla vegetazione ma non nasconde la sua antica bellezza: casolari, jazzi, mungituri, posizionati in posizione panoramica: uno spettacolo per gli occhi e per la fantasia.
La bellezza impareggiabile di poter apprezzare tutto ciò da solo, con il silenzio tipico di questi luoghi, con il timore di non riuscire a venir fuori da quel labirinto, con la soddisfazione di aver visto qualcosa di nuovo.
Ogni passo sprigionava il profumo della mentuccia, macchie di crochi gialli curiosavano dal fitto delle erbe.



Rovi e spine continuavano incessanti la loro opera demolitrice dei miei polpacci.
Un sole caldo e una timida brezza rendevano ancor più piacevole questa esperienza.
Decido di puntare verso la chiesetta neviera di San Magno dove, una volta arrivato, consumo golosamente una susina e una pesca insipida. Ho percorso quasi dieci chilometri e adesso mi tocca individuare una strada per il ritorno… Decido per la più complicata e contorta.


Ottima scelta per provare nuovamente la sensazione di solitudine assoluta !
Lungo il percorso incrocio campi coltivati e ne approfitto per assaggiare qualche prugna e qualche acino d’uva (anche se da vino erano dolci e succosi). Mentre rifletto sul fatto che non avrei mai potuto riproporre quell’itinerario mi accorgo che avrei dovuto necessariamente attraversare un corridoio dove erano state posizionate circa cinquanta cassette per le api. Con un po’ di sana preoccupazione decido di passare ad andatura veloce. A metà del percorso mi accorgo di un‘ape posizionata sulla mia spalla che non ci ha pensato su molto per mostrarmi il suo “affetto”. Un dolore lancinante e un bruciore fortissimo: non mi fermo, avrei potuto essere preda delle sue compagne.
Supero quasi indenne le cassette e mi avventuro in un reticolo di sentierini che dopo un (bel) po’ mi fanno arrivare alla strada provinciale. Avrei potuto deviare (allungando) verso Sentiero Italia che conosco bene. E invece no ! Decido di puntare diritto verso l’arrivo. Diritto è un termine non propriamente esatto.


Mi avventuro in una serie di “fuori-pista” tagliando la Murgia con piacere.
L’ultimo chilometro avviene su strada asfaltata e su percorso noto.
Arrivo da Ugo che mi guarda perplesso : le gambe solcate da rivoli di sangue parlano per me.
Una birra gelata per concludere degnamente questi 21 chilometri, carico la pipa con “old dark fired” e mi gusto la sensazione della pace, del silenzio e della stanchezza.
Mi rendo conto di come sia necessario e piacevole provare, almeno qualche volta, questa esperienza :da solo, senza meta.
Io, la Murgia e me stesso.
























