Perchè fai trekking ?

Questa è la tipica domanda che mi sento rivolgere da diversi anni. Solitamente chi mi chiede una cosa del genere, non ha avuto esperienze di questo tipo. Anzi, a volte, la domanda è accompagnata da un sorrisetto di commiserazione. Sembra sottintendere “povero sciocco, chi te lo fa fare”.

In realtà molte altre volte, quando scorgo nei loro occhi un luccichio sospetto, sono solamente curiosi di conoscere un mondo ignoto.

In entrambi i casi non riesco comunque a dare la risposta che vorrei. Ed allora prendo penna e calamaio, pardon , tastiera e monitor ed una volta per tutte chiarisco il mio pensiero !

Io non faccio trekking !

O meglio, l’ho fatto solamente qualche volta .

Spesso ci lasciamo prendere dalle parole anglo-sassoni senza neppure sapere che cosa significhino realmente; allora sfato un altro mito.

La parola “Trekking” non ha origini inglesi !

Trekking deriva dal termine afrikaans “trekken”.

Il significato è (all’incirca) : camminare lungo i solchi dei carri trainati da buoi.

E’ evidente quindi che “trekking” si riferisca a lunghi cammini, di più giorni e con più tappe.

Ciò che faccio io ( e la stragrande maggioranza delle persone che crede di “fare trekking”) è invece “escursionismo”.

Un termine italianissimo di cui andare orgogliosi. Faremmo bene, anziché riempirci la bocca di termini inglesi, riappropriarci anche delle nostre origini linguistiche.

La nostra lingua non ha nulla da invidiare alla lingua britannica !

Anzi, se ci pensate bene, è l’evoluzione della lingua madre: il latino.

Ed allora …avventuriamoci a capire che cosa è questo “escursionismo”.

Deriva dal latino ex-currere. Il suo significato originale è proprio quello di “andare, correre fuori”. Allontanarsi dalla propria abitazione per conoscere qualcosa “fuori”.

Tale significato si è però, nel tempo, trasformato.

Il termine “escursione” è diventato un termine militare che celava significati tristi collegati a sangue e lutti.

E’ diventato sinonimo di “scorreria”.

Questo fino al 1800.

Ne abbiamo traccia su un testo di Venerio Orlandi del 1875 : “Saggio di Studj Etimologico-critici”.

ESCURSIONE. So bene che presso il latini excursio ebbe anche il significato innocente di corsa, viaggio; non ignoro come i francesi in questo medesimo senso abbiano accolto nel patrimonio del loro nidioma excursion; ma quel tiranno delle lingue vive che è l’uso, ha ristretto presso noi il significato di escursione a sola “scorreria”, e niuno che voglia acquistarsi fama di scrittore purgato può ribellarsi a tanta autorità. Eppure si ode tuttodì annunziare ne’ giornali, puta : il prof. di geologia si prepara a fare co’ suoi discepoli una escursione sugli appennini toscani; a rischio che que’ boni villani di lassù, i quali di lingua sanno più avanti un pezzo di certi scrittori, accolgano colle marre e le ronche la innocua brigata, scambiando, ingannati dal giornalista, in orda di barbari una comitiva di galantuomini, benefattori dell’umana società !

Al termine del 1700 si iniziò ad affermare una attività che portava gli uomini ad avventurarsi in terre sconosciute, in boschi se non (addirittura !) su alte montagne.

Tutti questi luoghi infatti venivano visti con grande timore. Le leggende vedevano l’ignoto popolato di demoni e di terrore.

I primi coraggiosi avventurieri (fra i quali molti geologi) che avevano affrontato le montagne, iniziarono a raccontare le proprie imprese ad un pubblico (quasi terrorizzato) sempre più numeroso.

Fu quindi agli inizi dell’800, con l’affermazione della prima letteratura di viaggio e di montagna, che il significato di “escursionismo” ritornò ad assumere lo spirito primordiale. Questo passaggio è brillantemente ed esaurientemente spiegato in “Come le montagne conquistarono gli uomini” scritto da Robert Macfarlane nel 2003.

Oggi quindi, il significato, è proprio quello che vollero dare i nostri progenitori latini : andare fuori, in zone sconosciute, allontanarsi dalla propria abitazione.

La spiegazione la può dare Leonardo da Vinci con l’affermazione :

Che ti move o omo ad abbandonare le proprie tue città , a lasciare li parenti ed amici, ed andare in lochi campestri per monti e valli, se non la naturale bellezza del mondo ? “

Ecco : io faccio “escursioni” !

Chiedo un solo piacere : non chiamatele “gite” !

 

Potremmo chiudere qui queste considerazioni se non si affacciasse alla mente quella vibrazione che sistematicamente continuo a provare mentre le mie gambe accumulano passi e fatica.

Nello stesso momento sento i più ostinati che continuano a chiedere : “Si, vabbè ! Ma perché fai escursionismo ?”

La risposta sta tutta in quel riflesso condizionato, in quella scossa, in quella linea sottile che congiunge le gambe ed i polmoni agli occhi ed al cervello.

Mi accorgo quindi di soffrire (oramai da tempo) di una dipendenza inguaribile da queste fatiche !

Il latino mi viene nuovamente in soccorso !

Emozioni . Da ex movère. Muovere fuori, smuovere.

Ma guarda che strano: sembrerebbe lo stesso significato di ex currere !

Sembrerebbe, ma non lo è. Anche se nel nostro caso è indissolubilmente collegato.

Questo “muovere fuori” stavolta non si riferisce al movimento fisico, quanto invece allo smuovere l’anima.

Le emozioni sono il vero cibo dell’escursionista. Senza quella scintilla che scocca nell’anima, le escursioni sarebbero degradate a puro esercizio fisico. Un movimento meccanico e ripetitivo; l’equivalente di andare in palestra.

Durante il cammino invece solo un essere con un cuore arido non riesce a provare l’emozione per uno scorcio, per un fiore, per un animale, per un profumo, per il senso di solitudine o per l’impressione di essersi perso. Un’emozione può essere anche la nebbia, la pioggia, la neve, il vento, il freddo !

La scintilla può accendersi per il buio o per l’impressione di vivere la storia.

E’ meglio fermarsi qui … sarebbe troppo lungo !

Vorrei aggiungere una sola considerazione.

C’ è anche un’altra emozione che si aggiunge a quelle che si possono vivere durante il cammino : quella di poter far vivere tali emozioni anche agli altri.

E’ per questo che il carburante diventa inesauribile !

Aver potuto condividere le mie emozioni, in tutti questi anni, con migliaia di compagni di cammino, è stata la molla che mi ha spinto ad andare oltre.

Ho pensato che avrei dovuto trovare un sistema per poter far vivere questa sensazioni anche a chi non può (per le più svariate motivazioni) seguire…le orme lasciate dai miei scarponi.

Da tanti anni ho provato a condividere le mie escursioni, traducendole in immagini.

Migliaia di foto; non importa se possono essere considerate belle o no. Sono gli occhi e la memoria di quel momento.

Il problema è che “quel momento” l’ho vissuto solamente io e chi c’era con me !

La fotografia non è sufficiente a trasmettere quell’emozione. La fotografia non ha profumo, non ha caldo, non ha freddo. Non è stanca.

E’ per questo che, da qualche anno, ho iniziato a raccontare le mie escursioni e le mie emozioni. Per questo devo ringraziare Vittorio che mi ha dato lo stimolo giusto e impagabili suggerimenti.

Ho pensato a gente che, come mia madre, non calzerà mai un paio di scarponcini e non metterà mai uno zaino in spalla. Se riuscirò nell’intento di far vivere queste emozioni anche a chi non è un escursionista, allora vuol dire che sarò riuscito a raggiungere il mio scopo.

Intanto sono certo che molti escursionisti ritroveranno in ciò che scrivo, quello che hanno vissuto e che continuano a vivere.

Ora ho da risolvere un’ultima questione: la domanda iniziale.

  • Perché fai trekking ?

Abbiamo appurato che, siccome non “faccio trekking”, la domanda deve essere riformulata così :

  • Perché fai escursioni ?

Se non è stato chiaro ciò che ho scritto fino ad adesso, risponderò in modo molto sintetico :

“Ex currere = ex movère”

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Un pensiero riguardo “Perchè fai trekking ?

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